Mentre i mercati sono comprensibilmente concentrati sull’imminente IPO di SpaceX – una delle quotazioni più attese degli ultimi anni – questa settimana abbiamo deciso di spostare l’attenzione su un altro importante fattore che continua a influenzare i mercati: l’inflazione statunitense.
L’inflazione negli Stati Uniti a maggio si è attestata al 4,2% su base annua, in linea con le aspettative ma ancora ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della Federal Reserve e in netto aumento rispetto al dato di aprile (si veda il grafico sotto).
Come prevedibile, a trainare l’accelerazione sono stati soprattutto i prezzi dell’energia. La componente energetica del paniere dell’Indice dei Prezzi al Consumo (CPI) è aumentata di circa il 23% rispetto all’anno precedente.

L’aspetto più incoraggiante del dato riguarda però l’inflazione core, che esclude alimentari ed energia. Pur mostrando un aumento rispetto a un anno fa, la sua dinamica è rimasta relativamente contenuta, soprattutto alla luce di un mercato del lavoro ancora solido. Riteniamo che questo contribuisca a spiegare perché i mercati si attendano un’inflazione più contenuta nei prossimi dodici mesi rispetto a quanto previsto qualche mese fa.
Vale però la pena ricordare che, sebbene banche centrali e investitori tendano a concentrarsi sull’inflazione core, le famiglie pagano anche il costo del cibo e del carburante. Per i consumatori, l’inflazione complessiva resta quindi l’indicatore più rilevante.
Si tratta inoltre di un promemoria del fatto che, almeno finora, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha avuto un impatto sui prezzi energetici molto più contenuto rispetto a quanto si temeva prima di marzo. Allo stesso tempo, sembra che gli investitori continuino a scontare una possibile risoluzione del conflitto in Medio Oriente che consentirebbe una maggiore normalizzazione dei flussi energetici attraverso lo Stretto.

Per il momento, riteniamo che questi sviluppi rendano improbabile un aumento dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve nella riunione della prossima settimana, uno scenario ampiamente condiviso dal mercato.
Sarà inoltre interessante osservare l’influenza del nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh. Il presidente Donald Trump ha chiaramente espresso il desiderio di vedere tassi d’interesse più bassi in futuro. Tuttavia, con un’inflazione ancora significativamente superiore all’obiettivo della banca centrale, appare difficile individuare nel breve termine un percorso che possa giustificare una riduzione del costo del denaro.
Attualmente gli investitori si aspettano un aumento dei tassi di 25 punti base entro la fine dell’anno, un cambiamento significativo rispetto alle aspettative di tagli dei tassi che prevalevano all’inizio del 2026. Considerata la resilienza mostrata finora dal mercato del lavoro statunitense, riteniamo che si tratti di uno scenario plausibile. In termini pratici, non sarebbe molto diverso da un mantenimento degli attuali livelli dei tassi per il resto dell’anno.
A nostro avviso, la Federal Reserve potrebbe tollerare un’inflazione temporaneamente superiore all’obiettivo, considerando che l’aumento recente è stato determinato principalmente da uno shock dal lato dell’offerta. L’ipotesi centrale è che l’inflazione core, che esclude alimentari ed energia, non stia accelerando con la stessa intensità dell’inflazione complessiva.
Se invece i prezzi al netto di alimentari ed energia dovessero mostrare un’accelerazione più marcata, la Federal Reserve potrebbe essere costretta ad adottare un approccio più restrittivo e ad aumentare i tassi in misura maggiore rispetto a quanto attualmente previsto dai mercati.
*Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.





