Tassazione sul trading in Italia nel 2026: come funziona e cosa sapere

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Chi inizia a fare trading online deve considerare anche una componente importante, oltre a guadagni e perdite, ovvero la tassazione. In Italia la principale tassa a cui fare riferimento in questo senso è l’imposta sostitutiva al 26%, applicata sui redditi di natura finanziaria.

Nella pratica, si devono pagare delle tasse sulle plusvalenze ottenute dalla compravendita di strumenti finanziari. Va ricordato infatti che chi fa trading online non vede applicate le stesse tasse normalmente calcolate sul reddito da lavoro su questi guadagni.

Chi percepisce una rendita da queste attività deve quindi dichiararlo al Fisco, e le modalità possono cambiare in base alla piattaforma online e al broker con cui si effettuano le operazioni. Essendo il trading online un metodo di investimento piuttosto recente, anche le normative fiscali sono state aggiornate negli ultimi anni. Vediamo cosa bisogna sapere sulle tasse se si fa trading online.

Quali sono le tasse sul trading in Italia?Principalmente si applica l’imposta sostitutiva del 26% sulle plusvalenze, ma vi sono casi con aliquote agevolate
Quali sono i regimi fiscali disponibili?Regime amministrato o regime dichiarativo
I guadagni del trading online si devono dichiarare?Sì, è obbligatorio per legge, con sanzioni severe per chi non dichiara
Quale modello si usa per le dichiarazioni?Il Modello 730 oppure il Modello Redditi PF

Come viene tassato in Italia il trading online nel 2026

Il trading oggi è considerato come una modalità particolarmente snella e veloce per investire, tant’è che stanno nascendo nuove opportunità anche in termini di trading automatico e di AI trading, che sfruttano le più recenti tecnologie.

In Italia il trading online è tassato principalmente attraverso l’imposta sostitutiva applicata alle plusvalenze che vengono realizzate nel concreto. Ricordiamo che viene quindi considerata la differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto di uno strumento finanziario, al netto di commissioni e altri costi.

Una prima distinzione da fare riguarda le tipologie di strumenti su cui è possibile investire, per cui le aliquote sulle plusvalenze cambiano in questo modo:

In Italia questa è la prima distinzione che viene applicata in generale sugli strumenti finanziari. Bisogna poi tenere conto che i dividendi e le cedole seguono l’aliquota al 26%. Va poi evidenziato che sugli ETF non armonizzati e sui fondi non armonizzati si applica l’IRPEF con aliquote 2026 (dal 23% al 43%) in base allo scaglione di reddito. Le criptovalute invece prevedono una tassazione a sé stante.

Compensazione delle minusvalenze

Un aspetto fondamentale riguarda la compensazione delle minusvalenze. Queste fanno riferimento alle perdite subite negli investimenti, al contrario delle plusvalenze che si riferiscono ai guadagni. Queste negatività si possono compensare a livello fiscale (ovvero viene ridotta la base delle plusvalenze su cui applicare le imposte). Ma questo può avvenire solo all’interno della stessa categoria di redditi finanziari e non si possono compensare con redditi da capitale.

Facciamo un esempio pratico: immagina durante l’anno di realizzare una perdita di 2.000 euro in Borsa e una plusvalenza di 3.000 euro su altre operazioni di trading.

In questo caso puoi compensare la minusvalenza con i guadagni dello stesso tipo, riducendo la base imponibile a 1.000 euro, su cui verrà effettivamente applicata l’imposta del 26%. Se invece percepisci anche 500 euro di dividendi, questi non possono essere compensati con le perdite del trading e sono tassati separatamente, sempre con la loro aliquota.

Tassazione trading 2026: regimi dichiarativo e amministrato

Un altro elemento a cui fare attenzione quando si parla di tassazione nel trading riguarda il regime fiscale adottato, in base al broker o alla piattaforma di riferimento. Il sistema fiscale italiano prevede due modalità principali per la gestione delle imposte sul trading:

  • regime amministrato: in questo caso ti affidi a un intermediario autorizzato che agisce come sostituto d’imposta. Quindi il broker calcola automaticamente le plusvalenze e trattiene direttamente le imposte dovute, versandole allo Stato. Non devi quindi occuparti della dichiarazione e delle operazioni ai fini fiscali, se non in casi particolari legati a posizioni estere o redditi aggiuntivi;
  • regime dichiarativo: la responsabilità fiscale ricade interamente sul trader. Questo è il caso tipico dei broker esteri senza sede fiscale in Italia: se ti trovi in questa situazione devi quindi calcolare plusvalenze, minusvalenze e imposte dovute, compilando la dichiarazione dei redditi e versando autonomamente le tasse.

