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Investire in Pir, Piani individuali di risparmio: è la scelta giusta?

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Lanciati nel gennaio 2016, in Italia i Pir sono una delle più grosse novità finanziarie degli ultimi anni da un punto di vista legislativo. Nonostante la spinta dell’industria del risparmio gestito, questo strumento ha in un certo senso faticato a prendere piede, proprio per alcuni limiti strutturali insiti nello strumento che ne hanno limitato la portata nonostante i generosi benefici fiscali garantiti ai risparmiatori.

Da quando sono stati lanciati i Pir hanno raccolto oltre 15 miliardi di euro. Il legislatore ne ha anche ampliato lo scopo introducendo i PIR alternativi e prevedendo anche interventi successivi che hanno in qualche modo ampliato la flessibilità dello strumento.

Moneyfarm è stata tra i primi a mettere i risparmiatori in guardia dai rischi che i Pir potrebbero comportare per un investitore retail. Ovviamente non si tratta di uno strumento da condannare a prescindere. Ma continuiamo a ritenere che, nonostante il significativo beneficio fiscale, a un risparmiatore non convenga in questa fase investire una quota significativa del proprio patrimonio in strumenti di investimento eccessivamente concentrati sugli indici Italiani, soprattutto considerando i vincoli stringenti e i costi alti spesso associati a questo tipo di fondi.

Purtroppo almeno in una fase inizialeI dati presentati di Assogestioni degli 800 mila risparmiatori che hanno sottoscritto i Pir durante il primo anno e mezzo di lancio, oltre 500 mila quelli che sono alla loro prima esperienza con i fondi comuni.

Dopo un inizio sugli scudi, l’appeal commerciale di questo tipo di investimenti è molto diminuito nel 2019 e nel 2020. La ragione del calo è stata determinata in buona pare da alcune confusioni legislative che hanno riguardato questi strumenti, ma anche da una performance degli indici borsistici italiani inferiore a quella fatta registrare dai principali indici globali negli ultimi anni.

Negli ultimi mesi si è parlato di un rilancio di questi strumenti, anche sull’onda di alcune novità da un punto di vista legislativo come l’introduzione del credito di imposta. Per questo abbiamo messo insieme (qui sotto) una guida rapida per chi volesse investire in questo strumento. Il nostro suggerimento ai risparmiatori è quello di non considerare solamente l’incentivo fiscale ma di mettere questo vantaggio sul piatto della bilancia insieme ad altri potenziali limiti dei Pir come la scarsa diversificazione e i costi spesso eccessivi di questi strumenti.

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Guida ai Pir, i Piani Individuali di Risparmio

Cosa sono i Pir: le regole dell’investimento in Pir

L’obiettivo dei Piani individuali di risparmio, sicuramente meritorio nelle intenzioni, è quello di indirizzare il risparmio verso le piccole e medie imprese italiane con il risultato di stimolare l’economia nazionale. Lo schema ricalca quello già collaudato in altri Paesi europei, come Francia e Regno Unito, dove esistono prodotti affini. In pratica, i Pir sono contenitori giuridici che possono assumere varie forme (fondi Pir, conti titoli, gestioni patrimoniali) e contenere diversi prodotti finanziari (azioni, obbligazioni, Etf, depositi e conti correnti) purché vengano rispettate, nella composizione dei portafogli, le limitazioni previste dalla legge che elenchiamo di seguito. Nel corso del tempo queste regole sono cambiate più volte fino ad arrivare all’attuale conformazione: 

  • È obbligatorio investire almeno il 70% del capitale in aziende con sede in Italia o in imprese domiciliate all’interno dello spazio economico europeo (SEE) che abbiano stabile organizzazione nel nostro Paese;
  • Almeno il 25% di questa quota (o il 17,5%% del totale) deve essere investita in strumenti emessi da aziende quotate che non siano incluse nell’indice Ftse Mib di Borsa Italiana o in equivalenti indici esteri;
  • Almeno il 5% (o il 3,5% del totale) deve essere investito in small cap, ovvero aziende a capitalizzazione relativamente piccola non incluse negli indici Ftse Mib o Ftse Mid Cap.
  • La quota investita su un singolo emittente non deve superare il 10% del totale (questo vale anche per gli strumenti liquidi come i conti correnti e i depositi, che tutti insieme non possono sforare il 30% del capitale investito).

