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La tassa implicita del conto corrente: come le scelte sbagliate pesano sul risparmio

L’attuale dibattito politico è animato da promesse elettorali sensazionali come la flat tax e il reddito di cittadinanza. Senza entrare nel merito delle varie ipotesi al vaglio prima di passare ai fatti, questa situazione offre uno spunto interessante per discutere di una delle distorsioni cognitive più comuni tra quelle che condizionano la gestione delle finanze personali. Per quanto il senso civico di una persona possa essere spiccato, pagare le tasse difficilmente è un’esperienza piacevole, per ragioni facilmente intuibili. A nessuno piace pagare senza ricevere una gratificazione immediata. Le imposte servono per aiutare lo stato a mettere in piedi servizi pubblici ma, al netto dell’opinione che ciascuno può avere sull’efficienza della macchina statale, è difficile trovare qualcuno che sia gratificato dal pagamento.

Bias cognitivi nella percezione del carico fiscale

Se pagare le tasse non è per definizione un’attività piacevole (anche se è un dovere civico importante, sia chiaro), è anche vero che non tutte le tasse sono uguali. Alcune sono più odiate di altre, spesso non per motivi del tutto razionali. A contare non è solo l’effettivo peso sulle proprie tasche dell’imposta, ma soprattutto le modalità e la tempistica del prelievo, oltre che probabilmente la natura stessa di un’imposta rispetto a un’altra. Così, per esempio, le tasse che vengono prelevate una tantum sono considerate più odiose di quelle ricorrenti. In Italia, da sempre, in fondo alla classifica del gradimento ci sono le tasse sulla casa, vero è proprio tasto dolente per l’elettorato italiano, anche se la tassa più alta in relazione agli altri paesi europei in Italia è quella sul reddito.

Allo stesso modo se una tassa viene trattenuta, come avviene per l’Irpef in busta paga, potrebbe diventare più odiosa di una tassa che invece viene raccolta come l’Iva per i commercianti, anche se di fatto quest’ultima viene scaricata sui clienti. La politica ovviamente conosce bene l’indice di gradimento delle varie imposte e su esso basa le proprie scelte elettorali o anche politiche. Vi ricordate gli 80 euro di Renzi? Al di la di quello che si pensi sull’iniziativa, non può sfuggire che l’ex Presidente del Consiglio, conoscendo l’effetto attutito da un punto di vista del consenso che avrebbe generato una riduzione dell’imposta sul reddito, decise di far passare il taglio come “bonus” e non come riduzione fiscale.

Se la percezione delle persone riguardo al valore di ciò che stanno pagando attraverso le tasse varia in modo così deciso quando si passa da un’imposta all’altra, ancora maggiore è il bias cognitivo che impedisce di visualizzare il valore di ciò che stiamo perdendo non quando paghiamo ma quando evitiamo di agire.

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Tassa patrimoniale implicita sul risparmio

Uno dei casi più lampanti sono le perdite che si subiscono quando si lasciano i soldi parcheggiati sul conto corrente. Un recente articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” ha quantificato il costo totale per gli italiani per le scelte di risparmio non efficienti. Come noto, le famiglie italiane nonostante la crisi, hanno mantenuto uno stock di ricchezza piuttosto rilevante. Secondo Bankitalia, le famiglie mantengono in liquidità 1329 miliardi. Considerando che l’inflazione è cresciuta nel 2017 dell’1,2% e che il rendimento medio dei depositi è stato dello 0,4% la perdita di valore del patrimonio degli italiani è stata dello 0,8% ovvero una ammontare pari a 10,6 miliardi. Se immaginassimo un’inflazione che raggiunge il target prefissato della Bce, vicina al 2%, la perdita di valore annua del risparmio supererebbe i 20 miliardi. Ricordiamo che il livello dei prezzi è in aumento nei prossimi anni, sono finiti i tempi dell’inflazione prolungata.

Si tratta di una “tassa” nascosta, figlia della scarsa educazione finanziaria e della mancanza di provvedimenti seri che favoriscano il risparmio. Tuttavia, per sua natura, non stupisce che essa non figuri tra le priorità dell’opinione pubblica e quindi dell’agenda politica. Non stupisce, ma ciò che potrebbe subire è il costo per gli italiani. Quanto vale questa cifra se comparata con altre tasse? Il canone Rai per esempio, nel suo complesso, costa 2 miliardi di euro (un quinto del deprezzamento). La vecchia Imu sulla prima casa ne valeva 8 (meno dell’attuale livello di deprezzamento), mentre l’Iva, ovvero il 21% applicato a quasi tutti gli acquisti effettuati sul territorio nazionale in un anno ne vale 120, solo sei volte tanto il livello di deprezzamento a regime. Come al solito i grandi numeri nascondono sotto il tappeto la moltitudine dei casi particolari.

I risparmi sul conto sono frutto di una distorta concezione del rischio

Il peso di questo fenomeno di depezzamento, come logico, non è ripartito equamente tra tutti, ma concentrato sulle persone che hanno dei risparmi sotto il materasso, proprio come si trattasse una “tassa patrimoniale”. Se guardiamo la questione da una prospettiva personale, un’inflazione vicina al 2% è in grado di far diminuire il valore del capitale del 30% in 20 anni.

Ciò che impedisce a molte persone di investire è l’avversione al rischio, ovvero la paura di subire delle perdite sul proprio capitale. Ma questa paura deriva molto spesso da una non corretta percezione del rischio. La vera scelta, infatti, non è tra una potenziale perdita e lo status quo, ma tra la generazione di rendimento attraverso un rischio controllato e una perdita di valore certa. Il trucco è affidarsi a chi sappia giudicare la tuo situazione nel modo più obiettivo possibile e di conseguenza consigliarti la soluzione di investimento davvero adatta a te.

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