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Ue, parità Euro/Dollaro: c’è da preoccuparsi?

Per la prima volta in 20 anni, l’euro ha raggiunto la parità con il dollaro. La guerra in Ucraina, i problemi di fornitura del gas, combinata con un’inflazione elevata e un rallentamento dell’economia, hanno provocato una caduta dell’euro a livelli mai visti da quando la valuta comune è nata. Anche se i titoli dei giornali sono allarmanti, noi non siamo ancora così convinti che sia necessario intraprendere azioni significative. Questa dinamica potrebbe infatti, persino avvantaggiare gli investitori europei. Ma facciamo un passo alla volta.

Rischi per l’Euro

Partiamo dal fatto che l’Eurozona deve affrontare una lunga lista di problemi, molti legati alle difficoltà di voler cercare di rilanciare le varie economie nazionale dopo le chiusure legate al Covid.

  1. Il primo della lista rimane l’inflazione (8,6% annualizzato a giugno) che risulta essere ai massimi da quando è stata introdotta la moneta unica.
  2. Un calo costante nella fiducia di imprese e consumatori.

La situazione si è però esasperata con l’inizio del conflitto in Ucraina. L’Europa è molto dipendente dalla Russia per la sua energia e questo, in assenza di fonti energetiche alternative stabili, potrebbe avere delle pesanti conseguenze soprattutto nel prossimo inverno.

Le conseguenze? Un malcontento generale in Europa, che con l’aumento dei prezzi dell’energia causa notevoli sofferenze ai consumatori, aumentando ulteriormente i timori di inflazione e, in definitiva, mantenendo un’elevata pressione di vendita sull’euro contro il dollaro.

Un euro in calo mostra anche una crescente mancanza di fiducia nella forza economica europea e nel progetto Ue nel suo insieme. E questo è il motivo per cui le aspettative di crescita sono state costantemente riviste al ribasso da inizio anno. Ulteriori preoccupazioni sull’euro e l’Europa si sono sollevate a causa di un atteggiamento aggressivo della Bce che ha fatto salire i differenziali di rendimento tra i paesi “centrali” e quelli “periferici”.

La forza del dollaro

Dall’altra parte dell’Atlantico, il dollaro governa: il 2022 finora è stato un anno da dimenticare per la maggior parte degli asset, ma il biglietto verde non è tra questi. L’economia statunitense è ancora forte lato mercato del lavoro (occupazione) e il sentimento delle imprese e dei consumatori è migliore rispetto agli altri Paesi sviluppati.

La Banca centrale degli Stati Uniti, la Federal Reserve, ha iniziato ad agire per combattere l’inflazione solo nel 2022. Grazie alla relativa forza economica degli Stati Uniti, la Fed è stata in grado di aumentare rapidamente i tassi (già salendo da 0 – 0,25% a 15, – 1,75% finora quest’anno). A titolo di confronto, la Banca d’Inghilterra ha iniziato ad aumentare i tassi prima della Fed, ma avendo il Paese un’economia nettamente più debole, il percorso è stato più moderato. E in Ue la Bce, settimana scorsa, ha deciso di alzare i tassi di mezzo punto (il tasso principale sale a 0,50%, il tasso sui depositi a zero e il tasso sui prestiti marginali a 0,75%).

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E dunque? I mercati hanno preso positivamente questa decisione della Fed e il dollaro Usa si è rafforzato quest’anno. In poche parole, gli investitori sembrano credere che la Federal Reserve abbia una migliore azione verso l’inflazione rispetto alle altre principali banche centrali. Questo porta un maggior numero di investitori a cercare “riparo” proprio nel dollaro o nelle attività denominate in dollari. Per il momento dunque gli investitori stanno avendo fiducia più nella Fed, che nella Bce o la BoE.

La nostra visione

Christine Lagard sta affrontando un momento difficile alla guida della Bce. Sebbene alcuni paesi, o addirittura regioni, mostrino piccoli segnali di stabilizzazione dell’inflazione, i dati sul questa sembrano indicare (e volere) una forte risposta da parte della Bce. Tuttavia, è improbabile che i tassi di interesse più elevati vengano apprezzati da un’economia già in sofferenza, soprattutto se la crisi energetica peggiora con l’avvicinarsi dell’inverno. I mercati prevedono attualmente una recessione nell’Eurozona per i prossimi 12 mesi, con una probabilità maggiore rispetto agli Stati Uniti.

Tuttavia, non tutto è perduto: alcuni prezzi delle materie prime hanno iniziato ad attenuarsi e questo ha ripercussioni lato consumatori e sulle loro spese mensili, che  a sua volta dovrebbe favorire la caduta dell’inflazione. Questi fattori potrebbero dunque migliorare effettivamente le prospettive per l’inflazione e la salute economica dell’Ue.  Oppure, una spinta potrebbe arrivare anche dalla Bce che decide di normalizzare la politica monetaria. In questo caso l’euro potrebbe iniziare a recuperare alcune delle perdite.

Usa: possibili venti di recessione

Sebbene gli Stati Uniti siano una grande potenza economica globale e costituiscono gran parte dei nostri portafogli, non sono l’unica valuta a cui i nostri portafogli sono esposti. L’euro ha perso contro altre valute, ma non così tanto. Ancora una volta, questo dimostra che il movimento euro/dollaro è stato causato tanto da ciò che sta accadendo negli Stati Uniti quanto da ciò che sta attraversando l’Europa. Sebbene l’economia statunitense stia ancora mostrando segni di forza (se non di surriscaldamento), una recessione nel 2023 è ancora una forte possibilità, che potrebbe portare a un’inversione della forza del dollaro che abbiamo visto finora nel 2022.

Vantaggi per gli investitori europei

Infine, la parità euro/dollaro potrebbe non essere così negativo per gli investitori europei. Qualsiasi attività che gli investitori, con sede nell’Eurozona, realizzano all’estero avrà beneficiato della debolezza dell’euro: quando l’euro scende, le loro partecipazioni all’estero aumentano di valore (a parità di altre condizioni). Ciò significa che la performance di qualsiasi attività in dollari (quindi azioni o obbligazioni statunitensi) detenuta dagli investitori in Europa è stata sostenuta dal deprezzamento dell’euro.

Per il momento, dato il contesto macroeconomico altamente incerto e la volatilità del mercato, riteniamo che il dollaro possa ancora essere un utile “bene rifugio” da detenere. Ovviamente, continueremo a monitorare i dati sull’inflazione e la narrativa delle banche centrali, per valutare se alcuni dei fattori che contribuiscono all’apprezzamento del dollaro inizieranno a indebolirsi.

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