Cina-Usa: la nuova diplomazia green

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Il 21 settembre 2021, quando il presidente cinese Xi Jinping decise di intervenire alla 76ª assemblea delle Nazioni Unite solo con un discorso preregistrato, l’aspettativa non era quella delle grandi occasioni. Ma quando il leader di una grande potenza parla, come testimonia drammaticamente la cronaca di oggi, dietro ogni inciso si può nascondere un intento in grado di cambiare la politica e influenzare la vita di milioni di persone. 

All’interno di un discorso cerimonioso, quasi di passaggio, Xi annunciò che la Cina non avrebbe più costruito nuove centrali a carbone all’estero, e avrebbe invece aumentato il sostegno ai Paesi in via di sviluppo per l’energia verde e a basse emissioni di carbonio. Quel momento, passato quasi inosservato nel clamore della politica internazionale, certificò la direzione di una trasformazione profonda, che silenziosamente era in moto da qualche tempo. La Cina aveva trasformato la transizione energetica da politica industriale a posizionamento strategico diplomatico.

Quattro anni e mezzo dopo l’annuncio, la chiusura dello Stretto di Hormuz nell’ambito del conflitto in Medio Oriente ha portato questa trasformazione a una nuova fase. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha bloccato circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas, scatenando una crisi energetica. In questo scenario, si confrontano due modelli opposti. Da un lato, gli Stati Uniti di Donald Trump, che stanno tentando di rafforzare la propria posizione come potenza petrolifera globale.  Dall’altro, la Cina che, seppur restando il maggior emettitore di CO2 a livello globale, sta cercando di trasformare la propria dipendenza dal petrolio del Golfo in un’opportunità per cementare la propria posizione come leader mondiale della transizione verde. La crisi di Hormuz ha accelerato questa dinamica che, dal punto di vista degli investimenti ESG (acronimo di Environmental, Social, and Governance), merita un’attenzione particolare.

La Cina: da grande inquinatore a “Green Great Power”

Per decenni, la Cina è stata il principale bersaglio delle critiche internazionali sul clima: il maggiore emettitore di CO2 al mondo, il principale finanziatore di centrali a carbone all’estero attraverso la Belt and Road Initiative (BRI), un Paese che sembrava disposto a sacrificare qualsiasi obiettivo ambientale sull’altare della crescita economica. Quel modello è cambiato, almeno nelle intenzioni e nelle traiettorie di investimento. 

La svolta del 2021 è il risultato di una riflessione strategica che Pechino ha sviluppato nell’arco di un decennio. Nel 2017, Xi Jinping ha lanciato la Green Silk Road, il corridoio verde della Belt and Road Initiative. Nel 2021, ha annunciato lo stop ai finanziamenti per il carbone all’estero. Nel 2023, la Cina ha pubblicato il suo secondo Libro Bianco sullo sviluppo verde. Parallelamente, ha costruito un ecosistema industriale senza precedenti nelle tecnologie pulite.

Entro la fine del 2025, la quota di rinnovabili sul totale della capacità installata è salita a oltre il 60%. La Cina ha raggiunto i propri obiettivi di eolico e solare per il 2030 con sei anni di anticipo. Nel 2024, ha investito 615 miliardi di dollari nella propria transizione energetica, più del doppio di qualsiasi altra economia e il 31% del totale globale. Questi numeri rendono il Dragone il punto focale di una rivoluzione energetica che nel mondo stenta ancora a decollare. 

Le azioni diplomatiche: Pechino riempie il vuoto lasciato da Washington

In questo contesto, la crisi di Hormuz ha offerto alla Cina un’opportunità diplomatica straordinaria. Mentre gli Stati Uniti sono percepiti come corresponsabili della crisi energetica, Pechino ha la possibilità di presentarsi come il partner “adulto” capace di fornire ai propri interlocutori una soluzione alternativa. Indipendentemente dall’esito del conflitto tra Stati Uniti e Iran, la Cina sembra destinata a uscire dalla crisi in una posizione più solida nel nuovo ordine mondiale, grazie alla sua leadership non solo nelle rinnovabili e nelle batterie, ma anche nell’infrastruttura elettrica e nell’innovazione energetica.

Prendiamo l’esempio dei Paesi del Golfo, storicamente legati agli Usa da un patto implicito: petrolio in cambio di sicurezza. Queste monarchie si trovano oggi a essere le vittime collaterali di un conflitto che non hanno iniziato e di cui, stando a quanto è emerso, sono state rese partecipi a giochi fatti, a poche ore dal suo inizio. Il Kuwait, l’Iraq, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno visto la loro produzione petrolifera collettiva scendere di oltre 10 milioni di barili al giorno. La crescita economica della regione, attesa al 3,7%, è crollata all’1,8%. Arabia Saudita ed Emirati hanno ricevuto l’83% dei missili e droni iraniani durante il conflitto, occupando una posizione di secondo piano nel dispiegamento delle capacità difensive americane. Il modello economico basato sul turismo e la diversificazione che molti di questi Paesi stanno costruendo potrebbe essere rimandato o definitivamente compromesso.

