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Crisi e volatilità: l’importanza di non uscire dal mercato

Un primo trimestre dell’anno non particolarmente brillante per i mercati finanziari. Il Pil dell’Eurozona è cresciuto dello 0.2%, annualizzato, meno delle attese, facendo registrare un deciso rallentamento rispetto ai numeri del 2021. Stesso andamento anche per il prodotto interno lordo degli Usa. Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Dipartimento del commercio nel 1° trimestre del 2022 il Pil degli Stati Uniti ha registrato una contrazione dell’1,4% rispetto al +6,9% indicato nel trimestre precedente. Un peggioramento principalmente legato alla diminuzione degli investimenti in scorte private, delle esportazioni, della spesa federale, statali e locali. Di trend opposto troviamo invece le importazioni che sono molto aumentate.

A questi dati sulla crescita ben al di sotto delle aspettative si aggiunge l’inflazione che non dà segnali particolarmente positivi. Negli Usa questa ad aprile è arrivata all’8,3% (valore più alto dal 1981). È vero che rispetto a marzo l’inflazione è scesa leggermente (dall’8,5% all’8,3%) ma resta difficile prevedere e tracciare un percorso di discesa, per il momento. Peggiore la situazione nell’Eurozona dove, secondo la Banca centrale europea (Bce) l’inflazione complessiva prevista sarà ancora molto alta nei prossimi mesi, soprattutto nel mercato energetico. Nella previsione della Bce si vede però un calo a partire dalla fine del 2022 con l’inflazione al 5,1%, nel 2023 al 2,1% e all’1,9% nel 2024.

Condizioni economiche che dunque hanno avuto ripercussioni sugli investimenti con rendimenti che alcune volte non hanno rispettato le aspettative. Siamo consapevoli che nei periodi di forte volatilità gli investitori sono sottoposti ad un livello di stress molto elevato. La guerra in Ucraina, così come lo scoppio della pandemia nel 2020, rappresentano momenti di forte volatilità e incertezza. È dunque lecito essere preoccupati per i propri investimenti, ma è proprio in questi momenti che l’educazione finanziaria e il supporto di un esperto possono veramente fare la differenza aiutando l’investitore a gestire la situazione. Le scelte dettate dall’emotività possono infatti portare a compiere errori che hanno un costo. Un costo che Moneyfarm ha calcolato analizzando il comportamento di 33.500 clienti e individuando 3 tipologie di investitori:

  • Lungimirante, chi è rimasto investito, fedele al proprio piano di investimento di lungo termine.
  • Speculatore, chi ha provato a “battere il mercato” (ossia anticipare la presunta fase negativa) disinvestendo almeno un terzo del proprio portafoglio tra marzo e giugno 2020 per poi rientrare successivamente sul mercato con un nuovo investimento.
  • Spaventato, chi ha disinvestito completamente.

Per dimostrare che a comportamenti diversi corrispondono performance differenti, abbiamo indagato queste tre tipologie di investitori, paragonato la performance mediana dei loro portafogli in una finestra temporale che va da gennaio 2019 a dicembre 2021.

  • gli investitori Lungimiranti hanno ottenuto un rendimento mediano del 16,8%,
  • gli Speculatori un rendimento del 12,8%,
  • gli Spaventati sono usciti con un 3,2%.

La scelta di uscire dal mercato è dunque risultata essere quella peggiore dato che non ha consentito agli Spaventati di beneficiare del recupero dei mesi successivi. Per quanto riguarda gli Speculatori, che hanno provato a battere il mercato disinvestendo temporaneamente per poi reinvestire in un secondo momento, che hanno giudicato più favorevole, il risultato finale non è stato ottimale tanto quanto quello dei Lungimiranti. Il “problema” in questo caso è che individuare il momento giusto per rientrare sul mercato è estremamente complesso. I rendimenti di questi investitori sono stati dunque inferiori a quelli dei Lungimiranti.

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Ci possono essere diversi fattori e motivazioni che spingono un investitore più verso uno o l’altro comportamento, ma in genere sono le distorsioni cognitive come l’overconfidence, loss aversion e present bias a giocare un ruolo chiave.

A far credere agli Speculatori di poter azzeccare i momenti giusti per uscire e poi rientrare sul mercato è spesso un’eccessiva sicurezza nelle proprie capacità predittive (overconfidence).
Sono costati ancora più cari agli investitori gli altri due bias: la loss aversion e la present o short term bias. L’avversione alle perdite e il peso eccessivo attribuito al presente o al futuro hanno fatto uscire gli Spaventati dal mercato per paura di vedere perdite nel breve periodo.

Negli investimenti naturalmente non si possono prendere come riferimento gli scenari passati per prevedere con esattezza il futuro. Tuttavia questi dati servono a rendersi conto che nelle fasi di volatilità sui mercati, anche quelle più estreme e difficilmente replicabili come quella che abbiamo vissuto nel 2020, agire sulla scia delle emozioni o “uscire e rientrare” sui mercati può rivelarsi una scelta costosa. È vero che durante la pandemia abbiamo visto i mercati recuperare in modo straordinariamente rapido ma è vero anche che il mercato si è sempre ripreso da tutte le crisi avvenute in passato, anche le più drammatiche. La domanda da farsi e su cui riflettere riguarda il tempo: quanto tempo sarà necessario per recuperare? Avere un orizzonte temporale di lungo periodo è dunque fondamentale per investire con successo (dal secondo dopoguerra, sono serviti in media 13 mesi ai mercati per passare dai massimi ai minimi e in media 27 mesi per recuperare le perdite).

Una strategia d’investimento lungimirante, che minimizza la volatilità nel tempo, unita al supporto di una consulenza professionale che aiuta a gestire la pressione emotiva rappresentano l’antidoto migliore agli imprevisti. Molti investitori hanno potuto capirlo e apprezzarlo, come si evince dalla seconda parte dell’analisi Moneyfarm, che è andata a indagare come si sono comportati quegli stessi investitori durante la crisi scatenata dall’invasione dell’Ucraina: il 100% dei Lungimiranti ha scelto il medesimo approccio adottato durante la pandemia mentre il 91% degli Speculatori questa volta ha scelto di non uscire dal mercato ed è diventato Lungimirante in seguito all’esperienza della crisi precedente e ai risultati.

 

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