Il calciomercato è una delle più grandi passioni dei tifosi di tutto il mondo, capace di far vendere giornali come nessun’altra notizia e di riempire il tempo nelle lunghe giornate estive. Le squadre di oggi sono vere e proprie aziende e i giocatori, a tutti gli effetti, rappresentano per esse degli investimenti. Milioni di tifosi seguono con ansia le trattative, formano opinioni da esperti e giudicano il lavoro dei professionisti del settore.
Non è una dinamica molto diversa da quella degli investitori o appassionati di finanza, che si informano sull’andamento delle aziende e cercano di acquistare o vendere titoli. Solo che, al posto del ritorno economico, nel calcio sono in gioco i sentimenti, un motore se possibile ancora più potente, visto il gran numero di persone che si interessano al mercato dei giocatori rispetto a quello azionario.
Anche nel mondo del pallone, come in quello finanziario, il modo di fare mercato è cambiato, così come il modo di raccontarlo. Oggi si parla di dati, di profittabilità, di plusvalenze: concetti aziendali diventati familiari anche ai tifosi. I club, a loro volta, si affidano a professionisti valutati non solo per i risultati sportivi, ma anche per la capacità di creare valore economico.
Fino a pochi anni fa, il calciomercato era dominato da bias cognitivi e condizionato dalla scarsità di informazioni. Bastava un taglio di capelli simile a quello di Ronaldo il Fenomeno perché un giovane venisse accostato al campione brasiliano. Questi bias non influenzavano soltanto il racconto mediatico rivolto ai tifosi, ma anche le decisioni degli addetti ai lavori. Soprattutto per i colpi più ‘esotici’, il mercato era dominato da potenti osservatori e intermediari che proponevano affari alle squadre, che magari si trovavano a investire milioni sulla base di una videocassetta montata ad arte.
Un autore che ha spesso accostato le modalità di gestione sportiva e della finanza, Michael Lewis, racconta nei suoi libri (Moneyball, The Undoing Project), come la rivoluzione portata dalle scienze comportamentali e dalla diffusione dei dati abbia trasformato molti settori, inclusi appunto la finanza e lo sport. Le squadre hanno cominciato a utilizzare meno l’istinto e ad affidarsi di più ai dati per selezionare i giocatori, così come gli investitori, a tutti i livelli, hanno imparato a riconoscere e correggere i bias che ne dominavano le scelte.
Oggi i giocatori vengono valutati in maniera più rigorosa e l’investimento su un calciatore viene sempre più assimilato a un investimento finanziario. Allo stesso tempo, la narrazione del calciomercato ha contribuito a diffondere tra il grande pubblico concetti economici che ricordano da vicino quelli della gestione degli investimenti.
In questo articolo, proveremo a esplorare le principali strategie di mercato dei club, cercando di capire quali lezioni possano offrire anche al mondo della finanza.
Instant team: vincere subito con i campioni
Una delle strategie classiche nel calciomercato è quella dell’”instant team”: costruire una squadra competitiva subito, acquistando giocatori già affermati e di grande esperienza. È l’equivalente sportivo di un investitore che punta su asset già maturi e costosi come le “blue chip” o i titoli tech ad alta valutazione, pagando un premium sul costo del titolo per garantirsi il possesso di un’azienda dalle prospettive più sicure. Nel calcio questo premio si traduce in costi dei cartellini elevati – per i calciatori più giovani – e stipendi pesanti per quelli più affermati: l’usato sicuro che deve dare risultati con aspettative più certe.
Questa strategia è spesso impiegata da squadre con grande disponibilità o da club che vengono da una stagione negativa e hanno l’obiettivo di tornare competitivi nel giro di pochi mesi, assicurarsi ricavi Uefa e diritti TV, e riportare entusiasmo. Lo stesso approccio in passato ha caratterizzato – con fortune alterne – il Chelsea di Roman Abramovich o il Paris Saint-Germain degli emiri, club che hanno vinto in patria e a livello internazionale grazie a massicci investimenti in stelle già affermate.
Accanto a questa logica, esiste però una variante altrettanto costosa: puntare sui giovani più promettenti già valutati come futuri campioni. È la strada del Real Madrid, che negli ultimi anni ha acquistato giocatori come Jude Bellingham, Vinícius Junior o Endrick in età giovanissima, pagando cifre molto alte, convinto che il rendimento fosse pressoché garantito.