La differenza principale tra i due regimi riguarda quindi il soggetto che gestisce il pagamento delle imposte: la piattaforma di trading nel regime amministrato, il trader nel secondo caso. Questa distinzione incide anche sulla complessità della gestione fiscale e sugli adempimenti richiesti, con diversi pro e contro.

AspettoRegime amministratoRegime dichiarativo
Soggetto che gestisce le tasseIntermediario o broker autorizzato, che opera come sostituto d’impostaTrader o investitore
Calcolo delle imposteAutomatico, effettuato dal brokerManuale, a carico del trader
Pagamento delle imposteTrattenute direttamente dal broker e versate allo StatoVersate autonomamente dal trader
Dichiarazione dei redditiGeneralmente non necessaria per le operazioni finanziarie (salvo casi particolari)Sempre necessaria tramite dichiarazione dei redditi
Tipologia di brokerTipicamente broker italianiTipicamente broker esteri senza sede fiscale in Italia
Complessità di gestioneBassaAlta
Adempimenti fiscaliRidottiCompleti e a carico del trader
Rischio di erroriBassoPiù elevato se non si è esperti

Per sapere in quale regime fiscale ti trovi, la prima cosa è verificare l’accordo con la piattaforma che utilizzi per fare trading, individuando la parte dedicata alla tassazione. Puoi anche contattare il servizio clienti in caso di dubbi rilevanti, oppure controllare il tuo estratto conto. Moneyfarm opera in regime amministrato, per facilitare le operazioni ai trader che utilizzano la piattaforma.

Calcolo delle tasse nel trading online

Il calcolo delle tasse sul trading si basa sull’applicazione delle aliquote sui guadagni e, come abbiamo visto, sulla compensazione delle eventuali minusvalenze. Bisogna però tenere conto di quali sono gli strumenti finanziari che vengono acquistati e venduti tramite trading.

Strumento finanziarioAliquota 2026Cosa sapere
Azioni26%Tasse applicate sulle plusvalenze dalla vendita
ETF armonizzati26%Regime fiscale standard
CFD e derivati26%Tassazione applicata sul margine
Obbligazioni corporate26%Tasse su cedole e capital gain
Titoli di Stato italiani e europei12,5%Si applica l’aliquota agevolata
ETF non armonizzatiIRPEF dal 23% al 43%Si applica la tassazione ordinaria IRPEF in base alle aliquote in corso
ETC Commodity (oro, argento ecc)26%Aliquota standard

Il calcolo finale si ottiene sottraendo le minusvalenze dalle plusvalenze e applicando l’aliquota corrispondente al risultato netto. Come abbiamo visto, nel caso di broker in regime dichiarativo, questo procedimento deve essere effettuato dal trader (anche con l’aiuto di un commercialista), mentre nel regime amministrato viene gestito automaticamente dall’intermediario.

La tassazione delle criptovalute è un discorso a sé stante, con normative fiscali che sono cambiate e si sono evolute nel tempo. L’aliquota infatti è passata recentemente al 33%, con eccezione dei token di moneta elettronica denominati in Euro, che rimangono al 26% di aliquota.

Tassazione sul deposito di valuta estera

Un caso particolare da considerare nella tassazione riguarda le plusvalenze su valute estere detenute su conti correnti o depositi. In Italia, infatti, i guadagni derivanti dalle variazioni dei cambi valuta non sono sempre imponibili: diventano fiscalmente rilevanti solo se la giacenza complessiva in valuta estera detenuta dal trader supera, nel periodo d’imposta, il valore di 51.645,69 euro per almeno sette giorni lavorativi consecutivi.