Un altra novità introdotta dalla legge di bilancio 2019 è la possibilità per fondi pensione e casse previdenziali di investire in uno o più fondi Pir una quota non superiore al 10% del totale delle masse gestite.

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Come investire in Pir: A chi è destinato l’investimento in Pir

I Pir sono destinati solo alle persone fisiche per gli investimenti effettuati fuori dall’esercizio di impresa. La soglia minima di investimento è di 500 euro mentre quella massima per approfittare del beneficio fiscale è di 30.000 euro annui. Non è possibile stipulare Pir per le imprese o Pir per le aziende.

Cosa son i Pir: vantaggi fiscali

Investendo in Pir si può godere di importanti vantaggi fiscali: non si paga il 26% di imposta sul capital gain tanto per cominciare. Ma attenzione: i redditi da capitale e i rendimenti vengono esentati da imposte se (e solo se) l’investimento viene mantenuto per più di 5 anni (con la possibilità di continuare a investire anche oltre questo orizzonte temporale). I Pir sono inoltre esenti dall’imposta di successione, agevolazione da sempre riservata solo ai titoli di debito pubblico e alle polizze vita.

Cosa sono i Pir: un caso unico in Italia

Con i Pir il legislatore offre uno sconto per incoraggiare i risparmiatori a fare investimenti di lungo termine. In tutta Europa esistono strumenti di questo tipo ma solo in Italia lo sconto fiscale si applica a condizione che i risparmi vengano investiti con vincoli tanto stringenti. Solo in Italia, inoltre, lo sconto fiscale viene meno in caso di vendita dell’investimento anticipato. La nostra opinione è che investire per il  lungo termine è sicuramente l’opzione  (qui tutti i vantaggi dell’investimento di lungo termine) ma riteniamo vincolare il risparmiatore con una strategia predeterminata è un modo discutibile per incoraggiarlo.

La novità del 2020, i Pir alternativi: in cosa differiscono dai Pir tradizionali

A partire dal 2020, in seguito al decreto Rilancio, ai Pir tradizionali sono stati affiancati dei nuovi strumenti con caratteristiche simili. Questi strumenti hanno dei limiti più stringenti rispetto ai Pir tradizionali:

  • almeno il 70% deve essere investito per almeno due terzi dell’anno in via diretta o indiretta in strumenti finanziari anche non quotati di imprese italiane non appartenenti agli indici FTSE MIB e FTSE Italia Mid Cap. Oltre agli strumenti finanziari tradizionali è possibile investire anche in prestiti erogati alle Pmi e ai loro crediti.
  • Il beneficio fiscale è stato ampliato con la possibilità di investire fino a un massimo di 1,5 milioni di euro  dieci anni esenti dall’imposta sul capital gain. Il limite massimo per l’investimento annuale è di 300.000 euro all’anno
  • Il vincolo di investimento di un singolo emittente è aumentato dal 10% al 20%
  • I Pir alternativi possono essere costruiti attraverso veicoli di investimento  come Eltif, fondi di PE, fondi di private debt e fondi di credito.

I Pir alternativi sono strumenti pensati per aiutare le PMI a finanziarsi. Sono strumenti più complessi dei Pir tradizionali e si rivolgono principalmente a una platea di investitori istituzionali.

