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Attenzione a indirizzare il risparmio delle famiglie – Il Foglio intervista Galvani

Riportiamo qui di seguito l’intervista di Mariarosaria Marchesano a Paolo Galvani, Co-fondatore e Presidente Moneyfarm, apparsa su Il Foglio venerdì 5 giugno.

In alcuni paesi europei la pandemia ha fatto più paura della crisi finanziaria del 2008. Così si spiega il considerevole aumento dei soldi depositati sui conti correnti bancari che in Italia, durante il periodo di marzo-aprile, nel pieno del lockdown, sono cresciuti di 17 miliardi (pari a due volte e mezzo rispetto agli stessi mesi del 2019, secondo gli ultimi dati della Bce). Tranne in Germania, dove tradizionalmente i cittadini preferiscono tenere i soldi in contanti durante le crisi (e quindi i depositi sono diminuiti), la tendenza generale nei paesi Ue è stata quella di lasciare lievitare i tesoretti bancari. Nel nostro paese, dove già la liquidità sui conti correnti è arrivata a 1.600 miliardi, questo ulteriore e inatteso aumento dello stock di risparmio ha reso ancora più evidente la contraddizione tra l’enorme ricchezza privata e l’altrettanto grande debito pubblico, che cresce per erogare aiuti a cittadini e famiglie in difficoltà.

Non sorprende, dunque, che in alcuni ambienti di governo già inclini a un discorso di autarchia finanziaria si stiano valutando soluzioni per incanalare il risparmio verso la crescita del paese o per aumentare la quantità dei Btp nelle mani degli italiani. Allo stato, però, il dibattito pubblico su questo punto è praticamente assente pur essendo un tema che tocca direttamente le tasche dei cittadini, non quanto una patrimoniale, ma quasi. “In una situazione di straordinaria emergenza come quella attuale è comprensibile che ci si interroghi su come l’enorme ricchezza privata possa contribuire al progresso dell’Italia – osserva in un colloquio con il Foglio Paolo Galvani, cofondatore e presidente di Moneyfarm, società di gestione del risparmio con approccio digitale che ha come principali azionisti di minoranza Allianz e Poste italiane –. Ma io credo che tale contributo debba essere più che minimo e che occorra grande cautela in queste politiche di indirizzo”. Da operatore finanziario non tradizionale, nel senso che il gruppo che ha messo in piedi in pochi anni con Giovanni Daprà fa profitti non sui prodotti che vende ma sulla consulenza, Galvani è abituato a mettersi nei panni di chi investe somme di denaro che magari ha impiegato una vita a mettere da parte e che servono per garantire la sicurezza per se stessi e per i propri cari (anche durante i mesi di lockdown, Moneyfarm ha aumentato la raccolta di quasi il 130 per cento da inizio anno confermando che il “salto digitale” degli italiani è avvenuto anche nella gestione del risparmio).

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“Investire in titoli di stato italiani va bene se tale quota viene adeguatamente bilanciata all’interno di una corretta allocazione del capitale – osserva Galvani –. Bisognerebbe sempre evitare di concentrare il rischio su un singolo paese mentre è opportuno diversificare le risorse in più strumenti e più aree geografiche. Il modo migliore per proteggere e accrescere nel tempo un capitale investito è cavalcare momenti diversi e bandiere diverse. E poi si ritiene ingiustamente che gli italiani acquistino ancora troppo pochi Btp, non è così perché attraverso fondi e polizze l’esposizione dei privati verso il debito pubblico è già abbastanza elevata”.

E si è visto, si potrebbe aggiungere, quando i rendimenti degli investimenti sono stati penalizzati dalle impennate dello spread sovrano nel 2018 ma anche in tempi più recenti con la pandemia Covid che ha esposto l’Italia alle oscillazioni dei mercati finanziari che sono rientrate solo dopo gli interventi della Bce. Dunque, il binomio patriottismo-risparmio, molto in voga in questo periodo anche se non è proprio una novità, va maneggiato con cautela soprattutto quando il livello di cultura finanziaria del paese è molto basso, ma lo è anche il livello medio di trasparenza degli intermediari finanziari nei confronti dei propri clienti, soprattutto per quanto riguarda costi e commissioni, come ha dimostrato una recente ricerca realizzata da Moneyfarm in collaborazione con il Poli- tecnico di Milano. “Il discorso che facciamo noi è che se una persona è già esposta in un paese perché ci vive, ci lavora e ha comprato una casa, è giusto che venga messa nelle condizioni di controbilanciare il rischio di perdite personali investendo su altri mercati o quantomeno, su prodotti diversificati. Ma pur essendo questi dei principi basilari, vengono spesso tenuti in scarsa considerazione quando si parla di risparmio perché si tende a privilegiare più il punto di vista di chi deve collocare sul mercato dei prodotti rispetto a quello dell’investitore ed è scarsamente diffusa la consulenza finanziaria intesa come attività indipendente dalla vendita dei prodotti d’investimento soprattutto per un pubblico di piccoli risparmiatori”.

Questo discorso sembrerebbe portare alla conclusione che esiste una divergenza di interessi tra uno stato che, anche per superare una fase di emergenza, sta pensando di utilizzare sempre di più la ricchezza privata come uno strumento di politica economica e i suoi cittadini che in qualche modo potrebbero essere persuasi a investire in strumenti che non corrispondono esattamente alle loro esigenze. Del resto, Moneyfarm ha sempre guardato con scetticismo anche ai Pir, i Piani individuali di risparmio di cui sta per arrivare una nuova versione che sembrerebbe aumentare il livello di rischio per chi li compra. “Il principio che ha ispirato i Pir non è sbagliato – prosegue il presidente di Moneyfarm – anche in altri paesi si cerca di sostenere lo sviluppo produttivo con strumenti di risparmio, ma bisognerebbe chiarire che il loro peso in un portafoglio d’investimento non può che essere contenuto, visto che questi piani sono stati concepiti per investire quasi esclusivamente su imprese italiane e, quindi, ritorniamo al discorso della concentriamo del rischio geografico. È sotto gli occhi di tutti, inoltre, che dopo una prima fase di euforia, la raccolta dei Pir ha subito una forte frenata e che tanti miliardi su imprese scarsamente capitalizzate generano investimenti poco liquidi con il rischio, quindi, di alimentare una bolla speculativa”. Ma questo approccio non rischia di alimentare un senso di sfiducia nei confronti dello stato e delle istituzioni? “No, se c’è chiarezza. Bisogna dire esattamente che cosa si sta vendendo ai cittadini e alle famiglie, soprattutto se lo si fa in nome dell’Italia”.

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