Qui il club non compra “usato sicuro” ma “talento sicuro”, pagando un super-premium pur di ridurre il rischio sportivo futuro. Una strategia in un certo senso simile ad acquistare i cosiddetti titoli growth delle grandi aziende tecnologiche, che hanno valutazioni altissime giustificate dalla posizione dominante sul mercato e dalla loro capacità di generare crescita.
I vantaggi di questa strategia sono evidenti: comprare campioni aiuta ad avere una squadra pronta per la vittoria. Ma, come in finanza, pagare valutazioni altissime può ridurre il margine di crescita di lungo termine e amplifica i rischi se l’investimento non rende o se i mercati si correggono. La lezione per l’investitore è che investire pagando un premio può avere senso, perché dietro prezzi alti c’è spesso qualità reale; ma è bene agire in modo diversificato e porre attenzione anche verso titoli o asset class che presentano una valutazione più interessante.
Player trading: compra a poco, valorizza e vendi
All’opposto dell’instant team, molte società adottano una strategia basata sul player trading, che potremmo definire il “compra basso, vendi alto” applicato ai calciatori. Invece di trattenere a lungo i campioni, i club li considerano asset da far crescere, valorizzare e monetizzare.
L’analogia finanziaria potrebbe essere con il trading attivo in Borsa, o con un hedge fund che specula sugli asset, acquistando a un certo prezzo e rivendendo quando il valore è salito. L’obiettivo non è solo supportare i conti, ma estrarre un extra-rendimento che l’investitore si mette in tasca e che, nel calcio, il club reinveste per sostenere l’alto livello sportivo.
L’Inter degli ultimi anni è un esempio lampante in questo senso: Achraf Hakimi comprato per 40 milioni e rivenduto a 68, André Onana preso a zero e ceduto a 50, Romelu Lukaku venduto con +66 milioni di profitto. Ogni plusvalenza ha dato respiro al bilancio e finanziato nuovi acquisti, senza compromettere la competitività: dal 2020 ad oggi i nerazzurri hanno vinto scudetti, coppe e raggiunto finali europee.
Un modello simile è seguito da club come il Benfica, capace di incassare oltre un miliardo in 10 anni vendendo talenti come João Félix o Enzo Fernández a cifre record, mantenendo comunque un ruolo da protagonista in patria e in Champions League.
I vantaggi sono chiari: sostenibilità economica, capacità di autofinanziarsi, flessibilità nell’adattarsi ai cicli di mercato. Il parallelo con la finanza è quello del value investor che compra asset sottovalutati, li tiene in portafoglio finché maturano valore e poi realizza la plusvalenza. Ma ci sono anche rischi. Privilegiare il trading può compromettere la continuità tecnica e l’identità: i tifosi vedono partire i campioni, e la squadra deve ricostruirsi ogni anno. Inoltre, il margine d’errore è minimo: bastano due o tre acquisti sbagliati per rompere il ciclo, interrompere il flusso di plusvalenze e lasciare il club con giocatori invendibili e costi pesanti.
La chiave del successo sta nello scouting di qualità, nel tempismo perfetto nelle vendite e nel reinvestimento intelligente. Così il player trading diventa un circolo virtuoso: profitto finanziario e risultati sportivi che si alimentano a vicenda.
Value investing calcistico: giocatori sottovalutati e costruzione del valore
Una terza strategia, per certi versi complementare al player trading, è quella che potremmo definire di “value investing” applicato al calcio. In finanza, il value investing significa acquistare asset sottovalutati rispetto al loro valore intrinseco, con l’idea di mantenerli finché il mercato non ne riconosce il reale potenziale.
L’economista americano Benjamin Graham, padre di questa filosofia, parlava di “margine di sicurezza”: comprare a sconto per ridurre il rischio e aumentare il rendimento atteso. Traslato al calciomercato, equivale a puntare su giocatori poco quotati o non ancora esplosi, ma che il club ritiene possano crescere enormemente col tempo.
Esempi non mancano. L’Atalanta ha costruito gran parte del suo successo recente con giocatori arrivati a basso costo (da Gómez a Gosens, da Iličić a Lookman) che si sono rivelati decisivi in campo e, in alcuni casi, anche redditizi al momento della cessione. Qui l’obiettivo primario non è la plusvalenza immediata, ma il rendimento sportivo: la plusvalenza è un effetto collaterale di un’intuizione corretta.
