Da El Dorado a Marte: la finanza delle grandi promesse

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Nel prospetto relativo all’Initial Public Offering (IPO) di SpaceX, compare una clausola che farebbe alzare le sopracciglia a qualsiasi avvocato d’affari con un minimo senso dell’umorismo. Il consiglio di amministrazione ha concesso a Elon Musk un miliardo di azioni vincolate. Le azioni si sbloccheranno soltanto al raggiungimento di due condizioni: una capitalizzazione di mercato pari a 7.500 miliardi di dollari e “la creazione di una colonia umana permanente su Marte con almeno un milione di abitanti”. La parola “Marte” compare 63 volte nel documento, più spesso di “utile netto”.

Per noi ‘poveri investitori’ privi di immaginazione, risulta oggettivamente difficile trattenere un sorriso. Ma forse è proprio questa la ragione per cui leggiamo dell’IPO sui giornali, mentre Musk è l’uomo più ricco del mondo. Se ci pensiamo bene, è dalla capacità di raccontare mondi alieni, spesso al confine tra geografia e fantascienza, che nasce il concetto stesso di finanza.

Se l’ossessione degli investitori contemporanei sembra quella di salire sul carro dell’Intelligenza Artificiale (IA), qualche secolo fa il sogno proibito si chiamava oro. Sir Walter Raleigh, il favorito di Elisabetta I, era ossessionato da El Dorado, la leggendaria città d’oro che, secondo le testimonianze indigene, si nascondeva da qualche parte nelle foreste del Venezuela. Nel 1595 salpò con cinque navi e cento “avventurieri gentiluomini”. Non trovò nulla. Al ritorno pubblicò The Discovery of Guiana, un prospetto narrativo in cui descriveva una città su un lago salato grande quanto il Mar Caspio, con un re che si copriva di polvere d’oro ogni mattina. Lo scrisse, ammise a se stesso, per “assicurarsi il patrocinio reale”. Funzionò: nel 1617 raccolse 50.000 sterline per una seconda spedizione, che si concluse con la sua decapitazione.

Le avventure legate alla conquista di luoghi remoti hanno sempre esercitato una particolare attrazione sugli investitori, che non sanno resistere al miraggio di ricchezze sconfinate. Nel tragitto immaginario che va da El Dorado a Marte, la potenza di questo tipo di narrazione non è mai cambiata. A essere cambiati sono solo i confini dell’immaginazione. È opinabile, del resto, se le superfici di Marte siano meno aliene per un uomo del XXI secolo che le baie del Sud-Est asiatico per un mercante olandese del Seicento.

La prima società per azioni della storia era nata proprio con l’obiettivo di esplorare e colonizzare quel mondo lontano. La Vereenigde Oostindische Compagnie (VOC), la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, fu fondata nel 1602 dall’assemblea legislativa delle Province Unite. Come convinceva gli investitori a finanziare un viaggio di mesi in mari sconosciuti, senza garanzie di ritorno? Promettendo spezie, noce moscata, macis e chiodi di garofano. Prodotti che crescevano su isole lontane, in acque che nessun azionista avrebbe mai attraversato. Al picco della sua valutazione, la VOC valeva (in dollari attuali) una cifra che alcuni stimano intorno agli 8.000 miliardi: più di quattro volte la capitalizzazione di SpaceX al momento dell’IPO (ma il paragone va preso con cautela, in quanto confrontare una compagnia commerciale del Seicento con una società quotata del XXI secolo è più complesso di quanto suggerisca il numero).

Ma se gli investitori olandesi hanno visto ripagata la propria fiducia, non è andata sempre così bene a chi si è fidato di chi prometteva nuovi mondi. Nel 1720 a Parigi tutti volevano le azioni della Compagnie du Mississippi. L’uomo che aveva creato questa frenesia si chiamava John Law: scozzese, teorico monetario di talento, giocatore d’azzardo professionista, assassino condannato. Grazie alle conoscenze e alle proprietà, era riuscito ad accreditarsi presso il reggente Filippo d’Orléans, che cercava disperatamente una soluzione al buco di bilancio lasciato in eredità da Luigi XIV. Il monarca decise di affidare a Law il controllo della banca nazionale, del conio delle monete e della riscossione delle tasse.