La Cina, forte dei legami storici costruiti intorno al petrolio, negli ultimi anni ha cominciato a stabilire accordi ad alto valore aggiunto nelle rinnovabili, affermandosi come partner essenziale nella transizione energetica della regione. Nel 2024, Jinko Solar e TCL Zhonghuan hanno annunciato investimenti per oltre 3 miliardi di dollari in parchi solari e impianti per la produzione di semiconduttori in Arabia Saudita, spostando parte della catena produttiva direttamente nella regione. Il Silk Road Fund cinese aveva già acquisito nel 2019 il 49% del portafoglio rinnovabili di ACWA Power, la principale società saudita di sviluppo energetico, con esposizione condivisa a progetti in Emirati Arabi, Sud Africa, Giordania, Egitto e Marocco. La crisi di Hormuz ha aperto una finestra diplomatica per intensificare questo rapporto. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha condotto 26 telefonate tra l’inizio del conflitto del 28 febbraio e il cessate il fuoco dell’8 aprile, mentre Xi Jinping incontrava il Crown Prince di Abu Dhabi e chiamava personalmente il principe Mohammed bin Salman. In parallelo, Pechino sta finalizzando un accordo di libero scambio con il Gulf Cooperation Council (GCC) e si prepara al secondo vertice Cina-Paesi Arabi, previsto in Cina nel 2026.

Ma la strategia cinese si estende ben oltre il Golfo Persico. Un caso emblematico è rappresentato dalle Filippine, storico alleato americano, che con il 98% del petrolio importato dal Medio Oriente, sono state il primo Paese a dichiarare un’emergenza energetica dopo la chiusura di Hormuz e si sono convertite alla settimana lavorativa di quattro giorni. Ora hanno deciso di accelerare la costruzione di impianti rinnovabili, ampliando la propria dipendenza tecnologica dalla Cina, nonostante una disputa territoriale irrisolta nel Mar Cinese Meridionale.

L’Asia centrale è un altro fronte chiave. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, la Cina ha intensificato i propri investimenti rinnovabili nella regione, approfittando del vuoto lasciato dall’isolamento di Mosca. In Kazakhstan, il principale destinatario dei finanziamenti relativi alla Belt and Road Initiative per le rinnovabili in Asia centrale con 4,6 miliardi di dollari nel solo 2024, China Power International Holding ha costruito il parco eolico di Zhanatas da 100 MW, tra i più grandi del Paese, affiancato da diversi impianti solari nelle regioni di Karaganda e Almaty. Sia Astana che Tashkent puntano a soddisfare il 50% del proprio fabbisogno energetico da fonti rinnovabili, e la Cina è il partner principale di quella traiettoria.

In America Latina il quadro è simile. China Development Bank ha finanziato Cauchari in Argentina, il più grande impianto solare del continente, e il parco eolico Punta Sierra in Cile. Gli investimenti diretti cinesi in energia pulita nella regione sono triplicati tra il 2018 e il 2022, passando da 960 milioni a 3,8 miliardi di dollari. Il risultato è che oggi il 90% di tutte le tecnologie eoliche e solari installate in America Latina proviene da aziende cinesi.

L’industria verde è cinese: il vantaggio strutturale

Per Pechino, supportare la transizione energetica e un modo per far coincidere interessi diplomatici e industriali. La Cina controlla oltre l’80% di ogni fase della produzione di pannelli solari. Ospita quattro dei dieci maggiori produttori di turbine eoliche. Detiene il 75% della capacità globale di produzione di celle per batterie. Controlla l’85-95% della capacità di lavorazione delle terre rare, essenziali per quasi tutte le tecnologie della transizione. 

Questa concentrazione crea una dipendenza dalle tecnologie cinesi per tutti i Paesi che vogliono accelerare la transizione energetica, permettendo alla Cina di assorbire una parte significativa dell’indotto economico legato a questo trend. L’Unione Europea ne è l’esempio più lampante. La Cina fornisce oltre il 95% dei pannelli solari usati in Europa. Pechino sta anche rafforzando la propria posizione nel software per la gestione delle reti elettriche e nella costruzione di reti complete: le aziende statali cinesi stanno costruendo e gestendo interi sistemi elettrici nazionali o regionali, come stanno facendo in diverse aree del Sud America e dell’Europa meridionale, ponendo potenzialmente una questione di sicurezza.

Il “petrostate” americano: soldi fatti, alleanze perse

Sarà dunque la Cina a diventare la locomotiva della transizione verde nei prossimi anni? Sarebbe una semplificazione rappresentare la Cina come una potenza benevola che ha preso in mano le sorti del futuro del mondo. La Cina resta il maggiore emettitore di CO2 e il divario tra le ambizioni della Green Silk Road e i risultati sul terreno è ancora considerevole. Ma la confluenza di interessi strategici ed economici che sta spingendo Pechino a investire nel green è, dal punto di vista della sostenibilità globale, un fatto positivo. Se non altro, perché bilancia la direzione presa dagli Stati Uniti.

