La crescita delle rinnovabili nel caos energetico

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E se la crisi dello Stretto di Hormuz fosse l’occasione giusta per lasciarsi alle spalle l’economia basata sui combustibili fossili e accelerare la transizione energetica? Oggi, mentre la Giornata della Terra (22 aprile) richiama l’attenzione sull’urgenza della sfida climatica, questa domanda torna ad essere più attuale che mai. Oltre 50 anni fa, di fronte a un’altra crisi petrolifera, probabilmente qualcuno si poneva già delle domande simili. 

Nel gennaio del 1974, i governi europei introdussero misure che sembrano riportare il Vecchio Continente ai tempi bui dell’economia di guerra: domeniche senza automobili in Germania e nei Paesi Bassi, limiti al riscaldamento domestico in Francia e nel Regno Unito, coprifuoco per le insegne luminose. 

Lo shock energetico fu scatenato dalla decisione di alcuni Paesi produttori di petrolio di tagliare l’offerta di greggio per protestare contro il supporto dei Paesi Occidentali a Israele che aveva appena vinto la guerra del Kippur (il conflitto armato del 1973 tra una coalizione di eserciti arabi e Israele). Gli effetti economici dello shock petrolifero si fecero sentire soprattutto in Europa. Tuttavia, i cambiamenti nel vocabolario e nella grammatica politica e industriale ebbero ripercussioni sulla politica globale e furono ancora più duraturi. 

Lo shock petrolifero dimostrò che la civiltà industriale del Dopoguerra poggiava su un presupposto fragile, cioè che il petrolio, e l’energia in generale, sarebbero sempre stati disponibili, a prezzi ragionevoli. Quella crisi costrinse i governi e imprese a ripensare il proprio rapporto con l’approvvigionamento e temi come “sicurezza energetica” ed “efficienza energetica” entrarono per la prima volta nel dibattito pubblico. 

L’allora presidente americano Richard Nixon si presentò davanti alle telecamere lanciando Project Independence, una dottrina che metteva l’indipendenza energetica in cima alla lista delle priorità degli Stati Uniti. In Europa molti Paesi, tra cui la Germania, cercavano un’alternativa nel carbone o nel gas naturale proveniente dalla Norvegia. La Francia accelerò piani per il nucleare civile. I sussidi all’isolamento termico degli edifici apparvero per la prima volta nei bilanci statali e si iniziò a parlare concretamente di energie rinnovabili.

A distanza di cinquant’anni, la dipendenza dai combustibili fossili rimane una delle poche costanti. Le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno nuovamente destabilizzato i mercati energetici, spingendo i governi a prendere in considerazione nuove misure di austerità. Ma a differenza del 1973, oggi le alternative rinnovabili al petrolio sono diventate più economiche. Allo stesso tempo, i governi si trovano a dover far fronte alla crisi climatica, che ha attirato un gran numero di investimenti pubblici e privati nel settore della rinnovabili. E allora molti si domandano se, in un contesto del genere, uno shock petrolifero così violento possa davvero accelerare la transizione verso le energie rinnovabili.

I numeri del settore energetico globale, negli anni immediatamente precedenti alla crisi in Medio Oriente, raccontavano una trasformazione già in corso. Nel 2025, gli investimenti nell’energia hanno raggiunto il livello record di 3.300 miliardi di dollari, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia. Di questi, 2.200 miliardi, i due terzi del totale, sono andati a tecnologie cosiddette pulite: solare, eolico, nucleare, reti elettriche, stoccaggio e mobilità elettrica. Il solare fotovoltaico, da solo, ha attratto 450 miliardi di dollari, diventando la singola voce di investimento più grande in tutto il comparto energetico mondiale e superando per la prima volta la produzione di petrolio. Un decennio fa, gli investimenti nei combustibili fossili erano il 30% superiori a quelli nell’elettricità. Oggi il rapporto si è invertito: l’elettricità riceve il 50% in più dei fossili.

Transizione energetica in Europa

Nelle aree più esposte alle oscillazioni del prezzo degli idrocarburi, come l’Europa, questa tendenza è stata ancora più marcata. Dopo lo choc del gas russo nel 2022, il Vecchio Continente aveva più che raddoppiato gli investimenti nelle energie pulite, passando da 185 miliardi nel 2015 a 418 miliardi nel 2025. Il vento aveva ufficialmente superato il gas naturale come seconda fonte di energia, dopo il nucleare. Ora sembra che la crisi di Hormuz possa rilanciare ulteriormente il focus politico verso la transizione energetica. 