Da quella posizione, Law costruì il suo schema. La logica era apparentemente elegante e circolare: lo Stato emetteva carta moneta attraverso la sua banca; quella carta moneta serviva agli investitori per acquistare azioni della Compagnie du Mississippi; i proventi delle azioni rientravano nelle casse dello Stato, riducendo il debito pubblico. Nel mezzo, la promessa che teneva insieme tutto il meccanismo: la Louisiana traboccava d’oro, d’argento, di ricchezze inesauribili. Le azioni salirono del 1.900% in pochi mesi. Il problema era che nessuno dei compratori aveva mai visto la Louisiana: una pianura acquitrinosa con qualche centinaio di coloni europei e senza alcuna ricchezza minerale scoperta. Nel dicembre del 1720 il valore dei titoli crollò precipitosamente. Law fuggì dalla Francia, morì povero e lasciò il Paese in uno stato di crisi finanziaria che, settant’anni dopo, avrebbe contribuito a preparare il terreno per la Rivoluzione. Eppure il meccanismo aveva funzionato: l’impossibile era stato venduto, comprato e aveva prodotto conseguenze reali: nel breve periodo, enormi fortune erano state accumulate e poi disperse. 

In tempi più recenti, il fascino delle narrazioni futuristiche non ha smesso di attirare capitali. Ma la frontiera, da geografica, è diventata tecnologica ed esistenziale. Nel 1901 Nikola Tesla convinse J.P. Morgan, l’uomo più ricco del mondo, a finanziare una torre alta 57 metri a Long Island, con l’obiettivo dichiarato di realizzare un sistema di comunicazione wireless che avrebbe superato quello di Guglielmo Marconi. Morgan investì 150.000 dollari. Poi Tesla rivelò il vero piano: trasmettere elettricità gratuita a tutto il pianeta, usando la Terra come conduttore. Morgan ritirò i fondi con una lettera di quattro righe. La torre fu demolita nel 1917 dall’esercito e il terreno fu venduto per saldare un debito di 20.000 dollari. 

Ci sono poi i casi in cui una scoperta tecnologica diventa oggetto di culto prima che la scienza abbia il tempo di metterla a fuoco. Dopo la scoperta della radioattività da parte di Marie Curie nel 1898, il radio divenne sinonimo di energia e di forza vitale. La logica era semplice e letale: se il radio emette energia, deve fare bene al corpo. Negli anni Venti esistevano creme al radio, tonici, rossetti, supposte e cuscinetti per dormire. Il più fatale fu Radithor, prodotto da William J.A. Bailey, un Harvard dropout senza laurea in medicina che si faceva chiamare “Dottor Bailey”. Era acqua distillata con due isotopi radioattivi disciolti. Bailey pagava i medici laute commissioni su ogni bottiglia prescritta e ne vendette 400.000. Morì nel 1949 di cancro alla vescica. Quando il suo corpo fu riesumato nel 1970, risultava ancora radioattivo.

Tra i sogni che da sempre affascinano l’umanità, quello del volo occupa un posto speciale. I fratelli Wright lo realizzarono nel 1903 a Kitty Hawk, con dodici secondi di volo su una spiaggia della Carolina del Nord. Da quel momento, la domanda sembrò naturale: se l’uomo poteva volare, perché non farlo comodamente dalla propria automobile? Nessuno incarna questo sogno meglio di Paul Moller. Dal 1965 sta cercando di costruire un veicolo a decollo verticale: la sua azienda si chiamava inizialmente Discojet, il nome dice già tutto. Il prodotto di punta, lo Skycar M400, ha tre ruote, un cockpit a bolla e otto motori rotanti. In mezzo secolo Moller ha raccolto decine di milioni da investitori privati, è stato citato in giudizio dalla SEC per dichiarazioni false sulle prospettive commerciali, nel 2009 ha dichiarato personalmente bancarotta e nel 2013 ha lanciato una campagna su Indiegogo per finanziare quello che definiva “il primo volo storico pilotato”. Lo Skycar non ha mai volato in libertà con un pilota a bordo. 

