Pensione tra aspettative e realtà: la nostra ricerca

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Gli italiani immaginano il futuro pensionistico come una fase di maggiore libertà: un’uscita anticipata dal lavoro, assegni adeguati al costo della vita e una maggiore possibilità di scelta lungo il percorso previdenziale. Tuttavia, quando dalle aspirazioni si passa alla realtà, emergono lacune significative in termini di consapevolezza, conoscenza delle regole e pianificazione finanziaria.

È quanto emerge dal nostro ultimo sondaggio condotto durante l’evento I have a pension dream: la pensione tra sogno e realtà (guarda qui il video dell’evento) e riportato in esclusiva da Il Corriere della Sera – L’Economia in un recente articolo.

Uscita anticipata dal lavoro: il desiderio di flessibilità (e i suoi costi)

La maggioranza dei rispondenti vorrebbe andare in pensione prima rispetto agli attuali requisiti: il 58% indica un’età compresa tra i 61 e i 65 anni, mentre solo il 12% considera adeguata l’attuale soglia dei 67 anni.

Il desiderio di flessibilità riguarda anche l’importo dell’assegno: una parte del campione sarebbe disposta a lavorare più a lungo per ottenere una pensione più alta, mentre un’altra accetterebbe un assegno ridotto pur di anticipare l’uscita dal lavoro. Tuttavia, questa flessibilità si scontra con una consapevolezza limitata dei costi del sistema contributivo e della crescente longevità. Sono molti, infatti, gli italiani che desiderano anticipare la data di pensionamento senza avere una reale percezione del numero di anni in cui l’assegno dovrà sostenere il proprio tenore di vita: solo il 19% dei rispondenti ha indicato correttamente nei 21,2 anni l’attesa di vita media a 65 anni, mentre la maggior parte è convinta che la pensione duri meno, solo 17 (40%) o 19 (29%) anni. 

“Nel sistema contributivo, la flessibilità ha un prezzo: andare in pensione prima significa accettare un assegno più basso, perché lavorando meno anni si versano meno contributi. Non solo: con l’aumento della longevità, i contributi versati devono essere distribuiti su un arco temporale sempre più lungo, producendo un’ulteriore riduzione dell’importo. È fondamentale che chi sogna un addio anticipato al proprio impiego sia consapevole di queste dinamiche, perché solo comprendendole si possono fare scelte davvero sostenibili per il proprio futuro”, ha commentato il nostro Global Head of Investment Advisory, Andrea Rocchetti.

Anche sull’importo minimo della pensione emerge uno scollamento tra aspettative e sostenibilità del sistema. Quasi la metà degli intervistati ritiene necessari almeno 1.000 euro netti mensili, mentre oltre un terzo indica 1.500 euro come soglia adeguata, richieste che non sempre tengono conto del legame diretto tra contributi versati e assegno finale previsto dal sistema contributivo.

Previdenza complementare: consenso diffuso, adesione ancora limitata

In questo contesto, il sondaggio evidenzia un ampio consenso sul rafforzamento della previdenza complementare, considerata necessaria per affrontare le trasformazioni demografiche e del mercato del lavoro. La maggioranza dei partecipanti ritiene che la previdenza complementare debba essere potenziata e resa obbligatoria: per tutti secondo il 45,5%, almeno per i lavoratori dipendenti (10%) o per i neoassunti (17%).

Il Trattamento di fine rapporto (TFR) rappresenta uno strumento chiave ma ancora poco utilizzato: solo una quota limitata viene destinata ai fondi pensione, nonostante rendimenti storicamente più elevati e una fiscalità di favore. Nel dettaglio, negli ultimi 18 anni solo il 24% del TFR prodotto dalle aziende italiane è confluito nella previdenza complementare, nonostante i Piani Individuali Pensionistici azionari abbiano registrato, negli ultimi 11 anni, rendimenti netti doppi rispetto al TFR lasciato in azienda (4,8% contro 2,4%) e nonostante il regime fiscale più favorevole, con un’aliquota tra il 9% e il 15%, rispetto al 23-43% del TFR non conferito.

Il quadro che emerge segnala la necessità di colmare il divario tra aspirazioni e realtà attraverso maggiore informazione, pianificazione e strumenti che aiutino i lavoratori a compiere scelte previdenziali più consapevoli e sostenibili nel lungo periodo.

“La distanza tra le aspirazioni degli italiani e la realtà delle regole attuali è notevole, e questo solco rischia di ampliarsi se non si interviene sul fronte dell’informazione e della pianificazione. Molti cittadini chiedono maggiore flessibilità, ma spesso non conoscono gli effetti delle proprie scelte sul futuro economico: pianificare la pensione vuol dire prepararsi a sostenere almeno vent’anni della propria vita con risorse adeguate. Per questo serve più consapevolezza, ma anche strumenti e politiche che aiutino le persone a orientarsi con semplicità. Come confermato dal sondaggio, per migliorare la partecipazione alla previdenza complementare e rafforzare il futuro pensionistico dei lavoratori serve un impegno condiviso lungo tutta la filiera, dallo Stato alle aziende, dagli operatori del settore fino ai cittadini. Perché rimandare scelte decisive oggi pesa sul benessere di domani”, conclude Rocchetti.

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Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.

Il Piano Pensione Moneyfarm è distribuito da MFM Future S.r.l., broker assicurativo del Gruppo Moneyfarm, iscritto alla Sezione B del Registro Unico degli Intermediari Assicurativi tenuto dall’IVASS al n. B000637784.

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