Le più grandi IPO della storia e cosa è successo dopo

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Quando si parla di un’offerta pubblica iniziale (IPO), ci sono diversi fattori da tenere in considerazione. La morale? L’IPO più grande non è sempre il miglior investimento. David Stevenson, editorialista del Daily Telegraph, approfondisce l’argomento in questa collaborazione speciale con Moneyfarm.

Poche operazioni finanziarie riescono a catturare l’attenzione degli investitori quanto una grande IPO. Quando una società molto attesa decide di quotarsi in Borsa, l’interesse mediatico cresce rapidamente, gli investitori si interrogano sulle prospettive future e il mercato si riempie di previsioni, spesso molto ottimistiche.

La recente quotazione di SpaceX ha riacceso il dibattito sul ruolo delle IPO nei mercati finanziari. Da un lato, queste operazioni offrono agli investitori l’opportunità di partecipare alla crescita di società che fino a quel momento erano rimaste private. Dall’altro, la storia dimostra che entusiasmo e rendimenti futuri non sempre procedono nella stessa direzione.

Il ritorno delle mega-IPO arriva inoltre in un momento particolare. Dopo alcuni anni caratterizzati da un’attività relativamente contenuta sul mercato primario, numerose aziende tecnologiche e legate all’Intelligenza Artificiale (tra cui OpenAI e Anthropic) stanno valutando l’ingresso nei mercati pubblici. Se anche solo una parte di queste operazioni dovesse concretizzarsi, gli investitori si troverebbero di fronte a una nuova generazione di società quotate con valutazioni enormi e aspettative di crescita altrettanto elevate.

Per molti investitori, però, la vera domanda non è quanto grande sia una quotazione, bensì cosa accada dopo. La dimensione di un’IPO è davvero un indicatore affidabile dei rendimenti futuri? Oppure la storia suggerisce un quadro più complesso?

Per rispondere, vale la pena guardare alle più grandi IPO degli ultimi decenni e confrontare l’entusiasmo iniziale con i risultati ottenuti nel lungo periodo.

I portafogli e gli indici azionari

Vale la pena sottolineare un aspetto importante: chi investe in un fondo azionario globale, soprattutto se indicizzato o tramite ETF, potrebbe presto ritrovarsi a detenere azioni SpaceX senza averle mai acquistate direttamente.

Il motivo è semplice. SpaceX e le altre grandi società che si preparano alla quotazione finiranno con ogni probabilità negli indici azionari di riferimento.

Secondo Jamie Gordon, direttore della testata specializzata ETF Stream, il Nasdaq ha recentemente introdotto una procedura accelerata che consente alle grandi IPO di entrare nel Nasdaq-100 dopo appena 15 giorni dalla quotazione. Si tratta di un indice seguito da ETF che gestiscono oltre 600 miliardi di dollari di patrimonio a livello globale.

Anche S&P Dow Jones Indices sta valutando modifiche ai propri criteri, riducendo il periodo di attesa per l’inclusione delle società di grandi dimensioni da dodici a sei mesi e, potenzialmente, eliminando alcuni requisiti di redditività.

Al momento, tra i principali candidati alla quotazione, soltanto SpaceX è profittevole. OpenAI e Anthropic continuano invece a registrare perdite significative.

Facendo qualche rapido calcolo, queste tre società legate all’Intelligenza Artificiale potrebbero rappresentare, sulla carta, tra il 7% e l’8% di alcuni importanti indici azionari.

MSCI ha stimato che SpaceX potrebbe diventare da sola il 13esimo titolo per peso nel proprio indice globale, una posizione oggi occupata da JPMorgan Chase. Secondo NH Investment & Securities, SpaceX arriverebbe a rappresentare il 6,6% del Nasdaq-100, OpenAI il 3,2% e Anthropic l’1,4%.

Nella pratica, però, l’impatto sui portafogli potrebbe essere inferiore. I provider degli indici probabilmente adotteranno infatti criteri basati sul flottante, includendo soltanto la quota di azioni effettivamente disponibile sul mercato e non l’intera capitalizzazione della società.

Le maxi-IPO possono destabilizzare il mercato?

Un’altra preoccupazione riguarda il possibile effetto di queste quotazioni sul resto del mercato azionario statunitense.

Le dimensioni eccezionali delle operazioni potrebbero infatti assorbire liquidità sottraendola ai titoli più popolari, in particolare alle cosiddette “Magnificent Seven”.