Pir troppo concentrati sul rischio Italia

Uno dei limiti principali dei Pir è a nostro avviso l’eccessiva concentrazione sugli investimenti italiani. La sottoperformance degli indici nazionali rispetto ai principali indici europei è una storia ormai nota. Se la performance passata non è necessariamente indicativa delle preformance future, crediamo che quando si approccia un investimento bisogni adottare una valutazione fondamentale e macro economica generale, cogliendo al massimo le opportunità presenti sui mercati globali. Per questo i Pir, se possono rappresentare un ottimo spunto di diversificazione soprattutto grazie al beneficio fiscale, non possono – come del resto tutti gli investimenti – prescindere da una valutazione strategica globale.

Una delle ragioni per cui i Pir sono stati creati è quella di favorire la piccola e media impresa italiana ed è innegabile che tra le aziende italiane a piccola e media capitalizzazione ci siano tante eccellenze. In passato il lancio dei Pir ha attirato molti flussi sugli indici “minori” di Piazza Affari che hanno sostenuto la performance di certi titoli. Il fatto, però, che i prezzi dei titoli siano in parte guidati dai flussi (incentivo fiscale) e non dai fondamentali non ci lascia dormire sonni tranquilli. Mentre i fondamentali pongono una seria base per le valutazioni azionarie nel medio periodo, i flussi si possono invertire. Questo vale ancora di più per l’investimento obbligazionario, con il rischio che l’offerta si concentri su poche aziende liquide, diminuendo ulteriormente l’universo investibile.

La vera strada per una crescita sostenibile di questi segmenti è la quotazione di nuove società e la ritrosia delle piccole e medie imprese italiane alla quotazione è un problema ben noto, ma siamo sicuri che il miglior modo per incoraggiarle sia utilizzare una leva fiscale che condiziona le scelte di investimento delle famiglie italiane?

I costi dei Pir

Un altro aspetto che bisogna tenere in considerazione, per orientarsi all’interno dell’offerta Pir compliant, è quello dei costi. I Piani Individuali di Risparmio presentano elevati costi di gestione, anomali rispetto ai fondi tradizionali e tali da assorbire con certezza parte del (potenziale) guadagno legato all’esenzione fiscale. Secondo le nostre stime, basate sui dati ufficiali dei 56 principali prodotti Pir, il costo totale di gestione, con un’ipotesi di sovrarendimento del 5%, è del 3,07% su un investimento a tre anni e del 2,74% a cinque anni (a tal proposito leggi l’articolo di Federico Fubini apparso sul Corriere della Sera in seguito all’intervista al CEO di Moneyfarm). Questo sovrapprezzo non ha ovviamente nessuna giustificazione se non il fatto che l’industria del risparmio gestito provi ad aggiudicarsi una parte dello sgravio fiscale promesso ai risparmiatori. I costi dei prodotti finanziari, al netto di qualsivoglia vantaggio fiscale, hanno la capacità di influenzare decisamente le prospettive di guadagno di lungo periodo e dovendo tenere conto dei rendimenti dei Pir, la questione costi è sicuramente di prioritaria importanza.

Alternative ai Pir

In definitiva i Pir possono essere sicuramente presi in considerazione da un investitore retail. Ciò che conta è comprendere la natura complessa dello strumento, i suoi vincoli e di conseguenza allocare in esso solo una parte del proprio risparmio. Come Moneyfarm crediamo che la diversificazione geografica e l’efficienza degli Etf siano il miglior modo per proteggere e accrescere il risparmio nel tempo. Crediamo inoltre che sia importante per l’investitore poter mantenere il controllo del suo patrimonio senza dover incorrere in penalità. Grazie alla tecnologia la nostra consulenza riesce a offrire i costi più competitivi del risparmio gestito in Italia e ti invitiamo a fare due calcoli di fronte all’opzione di un fondo Pir, tenendo presente che il costo della maggior parte dei Piani Individuali presenti oggi sul mercato potrebbe vanificare totalmente, nel medio periodo, l’effetto del vantaggio fiscale.

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