In questa situazione, le eventuali plusvalenze realizzate al momento della conversione della valuta concorrono a formare reddito e vengono quindi tassate come redditi diversi. Al di sotto di tale soglia, invece, le oscillazioni di cambio non generano generalmente obblighi fiscali. Sapere questo è particolarmente importante per chi opera sui mercati Forex.

Come fare la dichiarazione dei redditi sul trading online

Molti sottovalutano questo punto: chi fa trading online e percepisce un guadagno deve effettuare la dichiarazione dei redditi, integrandola con tutte le informazioni utili al Fisco per individuare l’attività svolta. Non farlo, di fatto è equivalente a evadere il Fisco. Anche chi detiene posizioni all’estero deve effettuare la dichiarazione, indipendentemente dai guadagni. La dichiarazione dei redditi per chi fa trading online dipende dal regime fiscale adottato e dalla tipologia di strumenti detenuti, come abbiamo visto nei paragrafi precedenti.

Nel regime dichiarativo, il trader deve compilare principalmente il Modello Redditi Persone Fisiche, in relazione alle operazioni dell’anno precedente, attraverso queste sezioni:

  • Quadro RT: qui vanno indicate le plusvalenze;
  • Quadro RW: qui vanno inserite le attività finanziarie detenute all’estero;
  • Quadro RM: qui vanno inseriti casi specifici, ad esempio per alcuni redditi di capitale da una fonte estera o per soggetti con imposta sostitutiva.

Deve poi quindi provvedere al pagamento al Fisco di quanto dovuto tramite Modello F24. In questo caso esistono alcuni codici tributo specifici per il pagamento, ovvero codici numerici da inserire nell’F24 affinché il pagamento vada a buon fine, e i principali sono:

  • Codice tributo 1100: per l’imposta sostitutiva sulle plusvalenze, Quadro RT;
  • Codice tributo 1242: per i redditi di capitale come interessi e dividendi esteri, Quadro RM;
  • Codice tributo 4001: per il saldo dell’IRPEF (quando è dovuta), Quadro RL.

Nel regime amministrato, invece, la dichiarazione è molto più semplice, perché le tasse vengono calcolate e versate dal broker. Non è necessario indicare le singole operazioni nel quadro RT, perché il broker fornisce un documento specifico di certificazione al trader. Ma resta l’obbligo di dichiarare eventuali attività estere o altri redditi finanziari non gestiti dal sostituto d’imposta.

Pensiamo ad esempio a un investitore che utilizza più broker: in questo scenario, può trovarsi a dover combinare regimi diversi, compilando sia il Modello 730, sia il Modello Redditi PF per la parte amministrata, sia i Quadri RT e RW per la parte dichiarativa.

Modello 730 o Modello Redditi PF?

Va ricordato che il modello di documentazione da utilizzare per la dichiarazione può cambiare in base ai redditi normalmente percepiti. In particolare, l’Agenzia delle Entrate mette a disposizione di tutti i contribuenti modelli specifici da usare in queste situazioni:

  • Modello 730: è quello usato generalmente dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, ovvero da chi non ha una partita IVA. Può essere utilizzato per indicare i guadagni dal trading online;
  • Modello Redditi PF: è quello normalmente usato da liberi professionisti con partita IVA (anche chi si trova in regime forfettario) e viene utilizzato anche per indicare i guadagni di tipo finanziario.

Esistono poi altri documenti utili, come il Modello SP, rivolto alle società di persone, ma generalmente per il trading online vengono usati i modelli visti sopra. Per ogni dubbio si consiglia la consulenza di un centro CAF o di un commercialista esperto.

Cosa succede se non dichiaro il trading online

A questo punto bisogna fare molta attenzione, perché il rischio di ricevere sanzioni dopo i controlli del Fisco è alto. La mancata dichiarazione delle attività di trading può infatti essere considerata una violazione fiscale vera e propria. In caso di controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate, il trader può essere soggetto ad un accertamento per guadagni non dichiarati e imposte non versate.

Oggi l’Agenzia delle Entrate ha molti più strumenti rispetto al passato per verificare la correttezza delle dichiarazioni, per cui in caso di omissioni può chiedere al trader di pagare le tasse dovute, ma con l’aggiunta di sanzioni amministrative e interessi.