Si tratta però di timori che, almeno finora, non trovano particolare conferma nei dati. Dall’IPO di SpaceX dell’11 giugno, ad esempio, Nvidia ha continuato a muoversi sostanzialmente in laterale nell’area compresa tra 205 e 210 dollari, senza mostrare segnali di vendite significative.

Gli analisti di HSBC stimano che il valore complessivo delle IPO statunitensi potrebbe superare i 250 miliardi di dollari nel corso dell’anno, il livello più elevato dal 2021.

Secondo la banca, tuttavia, la domanda globale appare sufficiente ad assorbire queste nuove emissioni. Gli ETF statunitensi hanno raccolto circa 390 miliardi di dollari dall’inizio dell’anno, con un ritmo medio di circa 80 miliardi al mese. Anche la domanda societaria resta elevata: i programmi di riacquisto di azioni proprie annunciati dalle aziende hanno già raggiunto 805 miliardi di dollari, circa il 17% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Un fenomeno senza precedenti?

Se tutte e tre le grandi IPO legate all’Intelligenza Artificiale dovessero concretizzarsi, ci troveremmo davanti a qualcosa di davvero straordinario: la nascita simultanea di tre colossi tecnologici con utili limitati (o addirittura assenti) ma con una capitalizzazione complessiva nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari.

Nella storia dei mercati finanziari esistono molti esempi di IPO miliardarie, ma pochissimi possono essere paragonati per scala a ciò che stiamo osservando oggi. Basti pensare che la raccolta complessiva delle dieci più grandi IPO della storia, prima di SpaceX, ammontava a circa 202 miliardi di dollari. La sola quotazione di SpaceX vale oltre un terzo di quella cifra.

Per comprendere meglio la portata dell’evento, vale la pena guardare alle grandi IPO del passato. L’unica operazione recente che si avvicina lontanamente alle dimensioni di SpaceX è quella di Saudi Aramco.

Nel dicembre 2019 il gigante petrolifero saudita raccolse 25,6 miliardi di dollari, superando il precedente record detenuto da Alibaba e portando temporaneamente la propria valutazione a circa 2.000 miliardi di dollari, diventando la società quotata più grande al mondo.

Le azioni salirono immediatamente del 10% nel primo giorno di negoziazione sul mercato saudita Tadawul. Tuttavia, nonostante il clamore mediatico, il titolo ha successivamente registrato una performance piuttosto ordinaria, ricordando agli investitori che le dimensioni di una società non garantiscono necessariamente rendimenti superiori al mercato.

Anche Alibaba, quotata a New York nel settembre 2014, fece scalpore raccogliendo 21,8 miliardi di dollari. Il titolo fu collocato a 68 dollari, aprì a 92,70 e chiuse il primo giorno a 93,89 dollari, regalando agli investitori un rendimento immediato vicino al 38%.

La storia successiva, però, fu meno lineare. Dopo un primo anno difficile, Alibaba riuscì a raggiungere i 230 dollari per azione all’inizio del 2020. In seguito arrivarono però la stretta regolamentare sulle grandi società tecnologiche cinesi, i contrasti tra Jack Ma e le autorità di Pechino e il blocco della quotazione di Ant Group, che avrebbe potuto essere ancora più grande di quella della stessa Alibaba.

Le 10 maggiori IPO globali degli ultimi decenni

SocietàDataBorsaRaccolta ($M)1° giornoDall’IPO a oggiSettore
1 SpaceXGen 2026Nasdaq$75.000+11%Poche settimane, ancora sopra il prezzo IPOIndustria
2 Saudi AramcoDic 2019Tadawul$25.599+10% Sostanzialmente piatta, dividendi generosiEnergia
3 AlibabaSet 2014NYSE$21.767+38%In rialzo, ma lontana dal picco del 2020Tecnologia
4 SoftBank CorpDic 2018Tokyo Stock Exchange$21.345−15%Debutto debole, rendimento da dividendiServizi comunic.
5 NTT MobileOtt 1998Tokyo Stock Exchange$18.089Ridimensionata, reintegrata in NTTServizi comunic.
6 VisaMar 2008NYSE$17.864+28%Circa +2.200%, la migliore in assolutoFinanza
7 AIA Ott 2010Hong Kong Exchange$17.816+17%Solida, moltiplicatore significativoFinanza
8 Enel SpANov 1999NYSE$16.452Prezzo piatto, rendimento elevatoUtility
9 FacebookMag 2012Nasdaq$16.007+0%Sotto il prezzo IPO per un anno, ora +10xTecnologia
10 General MotorsNov 2010NYSE$15.774+3%Sottotono, ha sottoperformato il mercatoBeni voluttuari
Fonte: Renaissance Capital

Le precedenti grandi IPO

Se guardiamo ancora più indietro nel tempo, scopriamo che le IPO giapponesi furono per un periodo il fenomeno del momento.