Il sogno di una macchina volante sembra anche innocente se paragonato alle missioni di alcune aziende del XXI secolo. Negli ultimi anni, lo sviluppo tecnologico ha dato il via a un gran numero di imprese che incorporano un messaggio messianico o escatologico nella propria visione, arrogandosi, in un modo o nell’altro, l’obiettivo inquietante di salvare l’umanità. 

OpenAI è stata fondata per “garantire che l’Artificial General Intelligence vada a beneficio dell’intera umanità”: un’organizzazione non-profit (dal 2015 al 2019) che costruisce la tecnologia potenzialmente più pericolosa mai creata, per renderla sicura. Secondo i critici, la visione originaria è stata progressivamente sacrificata sull’altare del profitto. 

Anthropic, fondata da ex-dipendenti di OpenAI convinti che l’Intelligenza Artificiale fosse pericolosa, esiste per costruire un’IA più sicura: il paradosso è esplicito in questa decisione. 

Neuralink, invece, vuole impiantare chip nel cervello umano per una “fusione simbiotica uomo-macchina”. 

Ginkgo Bioworks voleva “programmare organismi viventi come si programma il software”: quotata in Borsa nel 2021, ha visto la propria valutazione crollare dopo la quotazione. 

Calico, del gruppo Alphabet, fu fondata nel 2013 con l’ambizione di comprendere e contrastare i processi biologici dell’invecchiamento e “risolvere la morte”: ha speso miliardi, ha pubblicato poco e la morte è ancora irrisolta.

Altos Labs, finanziata da Jeff Bezos, punta al ringiovanimento cellulare e all’estensione radicale della vita umana. 

Unity Biotechnology voleva curare “tutte le malattie legate all’invecchiamento”: ha visto gran parte della propria capitalizzazione evaporare dopo una serie di risultati clinici deludenti.

Esiste un filo rosso che lega queste visioni a quelle del passato. La struttura narrativa di fondo non è cambiata dai tempi della Compagnia delle Indie del XVII secolo: si crea un orizzonte, geografico o esistenziale, che giustifica gli investimenti, e nel frattempo si guadagna moltissimo. Questa logica, che fonde lo spirito protestante con la filosofia della Silicon Valley, è uno dei motori di tendenze chiave che troviamo oggi nel mercato, come la rincorsa all’IA.

Robert Shiller, Nobel per l’economia nel 2013, ha dedicato anni a formalizzare ciò che gli operatori di mercato sapevano da secoli: la finanza è un’epidemiologia delle storie. Nel suo Narrative Economics, Shiller argomenta che il cervello umano è stato evolutivamente calibrato per rispondere alle narrazioni, più che ai dati. Secondo questa logica, una recessione non è soltanto un fenomeno economico, è un momento in cui una storia sulla fragilità del futuro diventa dominante e fa sì che milioni di persone decidano simultaneamente di spendere meno. Il contrario è altrettanto vero: i boom speculativi non sono alimentati solo dai rendimenti, ma anche dalle narrazioni capaci di influenzare la realtà prima che la realtà stessa abbia il tempo di smentirle.

La finanza è, nei suoi strati più profondi, un sistema di fiducia mediato da storie. Un pantheon costellato di illusioni che si sono rivelate visioni e, allo stesso tempo, di visioni che si sono rivelate illusioni. Non esiste una formula per distinguere la due. La differenza, forse, risiede nel rispetto del patto implicito che ogni narrazione finanziaria stringe con chi la ascolta. La fiducia regge finché la storia e la realtà continuano ad avvicinarsi. Crolla nel momento in cui si allontanano definitivamente. John Law lo aveva capito, in qualche modo, quella mattina del 1720 in cui si travestì per fuggire da Parigi. Elon Musk, con i suoi razzi che decollano ogni due giorni dalla Florida, sta ancora tenendo insieme storia e realtà, almeno per il momento.

Questo articolo è stato scritto da un giornalista finanziario indipendente, in collaborazione con Moneyfarm. È fornito esclusivamente a scopo informativo e riflette le opinioni personali dell’autore. Non costituisce consulenza o raccomandazione di investimento.

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