I governi europei si preparano a chiedere formalmente un’accelerazione del dispiegamento delle energie pulite per contrastare gli shock dei combustibili fossili. Il testo, già approvato dal Comitato politico e di sicurezza del Consiglio UE il 14 aprile 2026, identifica nel passaggio alle rinnovabili la risposta ottimale ai rischi geopolitici ed economici derivanti dalla dipendenza dalle importazioni dai combustibili fossili. La Commissione europea starebbe inoltre preparando una proposta per un obiettivo vincolante di elettrificazione entro l’estate 2026. 

Il bivio delle scelte energetiche

La realtà, però, è più complessa di quanto la retorica istituzionale lasci intendere. Le rinnovabili hanno prodotto circa la metà dell’elettricità europea nel 2024 e nel 2025. Ma l’economia dell’UE rimane esposta all’oscillazione dei prezzi del petrolio, in particolare nel settore dei trasporti, e il continente si trova ora a dover ricostituire le proprie riserve di gas naturale liquefatto (GNL) dopo un inverno rigido, a prezzi che potrebbero risultare fino al 70% più alti se il conflitto in Medio Oriente dovesse prolungarsi. 

Proprio mentre Bruxelles proclama l’accelerazione verde, la crisi iraniana ha inoltre riaperto il dibattito sulla dipendenza europea dal gas russo. Nel solo marzo 2026, il 65% delle spedizioni di GNL russo arrivate a destinazione è stato scaricato in stati membri dell’UE, confermando che il blocco continua a fare i conti con la carenza energetica e il bisogno di acquistare gas da Mosca.

Insomma, quello che sembra riproporsi è il classico dilemma politico che accompagna le crisi energetiche: da un lato, c’è la necessità condivisa di mettere in atto politiche lungimiranti di transizione energetica; dall’altro, c’è l’opportunità di trovare soluzioni rapide ed economiche nel breve termine, finendo per rafforzare la dipendenza dell’economia dagli idrocarburi e dalla benevolenza straniera. 

Eppure gli investimenti in energie rinnovabili stanno già portando dei benefici all’Europa e ai suoi Stati membri. La Banca Europea degli Investimenti stima che la crescita delle rinnovabili europee abbia evitato importazioni di combustibili fossili per 71 miliardi di euro solo nel 2022, l’anno della crisi ucraina. C’è poi il caso della Spagna, che nell’ultimo decennio ha più che raddoppiato la propria capacità eolica e solare. Solo nel 2019, la Spagna aveva i prezzi energetici tra i più alti d’Europa e il gas naturale determinava il prezzo dell’elettricità nel 75% delle ore. Oggi la quota è scesa al 16%. Il risultato pratico è stato che, mentre i prezzi dell’elettricità schizzavano in tutta Europa, in Spagna si sono rapidamente stabilizzati, attestandosi a circa la metà di quelli italiani. Da un punto di vista politico, il caso spagnolo resta un esempio di come investimenti mirati in energie rinnovabili possano essere una soluzione economica alla crisi energetica attuale.

Il ruolo degli investimenti privati

Un altro trend nuovo e interessante, anche per gli investitori, è la risposta dei privati. Mentre i governi dibattono di gasdotti e sanzioni, molti cittadini europei hanno risposto alla crisi con i propri mezzi. Nel Regno Unito, nelle prime tre settimane di marzo 2026, le vendite di pompe di calore sono aumentate del 51% rispetto al mese precedente, quelle di pannelli solari del 54%, e i caricatori per auto elettriche del 20%, secondo i dati di Octopus Energy. In Germania, la società Enpal ha registrato un incremento del 30% nelle richieste di impianti solari dall’inizio del conflitto. In Francia, le vendite di auto elettriche usate hanno quasi raddoppiato tra metà febbraio e inizio marzo. In Norvegia, le auto elettriche hanno per la prima volta superato i diesel come tipo di veicolo più venduto sul principale sito di annunci del Paese. 

Questi dati dimostrano come la volatilità dei mercati energetici possa oggi essere un detonatore a livello di transizione energetica non solo a livello macroeconomico e politico, ma anche a livello di scelte dei consumatori. Sebbene le seconde incidano meno delle prime e restino in qualche misura fenomeni marginali, questi trend sono molto interessanti per gli investitori che decidono di puntare su investimenti ESG (acronimo di Environmental, Social, and Governance) e sostenibili. Sono la prova che intorno alla transizione energetica esiste un indotto di aziende, che crescerà nei prossimi anni sulla scia degli investimenti pubblici e privati, ma anche del cambio delle abitudini dei consumatori, che viene spinto dalle crisi internazionali.

