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Quanto ti costa non investire in una pensione di scorta

Pubblichiamo l’articolo apparso su Wired.it con dati e stime a cura di Moneyfarm.

I nipoti ormai sanno che la loro pensione arriverà più tardi e più risicata rispetto ai nonni. Quello che non tutti sanno è che c’è un costo nascosto in questa situazione. Ed è quello in cui si può incappare se non si investe in vista della pensione. Se, insomma, non si fanno fruttare i risparmi in un cuscinetto per attutire il passaggio dalla busta paga alla pensione erogata dallo Stato, aggiungendo un secondo assegno previdenziale.Quello complementare. Il rischio è di una brusca frenata.

Il prezzo della non scelta

È necessario compensare il gap previdenziale per non essere costretti a rivedere il proprio stile di vita nel corso degli anni”, si legge in un rapporto dell’ufficio studi di Moneyfarm, società di intermediazione specializzata in investimenti online. Il gap previdenziale è la differenza tra l’ultima busta paga e l’assegno della pensione.

In Italia, dove ora vige un sistema contributivo, la forbice si è allargata. “Più tardi inizi a versare, meno accumuli”, sintetizza Francesco Vallacqua, docente di finanza all’università Bocconi di Milano. E meno soldi tornano con la pensione, più aumenta la probabilità di dover rivedere le proprie spese in futuro.

Moneyfarm ha calcolato per Wired quanto costa non pianificare un investimento per la pensione. La proiezione è stata fatta su cinque profili professionali: quadro, impiegato non qualificato, professionista, lavoratore precario e dipendente del settore tecnologico/ingegnere. Lo studio ipotizza per ciascuno una capacità di risparmio media, ovvero il capitale che il lavoratore può mettere da parte in un fondo pensione, in aggiunta alla previdenza obbligatoria, al netto delle sorprese e delle variabili che la vita riserva. Inoltre valuta questo andamento sia nel caso in cui il lavoratore abbia una casa di proprietà, sia senza. Nello studio l’investimento ammonta al 75% dei risparmi e i rendimenti si riferiscono allo storico del gruppo. La strategia è di tipo target date: man mano che si ci avvicina al traguardo della pensione, il rischio degli investimenti si riduce e si opta per soluzioni più caute.

Risultato? Secondo lo studio un impiegato che investa prima della pensione, con un reddito annuo di uscita di 40mila euro, può guadagnare 51.755,20 euro (se non ha una casa di proprietà) o 98.159,36 euro (se ha una casa) rispetto al gruzzoletto che accumulerebbe parcheggiando i soldi sul conto corrente. Un lavoratore precario nei settori della conoscenza e della cultura, che arriva alla pensione con un salario annuo medio di 35mila euro, può beneficiare da un investimento previdenziale di un rendimento netto di 72.571,98 euro (senza casa) o di 88.939,38 euro (con casa). Un ingegnere che chiuda la carriera a 60mila euro di stipendio all’anno e con casa di proprietà, incasserebbe 427.379,17 euro di variazione netta.

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A questo guadagno, calcolato con una tassazione del 26%, va aggiunto il risparmio dell’Irpef. Nella situazione attuale i versamenti ai fondi pensione possono essere dedotti dal reddito da dichiarare. Sono soldi in più che restano nelle tasche dell’investitore. Per l’impiegato, alle condizioni attuali, lo studio calcola un risparmio di 44.519,50 euro, per il precaro di 74.294,81 euro, per l’ingegnere di 82.248,41 euro.

Strategie di risparmio

Durante il proprio ciclo di vita finanziario le persone hanno la capacità di risparmiare capitali anche molto ingenti. La corretta gestione di questi capitali è un problema fondamentale, perché permette in fin dei conti di vivere una vita migliore”, osserva Giovanni Daprà, amministratore delegato e cofondatore di Moneyfarm. Il calcolo della società parte da un risparmio annuo di cinquemila euro, una somma non semplice da accantonare per chi ha un lavoro precario o esce dagli anni della crisi. “Oggi tanti fondi pensione partono da investimenti di 100 euro al mese. Potenzialmente qualunque numero maggiore di zero è positivo”, aggiunge Daprà.

