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Quanto e per cosa spendono le famiglie italiane?

Casa, cibo e trasporti le voci che incidono di più sul budget mensile degli italiani che viene poi fortemente intaccato nel caso di spese una tantum ma rilevanti come quelle per mandare un figlio all’università. C’è poi pure chi decide di investire parte del proprio reddito per farsi gestire un fondo pensione o il patrimonio personale.

Abbiamo deciso di fare i conti in tasca ai nostri connazionali per tentare di capire quante risorse personali dedicano a questa o a quella voce di spesa.

Quanto spendono le famiglie italiane?

Gli ultimi dati disponibili risalgono al 2018 e sono stati diffusi dall’Istat a giugno scorso. La stima della spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è di 2.571 euro, più o meno come nel 2017 (+0,3%) quando invece era aumentata dell’1,6% rispetto all’anno precedente. Un lieve aumento che però tiene la cifra ancora lontana dai 2.640 euro medi al mese del 2011.

Peraltro, considerando il valore mediano – ossia il livello di spesa per consumi che divide il numero di famiglie in due parti uguali – ben il 50% delle famiglie che risiedono nel nostro Paese nel 2018 ha speso non più di 2.153 euro al mese, in linea – anche in questo caso – con il 2017.

Se si va a guardare le diverse aree dell’Italia, la spesa maggiore, e superiore alla media nazionale, si registra sia nel Nord-ovest (2.866 euro), sia nel Nord-est (2.783), sia al Centro (2.723 euro). Importi sostanzialmente più bassi al Sud (2.087 euro) e nelle Isole (2.068 euro). Il divario tra il Centro-nord e Sud e isole è insomma di circa 800 euro.

Per cosa spendono?

Andando a considerare le singole voci di spesa, l’abitazione – che comprende acqua, elettricità e altri combustibili, manutenzione ordinaria e straordinaria – si conferma quella che assorbe la maggior parte della spesa mensile, il 35,1% del totale per una cifra di 903 euro. Seguono gli alimentari e bevande analcoliche (18,0%) ovvero 462 euro e i trasporti (11,4%) ovvero 292 euro. Sul fronte dei costi per la casa l’Istat comprende – come da linee guida internazionali – l’importo degli affitti figurativi e cioè la spesa che le famiglie dovrebbero sostenere per prendere in affitto un’abitazione con caratteristiche identiche a quella in cui vivono e di cui sono proprietarie, usufruttuarie o che hanno in uso gratuito. Eliminando tale importo, nel 2018 la spesa media delle famiglie italiane è pari a 1.982 euro, ancora una volta stabile rispetto all’anno precedente.

Se si va a sbirciare il carrello del supermercato, si scopre che i nostri connazionali spendono 98 euro al mese per le carni, 41 euro per pesce e prodotti ittici, 17 euro per zucchero, confetture, miele, cioccolato e dolci, 15 euro per caffè, tè e cacao.

Tra le spese non alimentari, la quota più rilevante – dopo l’abitazione – è riservata ai trasporti (11,4%, 292 euro).

Le famiglie italiane però spendono anche 119 euro al mese per abbigliamento e calzature, 103 euro sia per alberghi e ristoranti sia per servizi ricreativi, spettacoli e cultura, 108 euro per mobili e articoli per la casa. Circa 62 euro al mese è invece la cifra riservata alle comunicazioni, -2,5% rispetto al 2017.

Cosa c’è nel paniere Istat?

Per calcolare la spesa degli italiani l’Istituto di statistica nazionale adopera dal 1928 un paniere con centinaia di beni che viene aggiornato ogni anno. Si tratta di uno strumento che viene utilizzato pure per calcolare gli indici dei prezzi al consumo NIC (per l’intera collettività nazionale) e FOI (per le famiglie di operai e impiegati). Nel 2018 – anno di riferimento per la nostra analisi – il paniere Istat comprendeva 1.489 prodotti elementari raggruppati in 920 prodotti, a loro volta raccolti in 404 aggregati. Nello stesso anno sono entrati nella lista il mango e l’avocado, la lavasciuga e i vini liquorosi e sono usciti il lettore mp4, il canone Rai (il cui pagamento è stato inserito nelle bollette), le telefonate nelle cabine pubbliche. Tra i prodotti presenti da più tempo all’interno del paniere ci sono soprattutto alimenti: burro, patate, pane, zucchero, cotone idrofilo, dentifricio, tè, riso, calze da uomo, uova.