Transizione energetica in Asia

Se in Europa il dibattito si gioca sul ritmo della transizione, in Asia la crisi iraniana ha rimesso in discussione le premesse stesse della politica energetica regionale. I Paesi asiatici sono la destinazione principale del petrolio e del GNL che transitano per lo Stretto di Hormuz: nel 2024, circa l’84% del greggio e l’83% del gas liquefatto che passavano per quello snodo avevano come destinazione il continente asiatico. Quasi il 70% del petrolio andava a Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Lo shock, dunque, ha colpito l’Asia in modo diretto e brutale, molto più di quanto non abbia fatto con l’Europa, che almeno poteva contare su anni di diversificazione dopo lo scoppio del conflitto tra Ucraina e Russia nel 2022.

Il Bangladesh è uno dei casi più emblematici: il Paese aveva firmato appena all’inizio del 2026 un contratto della durata di 15 anni per la fornitura di GNL con QatarEnergy. Ma a seguito degli attacchi iraniani, l’azienda di Stato ha sospeso le forniture dichiarando cause di forza maggiore. Con i prezzi spot impazziti, tutti i fornitori alternativi come Australia, Malesia, Arabia Saudita, Singapore, Stati Uniti erano a loro volta sotto pressione per dare una soluzione immediata alla crisi. 

La risposta regionale è stata eterogenea, ma il filo conduttore è lo stesso che si vede in Europa. Secondo un rapporto della Banca Mondiale pubblicato nel 2026, solo quattro Paesi dell’Asia orientale (Cina, Indonesia, Vietnam e Filippine) potrebbero teoricamente generare 65.000 gigawatt di energia rinnovabile, di cui il 97% rimane ancora non sfruttato a causa di carenze nella rete. Il caso più complesso è quello della Cina. Pechino è al tempo stesso la maggiore vittima e il maggiore beneficiario dello shock: dipende pesantemente dal petrolio del Golfo, ma è anche il più grande investitore mondiale nelle energie rinnovabili, con una quota degli investimenti globali nel settore che si avvicina a un terzo del totale. La Cina assorbe oggi il 90% delle esportazioni di greggio iraniano, una dipendenza che la crisi ha reso strategicamente insostenibile. La risposta di Pechino è stata duplice: da un lato, accelerare i progetti di energia pulita in casa e nella regione, dall’altro, usare la crisi per consolidare la propria posizione di fornitore di tecnologie rinnovabili per i Paesi vicini in cerca di alternative.

Un passo avanti verso le rinnovabili o un ritorno agli idrocarburi?

Le storie che arrivano da tutto il mondo sembrano dunque descrivere uno scenario dove la crisi di Hormuz stia effettivamente accelerando la transizione già in atto verso le rinnovabili, soprattutto in Europa e in Asia. Questa lettura, seppur supportata dai fatti, va presa comunque con cautela. Già in passato, quando le crisi legate alla geopolitica degli idrocarburi avrebbero suggerito un’accelerazione verso la transizione verde, il mercato di gas e petrolio ha dimostrato una forte capacità di reinventarsi. 

Il meccanismo è controintuitivo: i prezzi alti stimolano nuovi investimenti nell’estrazione di petrolio e gas; l’offerta cresce, i prezzi scendono. La competitività delle rinnovabili si riduce, i capitali fuggono. Negli Stati Uniti, i produttori si stanno già preparando ad aumentare l’output. Secondo la Energy Information Administration americana, la produzione statunitense era già proiettata verso nuovi record storici prima della crisi iraniana e i prezzi elevati non fanno che accelerare quella traiettoria.

C’è poi il tema, più sottile, della volatilità. Uno dei rischi più grandi per la transizione energetica non riguarda i prezzi alti o bassi in sé, ma le oscillazioni. Un investitore che pianifica un parco eolico o un impianto solare, ha bisogno di prevedere i ricavi su un orizzonte di circa 20 anni. Se il prezzo dell’energia oscilla del 50% in poche settimane, la modellazione finanziaria diventa quasi impossibile. 

Infine, c’è la domanda che cresce: i combustibili fossili coprono ancora l’80% della domanda energetica globale, e la domanda complessiva è in aumento, specialmente nelle economie emergenti. Non tutti i settori hanno alternative pronte: la marineria mercantile, l’aviazione, l’agricoltura industriale e molti processi manifatturieri dipendono ancora quasi interamente dai derivati del petrolio, e nessuno di essi è vicino a una soluzione strutturale.

