In ogni fase della vita, sembra che non ci sia mai un buon momento per pensare alla pensione. Per un 20enne si tratta di un’astrazione, più lontana della sua stessa nascita. Per un 40enne c’è sempre qualcosa di più urgente: il mutuo, i figli, la carriera che non decolla o che decolla troppo. Per chi si avvicina ai 60 anni, il pensiero prevalente è che ormai i giochi siano fatti. E così, l’unico obiettivo finanziario che riguarda con certezza tutti quelli che avranno la fortuna di invecchiare è anche quello a cui poche persone, molto spesso, ritengono sensato dedicarsi.
Dietro questa inerzia (che spesso riguarda l’intera pianificazione finanziaria) si nasconde però un equivoco più profondo, quasi esistenziale. Vale davvero la pena accantonare per la vecchiaia? La favola della cicala e della formica ha smesso da tempo di funzionare come pedagogia: l’obiezione moderna non è la pigrizia della cicala, ma un misto di presentismo (la vita è adesso) e di sfiducia razionale, il sospetto che la formica stia riempiendo una dispensa che qualcun altro svuoterà. L’economista britannico John Keynes liquidava gli orizzonti lontani osservando che “nel lungo periodo, saremo tutti morti”. Il problema, statistiche alla mano, è che nel lungo periodo saremo quasi tutti pensionati.
I due archetipi
Per capire perché la pensione genera ansia (o forse ne genera troppo poca?) bisogna capire qual è la tradizione culturale italiana nei confronti di questa misura di spesa sociale (welfare). Nell’immaginario novecentesco la pensione era il traguardo certo di una carriera lineare, il premio finale del posto fisso. Il sistema retributivo garantiva fino all’80% dell’ultimo stipendio con 40 anni di contributi, e le famigerate “baby pensioni” degli anni Settanta permisero a intere coorti di lasciare il lavoro prima dei cinquant’anni.
L’archetipo di oggi è l’esatto contrario. Solo il 17% dei giovani europei ritiene che il proprio assegno sia sufficiente a coprire le spese della vecchiaia, e il 62% degli italiani teme che la pensione pubblica non basterà. Il dato notevole è che la sfiducia non risparmia nemmeno chi il traguardo lo sta tagliando adesso: in un sondaggio che abbiamo condotto tra i boomer italiani, pubblicato da Repubblica – Affari & Finanza, il 69% dichiara di avere ansia per la propria situazione economica futura e solo il 24% crede che l’assegno pensionistico consentirà di mantenere il proprio tenore di vita.
Quindi la pensione genera preoccupazione, ma solo in pochi riescono a passare dalla messa a fuoco del problema all’azione, come dimostrano la scarsa adesione alla previdenza complementare e l’impotenza anche tra le generazioni più giovani. Il rischio è che un’intera generazione si perda in questo buco temporale che passa dalla realizzazione di un problema alla materializzazione dei suoi effetti.
Cosa possiamo aspettarci dal pubblico
Per decenni, la pensione è stata qualcosa che ci aspettavamo dallo Stato, e probabilmente non cambierà. Ma ciò che cambia è quanto ci si può aspettare. La pensione non è uno stile di vita, neanche minimo, garantito dal pubblico, ma uno strumento di previdenza.
Gli ultimi 30 anni hanno smontato l’architettura novecentesca pezzo per pezzo (riforma Amato del 1992, riforma Dini del 1995 con il passaggio al sistema contributivo, riforma Fornero del 2011). Cambiano i governi e passano i decenni, ma la direzione non si inverte, per ragioni principalmente statistiche: in un sistema a ripartizione, i contributi di chi lavora pagano le pensioni di chi ha smesso, e l’Italia è un Paese con un’età media di 47 anni, dove gli ultra-80enni superano i bambini sotto i 10 anni.
Questo vuol dire che quanto possiamo aspettarci dallo Stato sarà sempre meno. I numeri li mette in fila la Ragioneria Generale dello Stato. Un dipendente privato con 38 anni di contributi che andava in pensione nel 2010 riceveva circa il 73,6% dell’ultimo stipendio; chi ci andrà nel 2030 avrà il 72,1%, nel 2050 il 60,3%, nel 2070 il 58,4%. Per gli autonomi, poi, l’INPS stima che l’assegno possa scendere intorno al 45% dell’ultimo reddito: chi chiude la carriera a 2.000 euro al mese può ritrovarsi con poco più di 900 euro. E attenzione: queste stime ipotizzano carriere continue, senza interruzioni. Nel mondo di domani, in cui i robot saranno capaci di svolgere il nostro lavoro, ciò diventa sensibilmente più difficile. Queste stime poi non tengono conto di eventuali riforme che potrebbero essere messe in atto negli anni a venire.
