Quanto costa vivere un Mondiale oggi?

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Chi non si è sentito, almeno una volta, al centro del mondo? Un grande concerto, una notte di stadio, un evento sportivo, un’esperienza vissuta dal vivo mentre tante altre persone guardavano l’evento in televisione. Chi scrive, per esempio, questa emozione l’ha vissuta nel 2021 a Wembley, la sera della finale dell’Europeo di calcio tra Italia e Inghilterra. Al di là del risultato, il ricordo che resta è quello irripetibile di essere uno dei relativamente pochi privilegiati ammessi al centro esatto dello show. Per due ore, la sensazione che nessuno sulla faccia della terra si stia godendo uno spettacolo migliore.

Assistere a eventi del genere non è mai stato né semplice né economico. Ma con un po’ di sacrificio, di programmazione, di fortuna, non è nemmeno mai stato impossibile. I biglietti per la finale di Wembley erano disponibili tra 100 e 200 sterline (circa tra 116 e 232 euro), tutto sommato una cifra accettabile per una finale. Con un po’ di sforzo non era neanche troppo difficile acquistarli: si trattava di un sogno realizzabile per qualsiasi persona appassionata.

Ora immaginate un mondo diverso. Un mondo in cui i migliori eventi sono destinati a una classe di super ricchi, contenti di poter riservare il proprio posto pagando cifre che per molte persone equivalgono a diversi mesi di stipendio. Se l’idea sembra distopica, non vi consolerà sapere che questa è la direzione verso cui tendono alcuni grandi eventi. E il Mondiale FIFA 2026, organizzato negli Stati Uniti, in Messico e in Canada, è un esempio di questa ‘evoluzione’.

Il Mondiale più ricco di sempre

Il Mondiale di calcio attualmente in corso è stato ampiamente anticipato dagli organizzatori come l’evento sportivo più “grande” di sempre, dove “grande” vuol dire più ricco, più seguito, più partecipato di sempre. Al torneo stanno partecipando per la prima volta 48 squadre, che si sfidano in 104 partite. “104 Super Bowl”, come ha detto il presidente della FIFA Gianni Infantino in un videomessaggio a un anno dal calcio d’inizio.

Un evento del genere crea un giro d’affari enorme per la FIFA. Nel ciclo finanziario 2023-2026 l’associazione aveva preventivato incassi per 13 miliardi di dollari: a fine 2025 il 93% del budget risultava già contrattualizzato, e c’è chi stima che l’incasso del quadriennio possa spingersi verso i 15 miliardi. Un record assoluto, quasi il doppio del ciclo che includeva il Qatar nel 2022. Il solo Mondiale 2026 dovrebbe portare nelle casse di Zurigo circa 8,9 miliardi.

La maggior parte di questi incassi deriva da diritti TV e sponsor. Le proiezioni di Ampere Analysis parlano di circa 3,8 miliardi di dollari incassati dai broadcaster per le immagini del torneo, in crescita di oltre il 20% rispetto al Qatar. Lato sponsor, per la prima volta nella storia tutte le caselle commerciali globali risultano vendute, e la FIFA prevede un record vicino ai 2,8 miliardi. Ma la fonte di ricavo in maggiore crescita sono proprio gli incassi della biglietteria e dell’hospitality, da cui la federazione punta a ricavare intorno ai 3 miliardi netti: una somma mai nemmeno avvicinata prima, visto che il torneo del 2022 ne aveva portati poco più di 900 milioni.

Biglietti salati

Per raggiungere una cifra del genere, il sacrificio è richiesto ai tifosi, che pur di assistere alle partite, ambite o meno, si sono trovati a sborsare cifre da capogiro. Quando il torneo fu assegnato, si parlava di un tetto massimo intorno ai 1.550 dollari per la finale; nella realtà, come riportato da fonti di stampa Usa, già ad aprile il posto più economico per l’ultima partita costava quasi 6mila dollari, con tariffe ufficiali sopra i 10mila dollari e picchi sul mercato di rivendita oltre i 30mila.

Anche la fase a gironi non perdona: il prezzo base della categoria più alta, partito intorno ai 600 dollari, ha spesso superato i 1.000 dollari, e a New York e Miami persino il tagliando meno caro si è avvicinato ai 1.000 dollari. Per la gara inaugurale a Città del Messico un singolo posto è arrivato a sfiorare i 15mila. I biglietti “popolari” da 60 dollari, sbandierati come gesto democratico, sono meno di 600 a partita: una foglia di fico in un mare di tariffe proibitive.

Non a caso, il procuratore generale di New York ha aperto un’inchiesta per prezzi artificialmente gonfiati. Gianni Infantino, dal canto suo, ha difeso la linea senza imbarazzo: siamo nel mercato dell’intrattenimento più ricco del mondo e si applicano le sue tariffe. 

L’impatto economico

Insomma, secondo la FIFA i prezzi dei biglietti non dovrebbero essere motivo di preoccupazione. Soprattutto se si considera l’indotto che un evento come il Mondiale dovrebbe generare. Il Mondiale, come ogni grande evento, genera un’economia temporanea. Una parte dell’attività di un Paese viene risucchiata dall’evento. Gli alberghi si riempiono, le persone escono per vedere la partita, le compagnie lanciano promozioni o ridisegnano il packaging dei prodotti con temi legati al calcio. Tutto ciò favorisce un extra-ciclo di consumi, che ha impatti positivi sull’economia e sull’occupazione.

