Vi siete mai chiesti come funziona un computer? Anche se difficile da immaginare, alla base della maggior parte delle tecnologie che utilizziamo c’è una sequenza di sole due cifre: l’1 e lo 0. Il codice binario è la lingua alla base di qualsiasi tecnologia digitale che utilizziamo, dal computer su cui state leggendo questo articolo a un videogioco, fino a un modello di Intelligenza Artificiale.
In estrema sintesi (ci perdonino gli esperti), i processi informatici sono regolati da una grammatica basilare. Ogni 0 o 1 indica lo stato di accensione o di spegnimento degli interruttori presenti nel processore. Il computer combina la sequenza secondo regole logiche fisse, per miliardi di volte, e da quella distesa di 0 e 1 emergono parole, calcoli e immagini. Questo sistema, che resta oscuro ai più, è geniale proprio per la sua semplicità: ridurre tutto a due soli stati, acceso o spento, ha reso le macchine più facili da costruire, miniaturizzare, replicare e fabbricare, il che ha permesso alla rivoluzione informatica di diffondersi.
Ma proprio questa semplicità è anche il suo limite. Per quanto velocissimo, un computer binario esamina una possibilità alla volta e, di fronte a problemi come simulare una molecola o ottimizzare una rete, dalle infinite combinazioni, persino i super-computer più potenti arrancano. Per questo, una nuova generazione di macchine punta a cambiare le regole del gioco: i computer quantistici, una delle frontiere della rivoluzione tecnologica in atto.
La sfida geopolitica intorno ai super-computer
Nella corsa a queste tecnologie, le grandi potenze e i governi sanno che devono giocare la loro parte. Il 22 giugno scorso, il presidente americano Donald Trump ha firmato due ordini esecutivi che rendono la ricerca quantistica una priorità nazionale. Il primo, Ushering in the Next Frontier of Quantum Innovation, lancia uno sforzo federale per costruire un computer quantistico con lo scopo di abilitare la scoperta scientifica, da consegnare a un laboratorio del Dipartimento dell’Energia: il direttore dell’ufficio scientifico della Casa Bianca, Michael Kratsios, ha indicato il 2028 come orizzonte possibile.
Il secondo ordine esecutivo, Securing the Nation Against Advanced Cryptographic Attacks, affronta la minaccia speculare: un computer quantistico sufficientemente potente potrebbe violare la crittografia che protegge banche, infrastrutture e segreti di Stato. L’ordine impone alle agenzie federali di migrare alla crittografia post-quantistica entro fine 2030 per i sistemi critici ed entro fine 2031 per le firme digitali.
A maggio l’amministrazione aveva già stanziato circa 2 miliardi di dollari tramite il CHIPS Act, garantendo 1 miliardo a IBM per una fonderia dedicata, 375 milioni a GlobalFoundries e 100 milioni ciascuno ad attori emergenti come D-Wave, Rigetti, Infleqtion, PsiQuantum e Quantinuum, assumendo in cambio quote di minoranza non di controllo.
Sotto la spinta di Washington, c’è una rivalità sempre più accesa sulla frontiera tecnologica con la Cina. Pechino ha messo il quantistico al primo posto fra le sette “industrie del futuro” del suo 15esimo Piano Quinquennale (2026-2030), spostando l’accento dalla ricerca alla commercializzazione: appalti pubblici, sussidi alla manifattura e un National Venture Guidance Fund che ha destinato oltre 120 miliardi di yuan a tre poli regionali dedicati. Le stime sull’investimento pubblico cinese complessivo oscillano, ma diverse fonti lo collocano intorno ai 15 miliardi di dollari, una cifra che supererebbe di molte volte la spesa federale americana. E i risultati arrivano: il computer fotonico Jiuzhang 4.0, presentato su Nature, ha dichiarato di aver risolto un problema-campione a una velocità inconcepibile per qualunque super-computer classico. Gli Stati Uniti rispondono con una strategia diversa, un ecosistema decentrato di università, laboratori, hyperscaler e oltre 40 aziende coinvolte, in cui il capitale privato fa da motore, mentre il capitale pubblico fa da carburante. La logica degli ordini di Trump è chiara: il quantistico è ormai materia di priorità assoluta.
L’opportunità è grande e, negli Stati Uniti come in Cina, lo Stato non esita a sedersi al tavolo come azionista: Washington ha rilevato quote di minoranza in nove società quantistiche; Pechino schiera fondi pubblici stimati intorno ai 15 miliardi di dollari. L’Europa, pur non restando a guardare, gioca una partita diversa: investe soprattutto attraverso grant e coordinamento, più da regolatore che da azionista. E i numeri raccontano il divario: nonostante un’eccellenza scientifica storica (è al primo posto al mondo per pubblicazioni e ospita circa un terzo delle aziende del settore), l’Europa attrae appena il 5% degli investimenti privati globali in quantistica, contro oltre il 50% destinato agli Stati Uniti. Bruxelles ha risposto con la Quantum Europe Strategy del luglio 2025 e prepara un Quantum Act per fare dell’Unione un leader entro il 2030, con un valore globale del settore atteso oltre 155 miliardi di euro entro il 2040.
La Strategia, però, non porta con sé nuovi fondi dedicati: si limita a coordinare gli 11 miliardi di euro già investiti negli ultimi cinque anni, che hanno prodotto risultati scientifici senza tradursi in una leadership di mercato. Restano i nodi noti: la dipendenza da componenti critici extra-UE, come la criogenia e i laser, la frammentazione tra i 27 Stati membri e una storica avversione al rischio del capitale europeo. Sullo sfondo, gli ordini americani invitano gli alleati a coordinarsi su export control e investimenti, ma il pericolo concreto, per l’Europa, è una fuga di cervelli e di capitali verso gli Stati Uniti, dove confluisce gran parte degli investimenti privati.
