Ci sono pochi temi che oggi dominano davvero i mercati finanziari, e l’inflazione è certamente uno di questi. Con il conflitto in Medio Oriente che ha spinto al rialzo il prezzo del petrolio, investitori e banche centrali stanno osservando con grande attenzione l’evoluzione dei prezzi al consumo.
Finora abbiamo assistito a un moderato aumento dell’inflazione complessiva. Tuttavia, escludendo alimentari ed energia, la cosiddetta inflazione core continua a mostrare un andamento relativamente contenuto. È vero: l’inflazione rimane al di sopra degli obiettivi delle banche centrali e questo ha spinto, almeno nel caso della Banca Centrale Europea (Bce), a un rialzo dei tassi. Ma, considerando lo shock energetico degli ultimi mesi, riteniamo che l’inflazione si sia finora dimostrata più resiliente di quanto molti temessero.
Se questa dinamica dovesse proseguire, le banche centrali potrebbero riuscire ad attraversare il 2026 senza ulteriori rialzi dei tassi, anche se il margine rimane ridotto.
I dati Usa offrono qualche motivo di ottimismo
Mercoledì sono stati pubblicati gli ultimi dati sull’inflazione negli Stati Uniti, relativi al mese di luglio. Le rilevazioni sono risultate sostanzialmente in linea con le attese: l’inflazione complessiva è salita al 3,4% su base annua, mentre quella core si è attestata al 2,5%.
Si tratta di valori ancora superiori all’obiettivo della Federal Reserve, ma, considerando l’aumento del prezzo del petrolio legato alle tensioni in Medio Oriente e i consistenti investimenti nell’Intelligenza Artificiale, il risultato appare migliore di quanto fosse lecito aspettarsi alla fine di marzo.

Petrolio, lavoro e Cina: i tre fattori da osservare
Perché l’inflazione ha reagito in modo così contenuto? A nostro avviso esistono almeno tre spiegazioni.
La prima riguarda il petrolio. I prezzi sono aumentati, ma molto meno di quanto il mercato temesse. Come abbiamo discusso nei mesi scorsi, il forte rallentamento delle importazioni cinesi di greggio ha contribuito ad attenuare l’impatto delle interruzioni dell’offerta nello Stretto di Hormuz, offrendo almeno temporaneamente un sostegno all’economia globale.
La seconda riguarda il mercato del lavoro. Negli Stati Uniti l’occupazione sta mostrando segnali di raffreddamento e la creazione di nuovi posti di lavoro è rimasta piuttosto debole negli ultimi mesi, come mostra il grafico dei non-farm payrolls (che indica il numero di lavoratori dipendenti esclusi il settore agricolo, i dipendenti domestici e le organizzazioni no-profit) riportato qui sotto.

Infine, un ruolo importante potrebbe averlo giocato la Cina. Le esportazioni cinesi sono aumentate sensibilmente, probabilmente anche a causa della debole domanda interna. Questo incremento dell’offerta di beni verso Europa e Stati Uniti potrebbe aver contribuito a contenere l’inflazione dei beni, nonostante l’introduzione di dazi più elevati.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi?
L’inflazione continuerà probabilmente a essere uno dei principali punti di attenzione per investitori e banche centrali. Sia in Europa sia negli Stati Uniti i prezzi restano superiori ai target ufficiali e difficilmente le autorità monetarie vorranno ripetere l’esperienza del 2022, quando la risposta all’impennata dell’inflazione arrivò, col senno di poi, troppo tardi.
Allo stesso tempo, però, i dati stanno raccontando una storia meno preoccupante di quanto molti immaginassero. Le ultime rilevazioni statunitensi, soprattutto osservando l’inflazione core, lasciano spazio a un cauto ottimismo. Se nei prossimi mesi l’offerta di petrolio dovesse normalizzarsi, potremmo assistere a un graduale rallentamento dell’inflazione.
Questo potrebbe non essere sufficiente a giustificare un taglio dei tassi nel breve periodo, ma potrebbe essere abbastanza per convincere le banche centrali a mantenerli invariati.
Cosa significa per i portafogli?
Nelle ultime settimane abbiamo discusso a lungo di questo tema all’interno del nostro team. I rendimenti obbligazionari sono aumentati, sia in termini nominali sia reali. Allo stesso tempo, gli inflation swap – uno degli indicatori delle aspettative d’inflazione – continuano a suggerire che il mercato si aspetta un ritorno verso livelli più contenuti nell’arco dei prossimi dodici mesi.
Resta però un elemento da non sottovalutare: i disavanzi pubblici in Europa e negli Stati Uniti implicano che i governi continueranno a emettere un volume elevato di nuove obbligazioni. In questo contesto, rimaniamo prudenti sulle obbligazioni governative a lunga scadenza, anche nell’ipotesi di un rallentamento dell’inflazione.
Per il momento continuiamo quindi a preferire le obbligazioni a breve scadenza, dove riteniamo che i rendimenti restino interessanti e offrano un miglior equilibrio tra rischio e opportunità.
*Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.