Vincitori e vinti

In questo scenario, chi guadagna davvero dalla crisi? Sul lato dei fossili, la risposta è ovvia: gli Stati Uniti e la Russia incassano un dividendo immediato dai prezzi alti. Ma la partita più interessante si gioca sul lato delle rinnovabili. Le aziende del solare, dell’eolico e della produzione di pompe di calore stanno vedendo un’ondata di domanda. I produttori di pannelli, in larga misura cinesi, si trovano in una posizione di vantaggio strutturale. Sul lato degli investimenti finanziari, il settore delle utility rinnovabili e quello dei produttori di tecnologie per la transizione come batterie, pompe di calore, infrastrutture per la ricarica elettrica, sono da attenzionare.

In definitiva, crediamo che sia presto per sancire la vittoria della transizione energetica e la fine degli idrocarburi. Ma l’attuale crisi iraniana conferma che questa è la direzione di marcia nel medio termine. Da un punto di vista geopolitico, è interessante notare come i Paesi che avevano investito nelle rinnovabili (come Spagna e Danimarca) hanno resistito allo shock meglio degli altri. Quelli che avevano rimandato, per diverse ragioni, si trovano ora a pagare un prezzo più alto. I consumatori stanno prendendo scelte sempre più definitive che li allontanano dall’uso dei combustibili fossili. Tutti questi indizi rafforzano la convinzione che la transizione energetica sia un trend fondamentale che guiderà l’economia e i mercati nei prossimi decenni. Questo non vuol dire che il mondo smetterà di consumare idrocarburi dall’oggi al domani, ma restiamo convinti che la transizione verde e la sostenibilità restino driver fondamentali per guidare la performance dei portafogli nel medio-lungo termine. 

Il nostro approccio ESG

I nostri portafogli ESG sono pensati per clienti che desiderano generare un rendimento a lungo termine senza rinunciare ai propri valori di sostenibilità.

Fin dal 2020, abbiamo strutturato i nostri portafogli secondo criteri rigorosi per ridurre il rischio di greenwashing, in linea con la nostra Politica di Investimento Responsabile. L’obiettivo è mitigare i rischi di sostenibilità e gli impatti negativi sugli aspetti sociali e climatici, aumentare la quota di investimenti sostenibili e rafforzare l’esposizione verso emittenti maggiormente impegnati su questi temi.

Questi obiettivi devono essere raggiunti considerando il rischio finanziario generato dall’applicazione delle tecniche di integrazione ESG.

In questo contesto, dal 2020 il mercato degli ETF ha vissuto un’evoluzione significativa, soprattutto nel comparto delle obbligazioni societarie e sul fronte normativo, in particolare in Italia. Le nuove regole hanno contribuito a una migliore comprensione del greenwashing e a rafforzare il quadro adottato da Moneyfarm. Negli ultimi anni, il nostro focus si è adattato ai cambiamenti del mercato: puntiamo a gestire il tracking error (la differenza attesa tra la performance dei portafogli e quella dei rispettivi indici di riferimento) e a migliorare l’esposizione agli investimenti sostenibili, senza compromettere il profilo di sostenibilità dei portafogli.

Il nostro processo di investimento si basa su un monitoraggio costante delle strategie ESG. Analizziamo regole e performance, intervenendo quando necessario, con il supporto di dati forniti da operatori come MSCI e Bloomberg e in dialogo continuo con gli emittenti di ETF. Questo approccio ci consente di selezionare strumenti con metriche di sostenibilità solide e una maggiore stabilità finanziaria. Monitoriamo inoltre l’andamento dei portafogli per valutare l’efficacia delle scelte strategiche, consapevoli che le diverse metodologie ESG possono generare risultati molto diversi. Per questo, il monitoraggio attivo resta essenziale per intervenire tempestivamente in caso di scostamenti significativi nelle performance finanziarie o sostenibili.

Ricorda che, quando investi, il tuo capitale è a rischio. Il valore del tuo portafoglio con Moneyfarm può diminuire così come aumentare e potresti ricevere meno di quanto investito. Il trattamento fiscale dipende dalle tue circostanze individuali e potrebbe essere soggetto a modifiche in futuro. Le proiezioni di rendimento non sono un indicatore affidabile delle performance future. Le opinioni espresse qui non devono essere interpretate come raccomandazioni, consigli o previsioni. Se non sei sicuro che investire sia la scelta giusta per te, ti consigliamo di consultare un consulente finanziario.

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