Il comparto casa

Il comparto casa che rappresenta il 46% dei consumi di beni durevoli pari a 75 miliardi di euro (+2,1%) e cresce dello 0,5% nel 2019 a quota 34,5 miliardi di euro. A trainare il settore è l’arredamento che fa segnare, per il sesto anno consecutivo grazie anche agli incentivi, una crescita del 2,1% a 15,2 miliardi di euro. Un valore che resta però inferiore del 10% rispetto al valore pre-crisi del 2007.

Telefonia ed elettronica

In calo invece l’altro comparto principale del mercato casa, rappresentato dalla telefonia e dall’elettronica di consumo, che fa segnare una flessione dell’1,2% a 14,6 miliardi di euro. Il comparto telefonia è in diminuzione del 4,4% in termini di valore, a causa del calo, per la prima volta dopo 10 anni della vendita di smartphone, diminuita del 6% a quota 5,5 miliardi.

Quanto si spende per le vacanze?

Secondo la 19esima edizione del Barometro Vacanze Ipsos-Europ Assistance riferito allo scorso anno, gli italiani spendono sotto la media europea quando si tratta, invece, di vacanze: in termini assoluti e in percentuale di crescita (1.757 euro per la propria vacanza -1% sul 2018) rispetto a un budget medio europeo di 2.019 euro (+3% sul 2018).

Il settore della ristorazione

Diverso il discorso per il settore ristorazione: qui gli italiani spendono sempre di più, in totale la cifra si è assestata sugli 86 miliardi di euro (+0,7%) nel 2019, un trend che in 11 anni, dal 2008 (quando iniziò la crisi) è aumentato di 5,5 miliardi in valore (+7,2%) secondo le stime Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) nel rapporto Ristorazione 2019 in cui la federazione analizza l’andamento del settore. Sul totale della spesa per il mangiare pari a 239 miliardi di euro nel 2019 il 36% quindi è rappresentato dal ‘fuori casa’, mentre è in calo la spesa casalinga, circa 153 miliardi di euro, una cifra che in 11 anni è scesa di quasi 9 miliardi (8,9 mld).

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TV on demand e internet

Anche per lo svago gli italiani sembrano invece disposti a spendere parecchi soldi soprattutto in abbonamenti alle pay tv: secondo uno studio di EY che ha come sponsor Sky, Discovery e Fastweb, gli abbonamenti in Italia alle piattaforme a pagamento – le principali piattaforme sono Netflix, Amazon Prime Video, Timvision, Now Tv (Sky), Infinity (Mediaset), Eurosport Player e Dazn – sono saliti lo scorso anno a 8 milioni: +1,23 milioni (+18%) in soli 6 mesi. Questo con 6 milioni di sottoscrittori unici e 11 milioni di utenti fra abbonati e familiari, in un computo che dalla scorsa estate comprende anche Dazn, con le sue 3 partite settimanali di Serie A. Nessun numero sui singoli operatori, ma i rumors di mercato indicano Netflix in pole position, seguita da Prime Video e Dazn. Questo per il pay, ma EY ha monitorato anche la parte free comprensiva di Youtube, Raiplay, Mediaset Play. E così, considerando chi nell’ultima settimana ha guardato contenuti video attraverso Internet della durata di almeno 10 minuti, gli utenti free sono saliti a 22,6 milioni (erano 20,9 a giugno 2018). Il totale di free e pay di 25,8 milioni è pari al 71% degli utenti internet italiani. In questo caso c’è da mettere in conto una spesa media che oscilla tra i 7 e 15 euro a seconda della piattaforma o da 3 a 15 euro a seconda che si noleggi o si acquisti un film online. Senza dimenticare l’abbonamento a internet che serve per fruire di questi contenuti la cui spesa media si aggira intorno ai 27 euro a famiglia secondo SosTariffe.it.

Il gioco

Nel 2018 gli appassionati di giochi nel nostro Paese hanno speso poco più di 50 euro al mese a testa, se si dedicano esclusivamente ai videogames in senso lato, la cifra sale enormemente se si considera invece chi si dedica al gioco d’azzardo. In questo caso si spendono ogni anno più di 10 miliardi di euro, parte dei quali, meno di 2 miliardi, riguardano esclusivamente le tante lotterie, istantanee e non, presenti in diversi siti.