Uno studio commissionato dalla FIFA insieme all’Organizzazione mondiale del commercio stima un impatto economico lordo globale superiore agli 80 miliardi di dollari, oltre 40 miliardi di contributo al Pil mondiale e più di 800 mila posti di lavoro equivalenti. Di questa torta, circa il 40% dovrebbe rimanere negli Stati Uniti.

Numeri da capogiro, che la FIFA usa come biglietto da visita politico e rendono la questione del caro-biglietti in qualche modo secondaria. Quando si stima l’impatto dei grandi eventi, bisogna applicare una certa cautela. Secondo molti studi l’impatto reale, almeno nel breve termine, si rivela spesso una frazione di quello pubblicizzato.

Due meccanismi spiegano perché. Il primo è l’effetto sostituzione: i soldi spesi durante il mondiale non provengono dal nulla, ma vengono sottratti ad altri consumi locali. Il secondo è lo spiazzamento (crowding out): i turisti normali, spaventati dalla folla, dai prezzi e dal caos, semplicemente non vengono. Un po’ come successo a Parigi durante le scorse Olimpiadi, con la città semivuota abbandonata da residenti e turisti abituali.

L’economia delle esperienze

I numeri da capogiro del mondiale rientreranno nel trend più generale che sta vedendo l’esplosione della cosiddetta economia delle esperienze. Il termine fu coniato nel 1998, sulle pagine della Harvard Business Review, da B. Joseph Pine e James Gilmore, che teorizzarono che dopo le materie prime, i beni e i servizi, l’esperienza memorabile sarebbe diventata la nuova frontiera del valore. Si stima che questo mercato possa arrivare a 2mila miliardi di dollari entro pochi anni (più o meno, come se ognuno degli 8 miliardi di abitanti della terra spendesse 250 dollari), e già oggi circa otto Millennial su dieci dichiarano di preferire spendere per un’esperienza piuttosto che per un oggetto.

L’esperienza è sempre più considerata come un bene di lusso, e sta drenando i capitali, soprattutto in Occidente, che prima erano destinati ad altri tipi di consumi. Il boom degli ultimi anni è coinciso con il calo di valore dei beni di lusso “fisici”, il cui valore era cresciuto moltissimo nel periodo post pandemia, quando i lockdown impedivano alle persone di uscire.

Questo tipo di consumi è così variegato che è difficile evidenziare un vero e proprio trend, ma le indicazioni di una rotazione verso l’esperienza sono abbastanza chiare. Per trovarne traccia nelle aziende quotate possiamo guardare ai risultati di Live Nation, il colosso dei concerti che nel 2025 ha chiuso con ricavi record oltre i 25 miliardi di dollari, utile operativo in crescita di oltre la metà, 159 milioni di spettatori. 

L’esperienza come bene di lusso?

Il boom del settore si è accompagnato a una crescita generalizzata dei prezzi delle esperienze. L’Economist ha costruito un “indice dei servizi ultra-lusso” che dal 2019 è salito di circa il 90%: cene stellate, suite con piscina sui tetti di Parigi, posti al Super Bowl, a Wimbledon, al Met Gala, quasi tutti raddoppiati di prezzo in pochi anni. A questo fenomeno gli analisti hanno dato il nome di funflation, l’inflazione del divertimento. Il problema è che se i prezzi si alzano, esperienze un tempo popolari rischiano di diventare inaccessibili.

La logica che sembra essere applicata agli eventi super-esclusivi sembra essere la stessa che si applica ai beni di lusso. Questi tipi di consumi (i cosiddetti beni di Veblen) aumentano la desiderabilità con l’aumento del proprio prezzo. Fino a un certo punto, aumentare all’inverosimile il prezzo di una partita di calcio segnala esclusività, attirando una demografia che non sarebbe necessariamente interessata all’evento in sé. Viene da chiedersi: quanti di coloro che spenderanno decine di migliaia di dollari per assistere alla finale dei Mondiali sono realmente appassionati di calcio?

Applicare questa logica a un certo tipo di intrattenimento fino all’estremo pone, tuttavia, un rischio culturale che potrebbe minare il valore dell’esperienza stessa. Molti di questi grandi eventi sono desiderabili perché sono accessibili. Il calcio ha fascino perché, in teoria, è uno spettacolo popolare. I festival oggi pieni di influencer sono quasi tutti nati come feste alternative e underground. Ibiza e Cannes erano mete di hippie e artisti ‘spiantati’, prima di trasformarsi in vetrine per yacht.

Quando qualcosa diventa troppo esclusivo, oltre una certa soglia, ciò non aggiunge desiderabilità, ma la prosciuga. Trattare un Mondiale di calcio come un bene di lusso rischia di segare il ramo su cui è seduto il suo stesso valore. Il pubblico fa la cosa più semplice del mondo: perde interesse, e va da un’altra parte. A cercare altrove quei ricordi che restano a portata di portafoglio.

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