Il messaggio è chiaro, ed è rivolto soprattutto ai più giovani: lo Stato garantirà sempre più la sussistenza, e sempre meno il tenore di vita. Lo dice implicitamente la traiettoria dei tassi di sostituzione, e lo dice ormai esplicitamente il legislatore: la Legge di Bilancio 2026 ha introdotto l’adesione automatica alla previdenza complementare con percorsi di investimento calibrati sull’età. È un segnale di come la previdenza complementare venga sempre più considerata uno strumento fondamentale per la pianificazione finanziaria di lungo periodo.
La pensione come strumento di libertà finanziaria
Dal 2027 la pensione di vecchiaia sale a 67 anni e un mese, dal 2028 a 67 anni e tre mesi, per effetto del meccanismo automatico che aggancia i requisiti alla speranza di vita. Per chi oggi ha 20 anni, l’orizzonte realistico della vecchiaia pubblica è più vicino ai 70 che ai 67 anni (sempre alle leggi vigenti). La pensione dei nostri nonni era un punto nel tempo: un giorno preciso in cui si smetteva. Quello di chi oggi lavora sarà un percorso non lineare, fatto di uscite graduali, rientri, part-time tardivi, rendite che si sommano a redditi. In questo scenario, l’ossessione per le regole del sistema pubblico (le finestre, le quote, i requisiti che cambiano a ogni legge di bilancio) è comprensibile ma mal riposta, almeno per chi ha davanti 30 anni di lavoro: quelle regole cambieranno ancora dieci volte, e non dipendono da noi.
In uno scenario del genere, investire e pianificare la pensione è un modo per garantirsi risorse sufficienti per il proprio futuro. Non solo: diventa anche il modo migliore per affrancarsi dall’angoscia e dall’imprevedibilità delle regole, per non dover dipendere dai governi e dall’economia nei prossimi decenni, ma guadagnare la libertà di gestire i tempi e i modi della propria vita.
In questo modo, la pensione può tornare a essere uno stile di vita da pianificare, come lo era per i nostri nonni. La speranza di vita a 65 anni ha toccato i 21,2 anni, il valore più alto mai registrato dall’Istat, e continua a salire. Chi lascia il lavoro a 67 anni ha davanti, in media, 20 anni; una parte consistente ne avrà 25 o 30. Per chi oggi è giovane, la pensione potrà occupare un terzo della vita adulta.
Trent’anni sono una stagione intera, lunga quanto quella che separa la laurea dalla mezza età. La domanda giusta da farsi, allora, non è quando lo Stato ci lascerà andare in pensione, ma cosa fare per decidere, nei nostri termini, che cosa fare nella fase finale della nostra vita.
Ma come agire?
Sgombriamo il campo da un fraintendimento: pianificare la pensione fin da giovani non significa sacrificare il presente sull’altare del futuro. La vita è adesso, e ci sono altri obiettivi legittimi che vengono prima o insieme (la casa di cui abbiamo parlato nel primo episodio di questa serie, il fondo di emergenza del secondo). Per l’obiettivo più lontano, la variabile decisiva non è quanto si versa, ma quando si comincia.
Facciamo il caso del “giovane vecchio”: un 20enne capace dell’esercizio di immaginazione più redditizio che esista, guardarsi a 70 anni. Supponiamo che investa 150 euro al mese fino a quella data, con un rendimento netto annuo del 6% (un’ipotesi ottimista ma non eroica per un portafoglio a prevalenza azionaria): un punto sopra la media annua composta che le linee azionarie dei fondi pensione hanno realizzato nell’ultimo decennio secondo la COVIP, al netto di costi e fiscalità. A 70 anni, in termini nominali, si ritrova con circa 568.000 euro. Sono 10 a 5.500 euro al mese. Di questi, ne ha versati 90.000: gli altri 478.000 li ha prodotti il tempo, grazie all’interesse composto. Più di mezzo milione, di cui oltre quattro quinti non sono mai usciti dalle sue tasche.
Ora spostiamo la partenza. Per arrivare alla stessa cifra iniziando a 40 anni servono circa 565 euro al mese; iniziando a 50, oltre 1.200. Stesso traguardo, ma quattro volte lo sforzo (e lo stress): sforzo quadruplo o ottuplo. È questo il senso di “investire ma non troppo”: chi parte presto può permettersi importi che non gravano sulla vita presente, proprio perché ha delegato il grosso del lavoro all’interesse composto.
Quando cominciare, dunque? La risposta noiosa è anche quella esatta: il prima possibile, per poter versare il giusto, secondo le proprie capacità e necessità. Ed è un principio che vale a qualunque età si legga questa frase, perché il momento migliore (dopo vent’anni fa) è sempre adesso.