Un caso emblematico resta il Leicester 2016, capace di vincere la Premier League con una squadra di ‘semi-sconosciuti’ come Kanté, Mahrez e Vardy. Questa filosofia si avvicina al modello reso celebre da Moneyball: sfruttare i dati per individuare giocatori sottovalutati dal mercato. Il Brentford in Premier League ha applicato questa logica con rigore, ottenendo stabilità e risultati superiori alle aspettative con uno dei salari più bassi del campionato.
I vantaggi sono evidenti: costruire squadre competitive a costi contenuti, liberare risorse finanziarie e generare un forte spirito di gruppo grazie a calciatori affamati di riscatto. Investire in un asset sottovalutato, a patto di riuscire a individuarlo, è spesso una buona idea. I rischi però non mancano: non tutti i talenti sottovalutati sbocciano, e in assenza di stabilità tecnica il progetto può naufragare. Inoltre, spesso questa strategia sacrifica l’appeal commerciale dei grandi nomi. Se gli acquisti “value” non rendono, il margine di sicurezza si assottiglia e il ciclo rischia di spezzarsi. In sintesi, il value investing calcistico è l’arte di scovare qualità nascosta e liberarla: quando funziona, il ritorno è duplice: sportivo ed economico.
Venture capital calcistico: puntare sulle future stelle
Una quarta strategia, distinta ma collegata al player trading e al value investing, è quella di puntare su un gran numero di giovani, più che sul singolo talento più promettente. L’analogia è con il venture capital: un fondo investe in 10 o 20 startup sapendo che solo poche avranno successo, ma quelle poche potranno ripagare abbondantemente tutti i fallimenti.
Allo stesso modo, alcuni club acquistano o allevano decine di ragazzi, convinti che anche se molti non arriveranno mai in prima squadra, bastano uno o due campioni per generare ritorni sportivi ed economici straordinari. Il Chelsea, con la sua “loan army”, ha istituzionalizzato questo modello: comprava giovani promettenti in massa, li prestava in giro per l’Europa e ne traeva profitto sia come plusvalenze sia come rinforzi maturati altrove.
Il Benfica e il Porto hanno fatto scuola in Portogallo: ogni anno pescano talenti in Sudamerica a basso costo, sapendo che solo alcuni diventeranno campioni, ma le cessioni milionarie di quei pochi coprono ampiamente i costi degli altri.
I vantaggi sono evidenti: i costi unitari dei singoli giovani sono bassi, il rischio è distribuito e la probabilità di intercettare un ‘unicorno’ aumenta. Dal punto di vista sportivo, inoltre, si crea un serbatoio costante di energie fresche, entusiasmo e identità di club. I rischi riguardano il breve termine: una squadra piena di ragazzi inesperti difficilmente garantisce risultati immediati, e servono pazienza e stabilità per non bruciare il progetto.
Qual è la strategia migliore per vincere? E per i conti?
In definitiva, il calciomercato ci offre uno specchio affascinante delle logiche di investimento: instant team come le blue chip, player trading come il trading attivo, value investing sui giocatori/titoli sottovalutati, baby fenomeni come venture capital. Ogni strategia ha i suoi punti di forza e i suoi rischi, e proprio come negli investimenti finanziari la differenza la fa la capacità di esecuzione, la disciplina e il tempismo.
Ma c’è un aspetto cruciale che distingue lo sport dalla finanza: negli investimenti veri non esiste la variabile del risultato sportivo. Un’azienda quotata non perde valore perché ha sbagliato una finale o per un rigore al 90′ – i fondamentali economici sono meno aleatori delle emozioni di una partita.
Inoltre, nella finanza non si investe in asset esclusivi: non c’è un solo Messi o un solo Bellingham disponibile sul mercato, ma migliaia di titoli e opportunità. Questa maggiore scalabilità e diversificazione rendono l’investimento finanziario strutturalmente meno fragile rispetto a quello sportivo.
Non esiste quindi una sola strategia vincente, ma un mix. Un investitore – o un club – che sa integrare diversi metodi ha maggiori chance di raggiungere il proprio obiettivo, evitando di restare penalizzato da una strategia che non ha funzionato.
*Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.