Non fare una scelta è un problema”, insiste Vallacqua. Al rendimento, precisa, “bisogna aggiungere i benefici fiscali”. “In Italia è volontario aderire a un fondo pensione e siamo tra i Paesi europei con un’educazione finanziaria bassa”, osserva Vallacqua. Per il docente, “bisognerebbe ripensare la previdenza complementare, rendendola obbligatoria per chi è incapiente. E rendendo obbligatorio informarsi”. In questo caso per Vallacqua bisognerebbe estendere esperienze positive come quella del Trentino, che copre il pagamento delle rate del fondo pensione Laborfondsa chi è disoccupato o in difficoltà finanziaria.

I fondi pensione in Italia e in Europa

In Italia una minoranza di risparmiatori investe nella previdenza complementare. Secondo l’ultima relazione della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip), datata 8 giugno 2017 e relativa al 2016, gli iscritti erano 7,2 milioni (depurati dalle adesioni multiple). La raccolta ammontava a 151,3 miliardi di euro. Quanto hanno reso? Nel 2016 i fondi pensione negoziali e quelli aperti rispettivamente il 2,7% e 2,2%. I piani individuali pensionistici (pip) il 3,6%, le gestioni separate il 2,1%. Di contro, i tfr hanno reso l’1,5% al netto delle tasse.

Analizzando un periodo più ampio, 2008-2016, Covip ha riscontrato che i fondi negoziali hanno reso il 3,4%, quelli aperti il 2,9%, i pip il 3%, le gestioni separate il 2,2%, mentre il tfr si è rivalutato del 2,2%. I rendimenti però si pagano. In dieci anni un pip costa in media il 2,2%, le gestioni separate l’1,9%, i fondi negoziali lo 0,4% mentre quelli aperti l’1,3%.

Nel frattempo sul mercato sono in arrivo i nuovi fondi pensione personali pan europei (Pan-European personal pension products, Pepp). Potranno essere venduti da banche, assicurazioni e intermediari finanziari e l’offerta sarà uguale in tutta Europa. Obiettivo: accompagnare anche a livello previdenziale la mobilità dei lavoratori dentro la Ue e dare agli operatori del settore un mercato più ampio a cui vendere i propri prodotti previdenziali. I Pepp saranno pensioni di scorta che il lavoratore potrà accumulare e portare con sé in tutta Europa. La proposta della Commissione europea ora è al vaglio di Consiglio ed Europarlamento. Con un’incognita: quello del regime fiscale da applicare, che al momento sarebbe quello già applicato in ciascun paese. Con costi che variano da stato a stato e toglierebbero ai prodotti pensioni comunitari una convenienza identica in tutti i mercati.

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1) Stima Moneyfarm. Il salario finale è il frutto di una progressione salariale tipo stimata da Moneyfarm attingendo a varie fonti.
(2) Stima Moneyfarm su dati Bankitalia (soggetto senza figli e spese straorindarie ie spese mediche, persone a carico). Non sono considerate altre rendite o fonti di guadagno (ie eredità). L’unica variabile considerata riguarda il possesso di casa di proprietà.
(3) Possibile conrtovalore lordo di un investimento un piano di accumulo Moneyarm con strategia target date – riduzione progressiva del rischio. I rendimenti sono basati sui rendimenti passati delle linee di gestione Moneyfarm. La simulazione presuppone l’investimento di 3/4 della quota risparmiata
(4) Redimento netto dell’investimento in un piano di acucmulo (tassazione capital gain al 26%) contro mero accantonamento in conto corrente.
(5) Potenziale risparmio Irpef, considerando investimento in un Pip o in un fondo pensione aperto di 3/4 del risparmio.

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