Cosa sono i computer quantistici e perché sono così importanti?
Tutto comincia, in un certo senso, da una lavagna. Nel 1981 Richard Feynman, fisico premio Nobel, lancia, durante un intervento in una conferenza, una riflessione fondamentale: la natura è governata da leggi bizzarre e sfuggenti e per simularla davvero non basta un computer ordinario. Serve una macchina che parli la sua stessa lingua. Pochi anni dopo, nel 1985, David Deutsch, a Oxford, trasforma quell’idea in una teoria, formalizzando il concetto di computer quantistico universale. Per decenni è rimasta materia di convegni accademici e da romanzi di fantascienza, ma oggi la prospettiva di uno sviluppo completo sembra più vicina.
Ma come funziona questa macchina? Un computer tradizionale ragiona con i bit: minuscoli interruttori che valgono 0 o 1, acceso o spento. Il calcolo quantistico li sostituisce con i qubit, che sfruttano le proprietà della fisica subatomica. L’effetto pratico, in estrema sintesi, è che la macchina, invece di esplorare una possibilità alla volta, può esplorare moltissime combinazioni in parallelo.
È questa la vera posta in gioco: alcuni problemi moderni sono così complessi da mettere in ginocchio persino i super-computer più potenti. Trovare il percorso ottimale in una rete di consegne con migliaia di tappe, modellare il rischio di un portafoglio finanziario o simulare il comportamento di una molecola in un nuovo farmaco sono aree in cui la natura è già “quantistica” e i chip tradizionali arrancano. Un computer quantistico promette di risolvere questi ragionamenti sistematici in tempi stretti, con ricadute potenziali su numerose industrie tra cui farmaceutica, chimica dei materiali, energia, logistica e Intelligenza Artificiale. Ma la stessa potenza ha un rovescio inquietante: una macchina abbastanza matura potrebbe violare la crittografia che oggi protegge banche, governi e infrastrutture critiche. ll momento in cui un computer quantistico diventerà abbastanza potente da violare gli algoritmi crittografici oggi più diffusi è definito “Quantum-Day” (o Q-Day) nel mondo della crittografia e della sicurezza informatica.
Ma quanto siamo distanti dallo sviluppo di questa tecnologia? La cautela è d’obbligo. Le macchine attuali hanno da poche centinaia a qualche migliaio di qubit fisici e commettono ancora molti errori. I sistemi davvero utili e “tolleranti agli errori” sono attesi da gran parte della comunità scientifica solo verso la fine del decennio, se non oltre. Tra la promessa e la realtà restano, per ora, diversi anni di ingegneria, e in prima fila c’è una filiera di aziende che sta investendo pesantemente nella tecnologia. Da un lato, i giganti tecnologici come IBM, Google, Microsoft, Amazon, oltre alla cinese Origin Quantum, che integrano la ricerca quantistica in bilanci solidi e piattaforme cloud, permettendo loro di esplorare orizzonti più ampi e scommettere in parallelo su architetture diverse. Dall’altro, una costellazione di aziende “pure”, nate per fare solo questo: IonQ e Quantinuum sugli ioni intrappolati, Rigetti e D-Wave sui circuiti superconduttori (con approcci diversi), PsiQuantum e Xanadu sulla fotonica, la francese Pasqal sugli atomi neutri. A tenere insieme i due mondi sono partnership, contratti governativi e una stagione di acquisizioni e quotazioni: IonQ ha rilevato Oxford Ionics per oltre un miliardo di dollari; Quantinuum punta allo sbarco in Borsa.
Conviene investirci? L’approccio core-satellite
Come tutte le tecnologie emergenti, il Quantum computing sta ovviamente attirando l’attenzione degli investitori a tutti i livelli. A favore di questa scommessa ci sono trend ormai chiari. Il sostegno pubblico strutturale su entrambe le sponde dell’Atlantico e del Pacifico riduce il rischio che il settore resti senza ossigeno. Il mercato potenziale è enorme e pluridecennale, con applicazioni concrete nelle aree della farmaceutica, della chimica e della finanza. E i ricavi, per quanto piccoli, crescono.
Tuttavia la redditività non c’è e resta lontana anni. Le valutazioni sono ancora scollegate dai fondamentali. E la tecnologia vincente non è ancora definita, non esiste ancora un campione chiaro in grado di dominare questo mercato con certezza.
Investire in tecnologie emergenti è una strategia interessante, ma spesso comporta più complessità di quanto si pensi, anche perché spesso i mercati tendono a sovrastimare la velocità di adozione di una tecnologia rivoluzionaria. Ci sono comunque modi per esporsi a questi fattori contenendo i rischi. Tra questi, l’approccio core-satellite dei nostri investimenti tematici permette di mantenere il tuo portafoglio diversificato e ad alto potenziale di crescita, così puoi puntare a maggiori rendimenti nel medio-lungo termine.
La strategia core-satellite consente infatti di arricchire la componente principale del tuo portafoglio (core) con i Megatrend di tuo interesse (satellite), senza rinunciare alla diversificazione dei temi sottostanti.
Monitoriamo costantemente l’andamento dei titoli che compongono i Megatrend del tuo portafoglio, così siamo in grado di mantenerlo bilanciato in base alla tua propensione al rischio.
Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. Le performance passate non sono garanzia di risultati futuri. Queste informazioni hanno uno scopo puramente educativo e non devono essere considerate una consulenza d’investimento personalizzata.
*Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.





