Questa settimana vogliamo parlare di tassi d’interesse e di come la Federal Reserve (Fed) comunica la propria politica monetaria. In un momento storico in cui sembra prevalere l’idea che, quando si tratta di informazioni, “più è meglio”, il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, e altri esponenti della banca centrale sembrano preferire un approccio diverso.
Negli ultimi vent’anni circa, la Federal Reserve ha comunicato in modo molto dettagliato con gli investitori, attraverso discorsi pubblici, conferenze stampa e aggiornamenti periodici sulle proprie previsioni economiche. Questa strategia, nota come forward guidance, aveva l’obiettivo di offrire ai mercati un’indicazione abbastanza chiara delle future mosse della banca centrale, contribuendo così ad ancorare le aspettative sui tassi d’interesse.
Negli ultimi anni, però, questo approccio è stato sempre più messo in discussione, soprattutto dal nuovo presidente della Fed. A dire il vero, Warsh si è mostrato scettico nei confronti della forward guidance già da tempo. L’argomento è semplice: dichiarare in anticipo cosa si intende fare rende più difficile cambiare idea quando le circostanze lo richiedono.
Chi critica la forward guidance richiama spesso il periodo compreso tra il 2021 e il 2023. Dopo la riapertura post-Covid e l’invasione russa dell’Ucraina, l’inflazione è aumentata rapidamente. Secondo i critici, la Fed ha reagito troppo lentamente modificando la propria posizione e aumentando i tassi d’interesse. Una delle ragioni sarebbe stata proprio la convinzione iniziale che l’inflazione fosse un fenomeno temporaneo. Secondo questa interpretazione, la decisione di mantenere i tassi a livelli più bassi per un periodo più lungo avrebbe contribuito a mantenere l’inflazione più elevata del necessario e ad indebolire la credibilità della banca centrale. C’è anche chi sostiene che la forward guidance abbia spinto gli investitori a concentrarsi eccessivamente su come la Fed avrebbe interpretato i dati economici, invece che sull’evoluzione dell’economia stessa. Warsh ha sintetizzato questo concetto invitando gli investitori a “seguire la palla, non l’arbitro”.
Al di là del dibattito teorico, qual è la situazione oggi? Nell’ultima riunione, la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi d’interesse, ma tre membri del comitato avrebbero preferito un rialzo. Si tratta di un livello di disaccordo piuttosto insolito. Durante la conferenza stampa, Warsh ha detto relativamente poco sulle sue valutazioni dell’economia, limitandosi a ribadire con decisione l’impegno della banca centrale a riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%.
I mercati hanno reagito in modo contrastante. Nell’immediato, i rendimenti delle obbligazioni a breve scadenza sono diminuiti, mentre quelli delle obbligazioni a lungo termine sono aumentati. Warsh ha sostenuto che fosse il mercato obbligazionario a svolgere parte del lavoro della Fed: rendimenti più elevati sulle scadenze lunghe potrebbero infatti rendere meno necessario un ulteriore aumento dei tassi ufficiali per rallentare l’economia. È un’ipotesi plausibile, ma resta da capire se questo rafforzi o, al contrario, indebolisca la credibilità della banca centrale.
A questo punto vale la pena chiedersi cosa significhi davvero “credibilità”. In parte, la risposta dipende da come si interpreta l’origine dell’inflazione. Le teorie sono diverse, ma una delle più diffuse attribuisce grande importanza alle aspettative. Se famiglie e imprese credono che l’inflazione resterà bassa, questo può contribuire a renderla effettivamente tale, in una sorta di profezia che si autoavvera. Al contrario, se la banca centrale perde credibilità e le aspettative di inflazione aumentano, è probabile che salgano anche i rendimenti obbligazionari.
Cosa possiamo aspettarci, quindi? È probabile che in futuro la Federal Reserve fornisca meno indicazioni sulle proprie intenzioni. Questo potrebbe spingere gli investitori a concentrarsi maggiormente sui dati macroeconomici, ma anche rendere le aspettative del mercato ancora più influenti. Se gli investitori iniziano a prezzare un rialzo dei tassi, potrebbero essere loro a influenzare le decisioni della Fed, e non viceversa.
Una minore forward guidance potrebbe inoltre tradursi, almeno nel breve periodo, in rendimenti obbligazionari più elevati e in una maggiore volatilità. Nel lungo termine, questo approccio potrebbe contribuire a una politica monetaria più efficace, se permettesse di riportare l’inflazione verso il target più rapidamente. Nel breve periodo, però, potrebbe rappresentare un ostacolo per famiglie e imprese, che si troverebbero ad affrontare costi di finanziamento più elevati.
In definitiva, in un mondo in cui la banca centrale fornisce meno indicazioni sul futuro, sarà probabilmente ancora più importante affidarsi a un processo d’investimento disciplinato piuttosto che cercare di anticipare ogni decisione di politica monetaria. Per questo riteniamo che l’attenzione debba restare sulla costruzione di portafogli resilienti, capaci di adattarsi a scenari economici diversi nel tempo.
*Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.