Le spese obbligate

Per quanto riguarda le spese ‘obbligate’ sul totale dei consumi, un’indagine Confcommercio ha rilevato nel 2019 un’incidenza di quasi il 41% sul totale dei consumi delle famiglie (le spese per i beni rappresentano il 37,7%, quelle per i servizi il 21,5%) e arrivando a pesare per quasi 7.400 euro l’anno pro capite. Tra le spese obbligate, la voce abitazione è quella che incide maggiormente arrivando a “mangiarsi” – tra affitti, manutenzioni, bollette, e utenze – 4.200 euro pro capite. Mentre per quanto attiene le spese obbligate legate alla mobilità -assicurazioni, carburanti e manutenzione dei mezzi di trasporto – si arriva a una spesa di 1.690 euro.

Le spese per la scuola

Ammonta a 1.130 euro, infine, la somma che – secondo le stime del Codacons – le famiglie italiane hanno speso per acquistare il corredo scolastico e i libri per ciascun figlio nel 2019. Ovviamente si tratta di una media e, in quanto tale, può variare in maniera significativa in funzione del grado di istruzione e del tipo di scuola. Un po’ meno della metà del totale è destinato al materiale scolastico. Per lo zaini, il diario, i quaderni, l’astuccio, le penne e così via si spendono circa 500 euro. Per l’acquisto dei libri e dei dizionari, uno studente di prima media inferiore spende poco meno di 440 euro, mentre in prima superiore la cifra sale a 668 euro.

Cosa succede quando un figlio studia all’università?

Se in media una famiglia italiana spende 2.571 euro al mese, le cose cambiano – e parecchio – quando si arriva all’università. Avere uno o più figli che studiano in un ateneo pubblico può incidere parecchio sull’economia del nucleo. Per non parlare di quello che succede quando la scelta ricade invece su un’università privata.

Altra forte discriminante è quella tra chi studia nella propria città rimanendo in casa dei genitori e chi invece è fuori sede: in tal caso, oltre alle tasse universitarie, ai libri e al materiale didattico, si devono sommare i costi per l’affitto, le spese per la casa e i maggiori oneri per i trasporti.

Secondo stime di Federconsumatori, pubblicate nel Rapporto Nazionale sui costi degli Atenei 2016, i costi a carico degli studenti fuori sede ammontano in media a 7.944,10 euro all’anno nel caso in cui si decida di affittare una camera doppia, da condividere quindi con un’altra persona. La cifra sale invece a quota 9.415,70 euro nel caso in cui si prenda in affitto una stanza singola.

Diverso, come dicevamo, il caso di un figlio che rimane ad abitare con i genitori e che studia nella propria città: sempre l’associazione di consumatori valuta che le famiglie che rientrano nella II fascia di reddito (valore del modello Isee pari o inferiore a 10mila euro) in media spendono 1.425,63 euro all’anno, cifra che sale a 1.668,82 euro annui per quelle che rientrano nella III fascia di reddito (valore del modello Isee pari o inferiore a 20mila euro).

Quanto costa gestire il risparmio?

Se questo è il quadro – molto generico – delle spese che in media gli italiani fanno ogni mese c’è anche chi aggiunge i costi per gestire i propri risparmi. Cifre che in alcuni casi sono rapportate ai soldi investiti e quindi – presumibilmente – ai redditi dei sottoscrittori.

Sul fronte dei fondi pensione, investire con Moneyfarm non richiede alcun livello minimo e comporta costi di gestione pari all’1,25% annui sul controvalore, cui occorre aggiungere 10 euro all’anno di costo amministrativo. Dunque ad esempio per un fondo pensione del controvalore di 10mila euro si spenderanno in totale 135 euro; in caso di 20mila euro 260 euro; in caso di 100mila euro 1.260 euro e così via.

Diverso invece il discorso per quanto riguarda la gestione patrimoniale, dove l’investimento minimo è pari a 5.000 euro e il costo di gestione cala in rapporto all’aumento della cifra investita.

Così per un investimento compreso tra 5.000 e 19.999 euro si spende l’1% all’anno sul controvalore; tra 20.000 e 199.999 euro lo 0,75% all’anno sul controvalore; tra 200.000 e 499.999 euro lo 0,50% all’anno sul controvalore. Oltre i 500.000 di investimento, invece, il costo è pari allo 0,40% annuo sul controvalore. Tutte le cifre si intendono Iva esclusa.

Tanto per fare qualche esempio, per un investimento che ha 10.000 euro di controvalore il costo è di 100 euro più Iva mentre per un investimento che ha 100.000 euro di controvalore il costo è di 750 euro più Iva. In proporzione la spesa diminuisce oltre i 500.000 euro di controvalore: 2.400 euro più Iva per un controvalore ipotetico di 600.000 euro.

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