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Cina: performance deludenti e restrizioni Covid fanno scappare gli investitori esteri

La Cina torna a far parlare di sé sui mercati finanziari. Il Dragone è oramai un player economico globale di primo livello ma nelle ultime due settimane gli investitori esteri stanno abbandonando i mercati cinesi, dopo un anno di performance deludenti. Le azioni continuano a perdere terreno, le relazioni politiche con il resto del mondo sono sempre più complicate e l’eccessivo indebitamento di alcuni settori (vedi il caso Evergrande) stanno gettando un’ombra sull’affidabilità finanziaria della Cina. Ma dunque, cosa sta succedendo?

Problemi economici e finanziari

Partiamo dai dati economici. Il Dragone è stato uno dei mercati con le peggiori performance l’anno scorso. L’indice MSCI China è sceso del 22%, sottoperformando le azioni americane di quasi il 50%. E il 2022 non sta andando tanto meglio, dato che gli investitori stranieri hanno scaricato azioni cinesi per un valore record di 6 miliardi di dollari nei primi tre mesi dell’anno. Azioni cinesi che però non hanno registrato performance brillanti per tutto l’anno scorso, quando il resto dei mercati globali volavano.

L’indice di riferimento “CSI 300” è infatti solo del 4% al di sopra rispetto a dove si trovava alla fine del 2019, quando sono stati segnalati i primi focolai di Covid-19 in Cina. E l’indice Nasdaq Golden Dragons, che riguarda i grandi gruppi tecnologici cinesi quotati a New York, è sceso di circa un quarto. Se si confrontano queste performance con l’S&P 500 statunitense e il Nasdaq Composite, incentrato sulla tecnologia, si nota come questi hanno invece registrato aumenti rispettivamente di circa il 37 e il 52%.

A tutto ciò si devono aggiungere altri tre elementi:

  1. il Dragone ha rivisto al ribasso la propria crescita per il 2022, al 5,5%. Quest’anno l’economia cinese sta infatti affrontando una triplice pressione dovuta a una contrazione della domanda, a problemi dell’approvvigionamento e all’indebolimento delle sue aspettative economiche.
  2. Nuove restrizioni per il Covid: la città di Shanghai è stata bloccata con la sospensione dei trasporti pubblici e l’ordine ai residenti di non uscire di casa. E anche Shenzen, città chiave dal punto di vista produttivo, ha dovuto subire un blocco totale.
  3. La crisi del settore immobiliare, iniziata con Evergrande, ma proseguita da altre realtà del real estate.

La combinazione di questi elementi sta lentamente ma inesorabilmente bloccando la crescita del Paese, tanto da far scappare diversi investitori esteri (come accaduto nell’ultimo mese).

Cina, tra grandi promesse e performance deludenti

La Cina ha cominciato a diventare un grande protagonista del sistema finanziario globale soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008. In quell’occasione il governo del Paese aveva iniettato nel sistema un’enorme quantità di denaro per aiutare a compensare un forte calo delle esportazioni. La Cina deteneva già il più grande stock di riserve valutarie al mondo ed è emersa dalla crisi con le tre tra le istituzioni finanziarie più importanti del pianeta. Ma non solo, è anche diventata il più grande esportatore mondiale, consolidando la sua posizione come seconda potenza economica. Oggi infatti l’economia cinese si sta rapidamente avvicinando a quella degli Stati Uniti, diventando un motore chiave della crescita globale. Si stima che dalla Cina proviene circa un quarto della crescita globale dei prossimi anni.

Il ruolo del paese nella finanza globale e l’importanza della sua valuta, tuttavia, non sono ancora commisurati al suo peso nell’economia mondiale. Tra le valute delle sei maggiori economie globali, lo Yuan sta emergendo solo ora come una potenziale valuta di riserva. Le altre – il dollaro Usa, l’euro, lo yen giapponese e la sterlina britannica – hanno tutti ruoli consolidati nella finanza globale.

Tuttavia, i Renminbi stanno iniziando a svolgere un ruolo significativo nelle transazioni commerciali internazionali e stanno cominciando ad apparire nei portafogli di riserva delle banche centrali in tutto il mondo. È dunque probabile che diventino un’importante valuta di riserva entro il prossimo decennio, forse erodendo ma non sostituendo il predominio del dollaro.