Gli strumenti: il fondo pensione e il resto del piano
Lo strumento pensato apposta per questo obiettivo è la previdenza complementare (Fondo Pensione o Piano Individuale Pensionistico) e i suoi vantaggi sono soprattutto fiscali. I contributi si deducono dal reddito imponibile fino a 5.300 euro l’anno: con un’aliquota marginale del 35%, versarne 5.000 significa recuperarne circa 1.750 di imposte, denaro che altrimenti finirebbe allo Stato e che invece si investe nel proprio futuro.
I rendimenti sono tassati al 20% anziché al 26% degli investimenti ordinari, e la prestazione finale applica un’aliquota che parte dal 15% e scende fino al 9% per chi partecipa a lungo. Lo strumento è meno rigido di quanto si creda: il capitale è portabile tra fondi, i versamenti si possono sospendere, e sono previste anticipazioni (fino al 75% del montante in qualsiasi momento per spese sanitarie gravi, fino al 75% dopo otto anni per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa e, sempre dopo otto anni, fino al 30% per qualsiasi esigenza, senza dover fornire alcuna giustificazione).
Per i lavoratori autonomi, che versano meno contributi obbligatori e si vedono prospettare tassi di sostituzione più bassi, il discorso è ancora più stringente: eppure solo il 23,4% è iscritto a una forma complementare, un cortocircuito di cui abbiamo scritto a proposito delle partite IVA.
Detto questo, il fondo pensione è un mattone, non l’edificio. La deducibilità ha un tetto, e il capitale resta vincolato fino al pensionamento salvo le eccezioni previste: è il suo pregio pedagogico e il suo limite di flessibilità. In un piano previdenziale serio e olistico, convivono la previdenza complementare, gli investimenti di lungo periodo liberi da vincoli, il Trattamento di fine rapporto (TFR) per i dipendenti, ed eventualmente l’immobile. La proporzione giusta tra questi elementi non è scritta in nessuna tabella: dipende dal reddito, dalla carriera, dagli altri obiettivi. È esattamente il tipo di domanda per cui esiste la consulenza.
La pensione non è più un punto: è un percorso
Il consiglio per tutti, dunque, è quello di individuare al più presto la strategia migliore per pianificare la propria pensione e rivolgersi a un consulente per capire quanto sia appropriato destinare a questo obiettivo. Non è necessario stressarsi per la pensione per tutta la vita, ma è importante dedicare qualche ora a cercare di capire cosa sia meglio fare per il proprio futuro. Così, tra 10, 20 o 30 anni, ci sarà un pensionato che vi sarà grato.
Il Fondo Pensione Moneyfarm
Con il Fondo Pensione Moneyfarm (fondo istituito da Allianz Global Life ma gestito e distribuito da Moneyfarm) puoi mettere a frutto il tuo TFR grazie a 7 diverse linee di investimento, di cui una 100% azionaria, per massimizzare i rendimenti approfittando anche di benefici fiscali.
Nel Fondo Pensione Moneyfarm, infatti, è possibile far confluire non solo i contributi volontari, senza vincoli sulla frequenza o l’entità del versamento, ma anche il TFR e, ove previsto, il contributo aggiuntivo del datore di lavoro. Inoltre, i versamenti volontari sono deducibili dall’imponibile Irpef fino a un massimo di 5.300 euro all’anno.
Il Fondo Pensione Moneyfarm propone 7 linee di investimento studiate su misura dal nostro team di Asset Allocation: si differenziano per i parametri di rischio/rendimento e per la diversificazione tra asset class, settori e aree geografiche.
I costi sono sempre chiari e trasparenti: non sono previste spese di apertura né di caricamento, ma solo un costo amministrativo di 10 euro all’anno e una commissione di gestione dell’1,25% (calcolata sul controvalore dell’investimento), indipendentemente dal comparto scelto. Inoltre, con il Fondo Pensione Moneyfarm è possibile esercitare tutte le prerogative individuali previste per legge, senza costi di anticipazione e con la sola tassazione della parte dedotta.
Il nostro Fondo Pensione è totalmente digitale (tutto gestibile online) e, a seconda del tuo livello Wealth, puoi usufruire di un supporto o di una consulenza da parte del nostro team.
Ricorda che, quando investi, il tuo capitale è a rischio. Il valore del tuo portafoglio con Moneyfarm può diminuire così come aumentare e potresti ricevere meno di quanto investito. Il trattamento fiscale dipende dalle tue circostanze individuali e potrebbe essere soggetto a modifiche in futuro. Le proiezioni di rendimento non sono un indicatore affidabile delle performance future. Le opinioni espresse qui non devono essere interpretate come raccomandazioni, consigli o previsioni. Se non sei sicuro che investire sia la scelta giusta per te, ti consigliamo di consultare un consulente finanziario.
Il Piano Pensione Moneyfarm è distribuito da MFM Future S.r.l., broker assicurativo del Gruppo Moneyfarm, iscritto alla Sezione B del Registro Unico degli Intermediari Assicurativi tenuto dall’IVASS al n. B000637784
*Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.