La quotazione di NTT DoCoMo nel 1998, ad esempio, raccolse 18,1 miliardi di dollari, stabilendo all’epoca il record mondiale. Il mercato giapponese stava vivendo una vasta stagione di privatizzazioni e DoCoMo, divisione mobile di NTT, era considerata uno dei gioielli dell’economia del Paese, allora all’avanguardia nella tecnologia mobile. Le azioni registrarono un forte rialzo nel primo giorno di contrattazioni e l’azienda divenne rapidamente un nome familiare in tutta l’Asia.

Vent’anni dopo, nel dicembre 2018, SoftBank portò in Borsa la propria divisione telecom domestica raccogliendo 21,3 miliardi di dollari, la più grande IPO giapponese mai realizzata fino a quel momento. Gran parte dell’offerta fu sottoscritta da investitori retail giapponesi, che però dovettero fare i conti con una delusione: il titolo perse terreno nelle settimane e nei mesi successivi alla quotazione.

Probabilmente, prima di SpaceX, nessuna IPO aveva generato aspettative paragonabili a quelle che accompagnarono l’arrivo di Facebook sul Nasdaq nel maggio 2012.

L’azienda raccolse 16 miliardi di dollari e venne valutata 104 miliardi. Tuttavia, l’esordio fu tutt’altro che brillante. Problemi tecnici ritardarono l’avvio delle contrattazioni e, quando il titolo iniziò finalmente a scambiare, chiuse praticamente invariato rispetto al prezzo di collocamento.

Nei mesi successivi le azioni persero oltre il 50% del loro valore. Molti investitori iniziarono a chiedersi se il passaggio al mobile, anziché rappresentare un’opportunità, potesse trasformarsi in una minaccia per il modello di business dell’azienda.

Con il senno di poi, sappiamo com’è andata a finire: Facebook (oggi Meta) è diventata una delle aziende più redditizie della storia e il titolo ha generato rendimenti straordinari nel lungo periodo.

Visa: il caso che smentisce la regola

Tra le grandi IPO della storia, quella di Visa rappresenta probabilmente l’eccezione più interessante.

La società si quotò nel marzo 2008, proprio mentre la crisi finanziaria globale stava entrando nella sua fase più drammatica. Il timing sembrava pessimo: poche settimane dopo il collocamento, il sistema finanziario internazionale sarebbe stato travolto dal fallimento di Lehman Brothers.

Eppure Visa si rivelò uno dei migliori investimenti degli ultimi decenni. Il titolo guadagnò circa il 28% nel primo giorno di negoziazione e da allora ha prodotto un rendimento complessivo nell’ordine del 2.000%, grazie alla crescita del business dei pagamenti elettronici e alla straordinaria capacità dell’azienda di generare profitti nel tempo.

La lezione è chiara: il contesto macroeconomico al momento della quotazione conta meno della qualità del business sottostante.

Le grandi aziende non hanno necessariamente avuto grandi IPO

C’è un ultimo dettaglio interessante: molti dei nomi che oggi dominano i mercati finanziari non compaiono nella classifica delle maggiori IPO della storia.

Apple raccolse appena 122 milioni di dollari nel 1980; Microsoft si quotò nel 1986 raccogliendo circa 61 milioni; Amazon nel 1997 ne raccolse soltanto 54. Nessuna di queste operazioni avrebbe attirato particolare attenzione secondo gli standard odierni.

Il motivo è semplice: all’epoca le aziende arrivavano in Borsa molto prima nel proprio ciclo di sviluppo. Inoltre, il settore del venture capital era ancora relativamente poco sviluppato e non disponeva delle enormi risorse che oggi consentono alle imprese di restare private per molti anni.

Cosa ci dice davvero la storia delle IPO?

Per comprendere il comportamento delle IPO nel lungo periodo è impossibile non citare il lavoro di Jay Ritter, professore dell’Università della Florida e autore di uno dei più completi database mai costruiti sul tema.

Le sue ricerche evidenziano due risultati particolarmente interessanti.