 Nonostante dopo il 2008 le autorità cinesi hanno fatto delle riforme al sistema finanziario, rendendolo meno regolamentato in modo che possa sostenere meglio l’economia; lo Stato continua a svolgere un ruolo centrale nelle dinamiche economiche del Paese, mettendosi anche in posizioni scomode come nel caso Evergrande

 Caso Evergrande: la crisi del settore immobiliare

Il colosso dell’immobiliare Evergrande sta continuando a dare molti grattacapi al governo cinese. Il tutto è iniziato verso la fine del 2021 quando la società non è più riuscita a pagare fornitori e stipendi dei dipendenti perché troppo indebitata (300 miliardi di dollari). In pratica il colosso dell’immobiliare ha chiesto troppi prestiti, per spingere la sua crescita, più di quanto era in grado di sopportare. Il risultato è stato che la società si è dovuta fermare, lasciando più di un milione di acquirenti di casa, che avevano acquistato immobili non ancora costruiti, nel limbo (solo qualche giorno fa ha annunciato di aver ripreso i lavori di costruzione lasciati in sospeso). 

Il caso di Evergrande non è ancora risolto. La società non è fallita ma proprio nelle scorse settimana è tornata a far parlare di sé, dato che ha comunicato, in una nota alla Borsa di Hong Kong, che non sarà in grado di pubblicare i risultati finanziari del 2021 entro il 31 marzo, come richiesto dalle norme valide per le aziende quotate. Il motivo? Il processo di auditing non sarebbe ancora stato completato. Il ritardo ha riportato l’attenzione sulla fragilità del settore immobiliare cinese. Evegrande non è infatti l’unica società in crisi. Basti pensare che nove sviluppatori, sempre quotati a Hong Kong, inclusi Evergrande, Ronshine e Shimao, non hanno dato l’annuncio della data di notifica dei risultati per via delle dimissioni dei loro revisori. Segnale, il cambio anticipato dei revisori, che qualcosa non sta andando nel verso giusto. E che i conti potrebbero avere dei problemi.  

La storia dell’immobiliare in Cina e in particolare il caso Evergrande sintetizza i principali vizi strutturali del capitalismo cinese:

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  • In primis il settore immobiliare è cresciuto in maniera ipertrofica ed è diventato troppo grande anche rispetto alle dimensioni dell’economia cinese.
  • E poi c’è stato un elevato ricorso al debito privato per finanziare la crescita economica, peraltro in un ambiente regolamentare non maturo.

Il tutto in un contesto in cui il governo di Xi sta intervenendo per ridefinire la scala di potere tra pubblico e privato per cercare di porre rimedio agli eccessi della crescita economica, ponendo anche limiti regolamentari alla possibilità di crescere a debito. Nel caso del settore immobiliare, lo Stato ha agito per cercare di frenare l’eccessiva leva finanziaria attraverso una serie di regole, che non sono servite per evitare ad Evegrande il quasi fallimento. La mano del governo cinese non si è concentrata però solo sul mondo dell’immobiliare. Anche il comparto del tech è stato preso di mira, con l’obiettivo di limitare il potere economico. 

La guerra alle aziende tech continua

Xi Jinping non fa mistero della sua posizione verso le società tecnologiche di casa. Queste devono essere al servizio del partito comunista che guida la linea della crescita economica del Paese. Un atteggiamento molto diverso, se ci si pensa, rispetto a quello che ha il governo Usa con le sue big tech, che tutela e considera dei “piccoli” gioiellini (oltre che degli strumenti per imporre la propria egemonia), liberi di crescere e ottenere sempre più potere economico. In Cina questo non è concesso. 

Pensiamo a luglio 2021 quando Didi, un’app cinese per prenotare un’auto con conducente per brevi tratte, si era quotata a Wall Street raggiungendo un valore di 70 miliardi di dollari. La società era dunque entrata nei listini della borsa americana e avrebbe potuto ottenere altri finanziamenti. Il governo cinese ha però bloccato il tutto per paura che l’azienda e i dati dei suoi utenti potessero finire in mano americana.

Mossa che ovviamente ha avuto due conseguenze:

  1. la perdita miliardaria per l’azienda e per gli investitori;
  2. ha agito da deterrente per altre società di quotarsi sulla borsa Usa. 

