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I costi degli investimenti in Italia secondo l’Autorità europea

Come ogni anno, ESMA (l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati) ha pubblicato il suo rapporto statistico sui costi e le performance degli strumenti di investimento disponibili per gli investitori retail nell’Unione Europea. In Europa, come in Italia, gli strumenti di investimento collettivo (come i fondi) restano l’opzione principale per coloro che vogliono investire, con circa 9.000 miliardi di masse totali; il campione di studio scelto da ESMA per le sue valutazioni si basa su strumenti che raccolgono circa  4 miliardi di investimenti detenuti da investitori retail.

I costi restano una delle componenti fondamentali per il successo dell’investimento nel lungo termine: come ricorda ESMA essi tendono a essere superiori per gli investitori retail, rispetto agli investitori istituzionali (circa il doppio). 

A livello europeo i costi sono rimasti più o meno stabili negli ultimi anni, registrando un calo marginale nonostante la maggiore popolarità di strumenti come gli ETF, che in media hanno offerto agli investitori un rendimento netto migliore soprattutto in virtù di costi più bassi.

Sull’intero campione, se un investitore avesse investito 10.000 euro su un fondo (di qualsiasi tipo) avrebbe ottenuto nel periodo un rendimento lordo di 18.959 euro, affrontando costi di 2.791 euro per un rendimento netto (pre tasse) di 16.168 euro. Secondo un calcolo Moneyfarm, optando per un ETF, il costo totale si può ridurre a 525 euro considerando una fee dello 0,27%. Questo paragone ovviamente, tiene costante la performance e si potrebbe opinare che si tratti dunque di una comparazione impropria.

Come abbiamo detto, i fondi attivi, sono generalmente più cari degli ETF e hanno strutture di costo molto più complesse (con costi di ingresso e di uscita sostanziali). Ma in cambio dovrebbero garantire all’investitore una migliore remunerazione del rischio. Ma è davvero così?

Il maggior esborso per gli investitori si traduce in una migliore performance? Molto raramente: in questo senso la ricerca ESMA va a confermare le molte evidenze che già puntavano in questa direzione. Il grafico sotto mostra la performance lorda e netta media di fondi passivi, attivi ed ETF su diversi orizzonti temporali. Come si nota il fattore dei costi è determinante nel penalizzare la performance netta dei fondi attivi (barre blu), ovvero quanto l’investitore si mette effettivamente in tasca (pre tasse).

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Se la media non racconta sicuramente tutta la storia, allora può essere utile andare a verificare il risultato del 25% dei fondi attivi con migliore performance. Su un orizzonte temporale sufficientemente lungo (maggiore di tre anni) i fondi attivi non riescono a battere il benchmark dei fondi passivi al netto dei costi. 

Abbassando l’orizzonte temporale almeno a tre anni, questi top performer riescono a battere il benchmark ma non bisogna dare per scontato che l’investitore sappia selezionare questi fondi, che peraltro – spiega ESMA – tendono a variare di anno in anno rendendo la selezione ancora più complessa.

In definitiva, quello che conta per gli investitori è l’evidenza che i fondi attivi tendono a sottoperformare i fondi passivi al netto dei costi su un orizzonte abbastanza lungo e i costi sono il fattore determinante: maggiori costi non si traducono in maggiori performance.

Anche su orizzonti più brevi, solo i migliori fondi attivi riescono a fare meglio dei passivi.

Come si posiziona l’Italia?

Questi dati, come detto, riguardano un campione europeo, ma qual è la situazione dell’investitore italiano? Purtroppo ESMA conferma il trend degli ultimi anni: l’investitore italiano è nella parte altissima della classifica di coloro che pagano di più su tutte le tipologie di fondi. Questo e dovuto anche al fatto che i costi di distribuzione sono più alti in Italia rispetto a tutti gli altri Paesi presi in considerazione: una conseguenza del modello prevalente dell’industria del risparmio italiano; nel Report 2019 la stessa Esma specificava infatti che il 70% di quello che gli investitori italiani pagano per investire in fondi va remunerare la filiera distributiva.

Da sempre Moneyfarm mette il controllo e la trasparenza dei costi al centro della sua filosofia d’investimento: per questo abbiamo scelto un modello di consulenza indipendente (che non faccia gravare i costi di distribuzione sull’investitore sotto forma di commissioni) e i nostri portafogli sono costruiti attraverso ETF.

Riconoscendo l’impatto dei costi sul risultato finale dell’investimento di lungo termine, lo scorso anno abbiamo lanciato Rendi(ti)conto, un servizio gratuito per aiutare gli investitori a capire quanto spendono per i propri investimenti.

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