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La bolla .com, come tutelarsi nella peggior situazione di mercato

Ci sono voluti 17 anni, ma alla fine lo S&P Information Technology Index si è finalmente ripreso dopo l’esplosione della bolla dot-com. La scorsa settimana i prezzi dell’indice tecnologico che raccoglie i giganti dell’economia digitale di Wall Street hanno raggiunto i livelli del marzo 2000, la data in cui la bolla finanziaria esplose sulle aziende che avevano caratterizzato la prima fase di internet. Il mondo oggi è molto diverso da come era nel 2000 e fa un po’ impressione che ci sia voluta una rivoluzione digitale per fare dimenticare gli effetti di quella che potrebbe essere definita la più grande crisi che ha colpito un settore specifico della borsa negli ultimi 20 anni.

Solo nel 2017 il comparto, in cui oggi sono presenti giganti come Apple, Amazon Microsoft, Alphabet e Facebook, ha guadagnato più del 23%. Per rendere l’idea, la capitalizzazione solamente delle aziende elencate qui sopra ha superato il 22 luglio la soglia dei 3000 miliardi di Dollari, più del Pil della Francia. Basta pensare che il boom delle grandi aziende tecnologiche quotate non è una novità, ma una tendenza degli ultimi 10 anni, per ottenere la dimensione della crisi che colpì il settore nel 2001.

Le società IT degli anni ’90 (molte delle quali adesso non esistono più) spinsero i listini alle stelle per poi crollare miseramente, scatenando una crisi che uscì dai confini della finanza per attecchire sull’economia reale. La lenta ripresa, che è stata accompagnata dall’ascesa di internet e dalla diffusione degli smartphone, ha chiuso finalmente quel capitolo, anche se ancora oggi rimane aperta una questione: se stiamo assistendo alla crescita di una nuova bolla.

La vicenda della bolla dei dot-com, per la sua dimensione unica nel periodo recente, fornisce un utile spunto per illustrare l’importanza di alcune delle precauzioni fondamentali che un investitore dovrebbe prendere per evitare di esporsi eccessivamente al rischio.

Come ci si sarebbe potuti tutelare dal peggior investimento della storia recente

Per la lentezza con cui il comparto ha recuperato dall’esplosione della bolla, immaginando un investitore che spinto dall’euforia avesse deciso di investire sullo S&P500 ITI a pochi mesi dal rivolgimento del mercato, possiamo dire che probabilmente avrebbe preso una delle peggiori decisioni possibili. Proprio per tutelarsi da questo tipo di rischi, quando si decide di investire bisogna avere degli accorgimenti che possono aiutare a proteggere il nostro capitale anche nelle situazioni peggiori.

Supponiamo che qualcuno avesse puntato la somma di 10.000$ in un investimento passivo che replicasse lo S&P500 ITI. Abbiamo immaginato che l’investimento venisse effettuato nel giugno del 2000, pochi mesi prima dell’esplosione della bolla. Come si può osservare dal grafico (linea azzurra) la chiamata sarebbe stata una delle più sfortunate di sempre. L’investitore ipotetico sarebbe rientrato di quanto investito solamente a marzo 2016, dopo più di 15 anni. Adesso avrebbe 13.275$, un piccolo guadagno derivato solamente dal boom che il settore ha vissuto negli ultimi mesi.

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Ma cosa sarebbe successo se il nostro investitore avesse, invece di entrare in un colpo solo, investito in un piano di accumulo, di 500$ al mese per 20 mesi (linea rosa)? Il risultato è quasi sorprendente. Dopo 17 anni il capitale sarebbe più che raddoppiato, ammontando oggi a 25.501$ e l’investitore sarebbe rientrato del suo investimento iniziale “già” nell’ottobre del 2007, quasi 10 anni fa. Diluire l’investimento avrebbe generato oggi un discreto guadagno, nonostante la non felicissima scelta di mercato e la crisi del 2008.

La spiegazione è molto semplice anche se non del tutto intuitiva. Diluendo il proprio investimento nel tempo si armonizza il costo di ingresso evitando il rischio di acquistare i titoli quando sono vicini alla loro valutazione massima. Probabilisticamente, questa strategia aiuta ad avere maggiori rendimenti nel medio-lungo termine.

L’importanza della diversificazione

La strategia di diluire il proprio ingresso del mercato in vari momenti, magari con un Piano di Accumulo, aiuta nella maggior parte dei casi a contenere il rischio ma non è l’unico accorgimento che si può prendere.

L’investimento sull’ITI avrebbe infatti anche mancato di diversificazione settoriale. Puntare su un singolo segmento lega infatti l’investimento alle sorti di quest’ultimo. Se l’orizzonte temporale è a lungo termine, è una scelta che difficilmente paga. Per rendere l’idea, basta considerare lo stesso investimento descritto sopra con il piano di accumulo ma questa volta sull’indice S&P 500 (linea gialla) che riunisce le grandi aziende americane in tutti i settori. Come si può notare, la diversificazione settoriale avrebbe garantito un premium per tutto il periodo preso in questione e le valutazioni sarebbero superiori ancora oggi, nonostante la rincorsa dei titoli tecnologici.

Al momento esiste un dibattito riguardo al fatto che l’indice ITI sia troppo inflazionato. Se l’obiettivo dell’investimento è però quello di proteggere il capitale nel medio-lungo termine, il suggerimento è quello di scegliere piuttosto la divaricazione e diluire il proprio ingresso nel tempo. Questo permetterebbe, con buona probabilità, all’investitore oculato di ottenere buoni ritorni anche nelle condizioni di mercato più avverse.

Come Moneyfarm siamo estremamente attenti alla gestione del rischio dei nostri clienti. Utilizziamo gli algoritmi che abbiamo sviluppato per offrire all’investitore il portafoglio più adatto alla sua situazione finanziaria, ai suoi obiettivi e al suo profilo psicologico. Vogliamo utilizzare un approccio scientifico per la consulenza, perché pensiamo che questo sia il miglior modo per garantire all’investitore tutte le garanzie di protezione del capitale che merita.

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