Come non ricordare poi la forte reazione contro Alibaba, quando il governo ne ha bloccato la quotazione a Shanghai e Hong Kong della divisione dedicata ai pagamenti digitali. La società è stata poi anche multata per quasi 3 miliardi di dollari per questioni di antitrust. A WeChat e ByteDance sono invece (per il momento) stati lanciati solo degli avvertimenti. Ci sembra evidente come la recente spinta del governo cinese rientra nell’obiettivo di rafforzare il potere politico nei confronti dei grandi conglomerati azionari. Il messaggio è che a guidare il paese è il partito comunista, e il capitalismo è un mezzo per raggiungere gli obiettivi della nazione. Da un punto di vista finanziario questo posizionamento indebolisce le realtà tech, causando un calo nelle performance aziendali, come si può apprezzare nel grafico, dove la linea nera rappresenta la performance delle società cinesi quotate a Hong Kong, che per la maggior parte appartengono al settore tech, rispetto ad altri indici globali.

Investire in Cina: rischio o opportunità in espressa?

Sul versante azionario, la regolamentazione cinese e la “proprietà comune” sono ancora piuttosto invasive per fare della Cina un vero competitor degli Usa in un’ottica di rendimento finanziario. Sul fronte obbligazionario, i titoli di stato cinesi non possono essere paragonati ai Treasury statunitensi in termini di beneficio di diversificazione, soprattutto nei periodi di stress. Il rischio valutario dell’investimento in obbligazioni cinesi rappresenta infatti uno scenario di rischio difficile da gestire, anche se lo Yuan si è rivelata una valuta più stabile rispetto a quella della maggior parte delle economie emergenti.

Tuttavia grazie a:

  1. un ciclo economico disallineato con quello occidentale;
  2. una bassa correlazione tra i Govies cinesi e il resto degli asset rischiosi;
  3. un’interessante rendimento atteso.

Le obbligazioni cinesi sono un asset da valutare con attenzione: sono sempre più importanti in molti benchmark obbligazionari. In un solo anno, le obbligazioni denominate in Yuan sono infatti diventate la terza più grande allocazione nell’indice di riferimento globale per il reddito fisso (il Bloomberg Barclays Global Aggregate Index). È dunque probabile che questa tendenza attirerà sempre più flussi di investimento su questa asset class.

Le obbligazioni cinesi offrono vantaggi sia in termini di rendimento che di diversificazione. E i rendimenti delle obbligazioni cinesi tendono a posizionarsi tra quelli dei mercati sviluppati e quelli dei mercati emergenti. Storicamente hanno mostrato una correlazione relativamente bassa con le obbligazioni governative dei paesi sviluppati.

Come non accennare poi alla guerra. A seguito dello scontro scoppiato in Ucraina, i rapporti del gigante asiatico con l’occidente sono tutt’altro che chiari. Ci sono poche probabilità che le sanzioni contro la Russia possano essere estese anche alla Cina, se non nel caso in cui il Dragone si sbilanciasse definitivamente a supportare il paese di Putin. Ci sembra dunque poco probabile che gli strumenti finanziari cinesi possano essere colpiti come successo con quelli Russi, data l’importanza degli asset cinesi nel panorama globale. Tuttavia sottolineiamo ancora una volta l’importanza di mantenere una esposizione controllata e di investire in maniera diversificata, controllando i rischi del portafoglio.

Per riassumere: Asia e Cina sono sempre più rilevanti nell’economia globale, e questo ha delle conseguenze concrete sia negli asset che valutiamo nel nostro processo strategico sia nella costruzione dei portafogli. Gli asset emergenti rappresentano un’alternativa più economica rispetto alle obbligazioni e alle azioni dei paesi sviluppati ma i rendimenti attesi sono tutt’altro che stratosferici. Nel nostro processo di asset allocation strategica di quest’anno abbiamo valutato con maggiore attenzione e maggiore granularità sia le obbligazioni emergenti (cinesi) in valuta locale che l’azionario emergente. Questo tipo di valutazione ci permette di guardare con maggiore fiducia a questi asset che nel medio periodo, se riterremo che sia conveniente per gli investitori, potranno ricoprire un ruolo più importante nei portafogli.

 

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