Washington ha scelto con convinzione la strada opposta. Dopo decenni come principale importatore mondiale di petrolio, gli Stati Uniti sono diventati il principale esportatore. In termini di numeri, il successo a breve termine è innegabile: la crisi ha fatto schizzare le quotazioni del greggio, ma Washington ha potuto gestire la risposta dal lato dell’offerta, e il gas naturale liquefatto (GNL) americano ha rapidamente sostituito quello del Qatar in molti mercati. Ma il costo geopolitico e ambientale è significativo: la pressione su Venezuela e Iran come leva energetica, l’uso del gas come arma diplomatica contro gli alleati europei, il taglio ai finanziamenti per la ricerca sulle rinnovabili, lo smantellamento degli incentivi fiscali per solare, eolico e veicoli elettrici sono esempi emblematici.

L’Europa si trova compresa tra i due modelli, senza una via d’uscita semplice. Le rinnovabili hanno coperto circa la metà dell’elettricità europea nel 2024 e 2025, un risultato straordinario. Ma l’economia dell’UE rimane esposta alle oscillazioni del prezzo del petrolio, la propria industria delle tecnologie pulite è stata surclassata da quella cinese e nel solo marzo 2026 il 65% delle spedizioni di GNL russo arrivate a destinazione è stato scaricato in Stati membri dell’UE. L’ironia amara è questa: per accelerare la transizione verde, l’Europa dovrà comprare ancora più pannelli solari e batterie cinesi, approfondendo la dipendenza strategica da Pechino proprio mentre cerca di uscire da quella da Mosca e dal Golfo.

In questo contesto, le dinamiche descritte in questo articolo confermano che la transizione energetica resta un trend fondamentale che guiderà l’economia e i mercati nei prossimi decenni. Pechino sta costruendo un nuovo modello di potere globale in cui il controllo sulle tecnologie pulite sostituirà il controllo sulle rotte petrolifere come principale leva di influenza internazionale. Intorno a questo modello sta fiorendo un nuovo indotto di aziende e crediamo che sia solo questione di tempo per vedere maggiore convergenza. Washington, al contrario, sta scommettendo su un modello energetico che dipende dalla volatilità dei prezzi degli idrocarburi per restare competitivo, un modello che si autoalimenta ma che, nel medio periodo, rischia di essere superato dalla struttura del mercato.

I Paesi e le imprese che hanno investito nelle rinnovabili hanno dimostrato una resistenza maggiore agli shock. Quelli che hanno rimandato stanno pagando un prezzo più alto. Per gli investitori ESG, questo scenario rafforza la convinzione che la sostenibilità sia un driver fondamentale di performance. 

Il nostro approccio ESG

I nostri portafogli ESG sono pensati per clienti che desiderano generare un rendimento a lungo termine senza rinunciare ai propri valori di sostenibilità.

Fin dal 2020, abbiamo strutturato i nostri portafogli secondo criteri rigorosi per ridurre il rischio di greenwashing, in linea con la nostra Politica di Investimento Responsabile. L’obiettivo è mitigare i rischi di sostenibilità e gli impatti negativi sugli aspetti sociali e climatici, aumentare la quota di investimenti sostenibili e rafforzare l’esposizione verso emittenti maggiormente impegnati su questi temi.

Questi obiettivi devono essere raggiunti considerando il rischio finanziario generato dall’applicazione delle tecniche di integrazione ESG.

In questo contesto, dal 2020 il mercato degli ETF ha vissuto un’evoluzione significativa, soprattutto nel comparto delle obbligazioni societarie e sul fronte normativo, in particolare in Italia. Le nuove regole hanno contribuito a una migliore comprensione del greenwashing e a rafforzare il quadro adottato da Moneyfarm. Negli ultimi anni, il nostro focus si è adattato ai cambiamenti del mercato: puntiamo a gestire il tracking error (la differenza attesa tra la performance dei portafogli e quella dei rispettivi indici di riferimento) e a migliorare l’esposizione agli investimenti sostenibili, senza compromettere il profilo di sostenibilità dei portafogli.

Il nostro processo di investimento si basa su un monitoraggio costante delle strategie ESG. Analizziamo regole e performance, intervenendo quando necessario, con il supporto di dati forniti da operatori come MSCI e Bloomberg e in dialogo continuo con gli emittenti di ETF. Questo approccio ci consente di selezionare strumenti con metriche di sostenibilità solide e una maggiore stabilità finanziaria. Monitoriamo inoltre l’andamento dei portafogli per valutare l’efficacia delle scelte strategiche, consapevoli che le diverse metodologie ESG possono generare risultati molto diversi. Per questo, il monitoraggio attivo resta essenziale per intervenire tempestivamente in caso di scostamenti significativi nelle performance finanziarie o sostenibili.

Ricorda che, quando investi, il tuo capitale è a rischio. Il valore del tuo portafoglio con Moneyfarm può diminuire così come aumentare e potresti ricevere meno di quanto investito. Il trattamento fiscale dipende dalle tue circostanze individuali e potrebbe essere soggetto a modifiche in futuro. Le proiezioni di rendimento non sono un indicatore affidabile delle performance future. Le opinioni espresse qui non devono essere interpretate come raccomandazioni, consigli o previsioni. Se non sei sicuro che investire sia la scelta giusta per te, ti consigliamo di consultare un consulente finanziario.

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