Cosa succede se non pago le tasse sul trading online

Il mancato pagamento delle imposte sul trading comporta quindi sanzioni proporzionali all’importo non versato. Le sanzioni possono includere interessi di mora che aumentano in base al ritardo e alla gravità dell’omissione.

In caso di dichiarazione infedele o omessa, le sanzioni possono variare indicativamente dal 90% al 240% dell’imposta dovuta, a seconda delle circostanze specifiche. Se il trader decide di regolarizzare in modo spontaneo la propria situazione (può farlo tramite ravvedimento operoso) le sanzioni possono essere ridotte in termini percentuali.

Dove non si pagano tasse sul trading online

In Italia non esistono delle esenzioni delle tasse per il trading online, ma ci sono situazioni in cui la tassazione è ridotta o non si applica. Le riassumiamo qui:

  • Titoli di Stato italiani ed europei che beneficiano di un’aliquota agevolata del 12,5%, per cui si paga di meno;
  • compensazione delle minusvalenze, che può ridurre o azzerare le imposte dovute se le perdite sono elevate rispetto ai guadagni effettivi;
  • non si pagano imposte sulle plusvalenze non realizzate: finché una posizione non viene chiusa, non si genera alcun evento rilevante per il Fisco.

Questi sono i casi in cui è ammesso non pagare le tasse sul trading. Affidarsi a piattaforme estere pensando di non dover pagare le tasse in Italia è un errore, e l’Agenzia delle Entrate può multare severamente questi casi.

Trading online con il regime amministrato con Moneyfarm

Se vuoi iniziare a fare trading online o passare ad una piattaforma efficiente e semplice da usare, Moneyfarm ti offre un Conto Trading in regime amministrato, una soluzione per chi vuole investire sui mercati finanziari senza doversi occupare della gestione fiscale.

Come sostituti di imposta, calcoliamo e tratteniamo le tasse sulle tue eventuali plusvalenze, versandole automaticamente al Fisco. Questo vuol dire che non devi preoccuparti di compilare i Quadri fiscali relativi alle operazioni di trading nella dichiarazione dei redditi.

Il servizio è ideale per chi desidera operare in autonomia sui mercati ma con la comodità della fiscalità automatizzata e in linea con la normativa italiana. Con il nostro Conto Trading accedi ad un supporto tecnico e professionale continuo, senza dover occuparti in prima persona di versare le tasse.

Se ti interessa investire negli ETF, puoi trovare sul nostro sito anche una lista degli strumenti con relativa quotazione, ad esempio potresti verificare il valore di alcuni ETF green come Amundi Corporate Green Bond UCITS ETF Acc oppure di alcuni asset in crescita come WisdomTree Copper ETC.

Domande frequenti

Quanto si paga di tasse sul trading in Italia nel 2026?

In generale la tassazione è del 26% sulle plusvalenze derivate dal trading, con alcune eccezioni come i titoli di Stato, su cui è prevista un’agevolazione fiscale con tassazione al 12,5%.

Devo dichiarare il trading anche se non ho guadagnato?

Sì, soprattutto se utilizzi broker esteri è obbligatorio compilare il Quadro RW anche in assenza di guadagni, dichiarando i conti esteri posseduti.

Qual è la differenza tra regime amministrato e dichiarativo?

Nel primo caso le tasse vengono calcolate e versate direttamente dal broker, nel secondo invece è il trader che deve occuparsi di calcolare e pagare le proprie tasse in autonomia. Il regime amministrato è più vantaggioso perché semplifica le procedure per il trader.

Le perdite nel trading si possono recuperare fiscalmente?

Sì, le minusvalenze possono essere compensate con plusvalenze future, se si riferiscono agli stessi strumenti di investimento finanziario. La base imponibile su cui vengono calcolate le tasse può quindi abbassarsi in relazione alle minusvalenze cumulate durante l’anno.

Cosa rischio se non dichiaro il trading?

Rischi accertamenti fiscali da parte dell’Agenzia delle Entrate, con conseguente obbligo di pagamento delle imposte evase, con l’aggiunta di sanzioni e interessi. Agire spontaneamente con il ravvedimento operoso permette di abbassare in termini percentuali queste sanzioni.

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*Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.