Il primo è il cosiddetto IPO pop: le nuove quotazioni tendono mediamente a salire nel primo giorno di contrattazioni. Analizzando oltre 14.000 IPO statunitensi dal 1960 in avanti, Ritter ha rilevato che il rialzo medio del primo giorno è stato pari a circa il 17,7%. In altre parole, molte aziende lasciano potenzialmente denaro sul tavolo fissando un prezzo di collocamento inferiore a quello che il mercato sarebbe disposto a pagare.

Il secondo risultato è meno incoraggiante. Se guardiamo oltre l’entusiasmo iniziale, le IPO tendono a sottoperformare il mercato. Lo studio originario di Ritter, pubblicato nel 1991, mostrava che le società quotate tra il 1975 e il 1984 avevano generato, nei tre anni successivi alla quotazione, un rendimento medio significativamente inferiore rispetto ad aziende comparabili già presenti sul mercato.

Gli aggiornamenti più recenti confermano lo stesso schema: in media, le IPO continuano a registrare performance inferiori ai benchmark di riferimento di circa il 2-3% all’anno.

L’effetto è particolarmente evidente nelle società più piccole, giovani e quotate durante i periodi di maggiore euforia del mercato.

Quando Ritter suddivide il campione per dimensione aziendale, emerge però una sfumatura importante: le aziende di grandi dimensioni, con oltre un miliardo di dollari di fatturato, tendono a comportarsi molto meglio e in alcuni casi riescono persino a sovraperformare il mercato. Sono soprattutto le piccole società speculative a trascinare verso il basso le statistiche aggregate.

L’indice delle IPO non batte il mercato

Anche Renaissance Capital, una delle società di ricerca più specializzate nel settore delle IPO, ha creato un indice dedicato alle società recentemente quotate.

I risultati non sono particolarmente esaltanti. Considerando i dati aggiornati a maggio 2026, l’indice globale delle IPO ha registrato un rendimento cumulato a cinque anni pari a circa -17%, contro il +75% dell’indice FTSE All World.

Su orizzonti più brevi le performance migliorano, ma il messaggio generale resta lo stesso: investire sistematicamente nelle IPO non sembra essere stata una strategia vincente rispetto a un investimento diversificato nel mercato globale.

Cosa ci insegna tutto questo

La storia delle grandi IPO insegna una lezione fondamentale: la dimensione dell’operazione dice molto poco sui rendimenti futuri.

Alcune delle più grandi quotazioni della storia hanno generato risultati eccezionali. Altre si sono rivelate investimenti deludenti. Molte si collocano semplicemente nel mezzo.

L’analisi dei dati mostra anche come sia cambiato profondamente il ciclo di vita delle aziende quotate. In passato società come Amazon e Microsoft arrivavano sul mercato pubblico relativamente presto, consentendo agli investitori retail di partecipare alle fasi di crescita più esplosive.

Oggi le cose sono diverse. La disponibilità di capitale privato è talmente ampia che molte aziende rimangono fuori dai mercati pubblici per oltre un decennio.

Negli ultimi anni abbiamo inoltre assistito all’ascesa e al successivo declino delle Special Purpose Acquisition Company (SPAC), così come alla diffusione delle direct listing, un modello adottato da aziende come Spotify e Slack per evitare il tradizionale processo di collocamento gestito dalle banche d’investimento.

Eppure, nonostante le critiche al sistema tradizionale, poche aziende sembrano realmente intenzionate ad abbandonarlo.

La mia conclusione personale è relativamente semplice: tendo ad evitare le IPO, salvo nei casi in cui abbia una forte convinzione sulla qualità dell’azienda e sulle sue prospettive future.

In particolare, sono generalmente molto prudente quando a vendere le azioni è un fondo di private equity. L’esperienza insegna che molte di queste operazioni finiscono per deludere gli investitori.

Questo non significa che partecipare a un’IPO non possa rivelarsi una scelta vincente. Se l’azienda possiede un vantaggio competitivo duraturo e la valutazione non è eccessiva, l’investimento può generare ottimi risultati.

La storia suggerisce però un approccio più paziente: nella maggior parte dei casi, attendere che l’entusiasmo iniziale si attenui e che il prezzo trovi un equilibrio più realistico può offrire opportunità migliori rispetto all’acquisto immediato al momento della quotazione.

Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. Le performance passate non sono garanzia di risultati futuri. Queste informazioni hanno uno scopo puramente educativo e non devono essere considerate una consulenza d’investimento personalizzata.

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