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Iran, commercio e inflazione: tutti i punti di domanda per il 2020 dei mercati

Venti di guerra o escalation controllata?

Neanche una settimana nella nuova decade e i mercati sono già sull’altalena. La notizia che ha colpito il mondo è sicuramente l’azione militare con cui gli Usa hanno ucciso il generale Qasem Soleimani. Soleimani era un alto ufficiale iraniano, regista della strategia politica e militare di Teheran nel Medio Oriente e figura estremamente popolare, non solo in Iran.

L’escalation è stata una vampata: il 27 dicembre una base militare irachena, in cui operavano contractor americani, è stata attaccata con dei razzi da un gruppo paramilitare riferibile all’Iran. Nell’attacco – da quanto riportato dalle autorità americane – ha perso la vita un cittadino americano e numerosi altri sarebbero rimasti feriti (negli ultimi sei mesi gli attacchi a persone e strutture americane sono stati oltre dieci).

In risposta, il 29 dicembre, gli Stati Uniti hanno colpito con degli attacchi aerei in Siria, Iraq e Libano alcune formazioni paramilitari appoggiate dall’Iran. Il primo gennaio alcune migliaia di persone hanno accerchiato in protesta l’ambasciata americana di Baghdad.

Infine c’è l’attacco aereo vicino a un aeroporto di Baghdad, in cui un drone Usa ha colpito il convoglio in cui viaggiava il generale Soleimani identificato come il regista delle operazioni militari “per procura” (ovvero messe in atto supportando formazioni paramilitari terze) di cui viene accusato il regime di Teheran.

Dopo il blitz l’Iran ha promesso vendetta. Nei giorni successivi alcuni missili sono stati lanciati su delle basi militari statunitensi e, per errore, hanno abbattuto un aereo civile. Il contrattacco, che è sembrata un’azione più dimostrativa che altro, ha in un certo senso mostrato le limitate capacità operative dell’Iran, rassicurando i mercati.

Una caratteristica della politica estera di Trump è quella di non avere timore di agire con azioni mirate anche molto decise come deterrente. Una sorta di “escalation controllata” dei conflitti con l’obiettivo di mostrarsi pronto a ogni soluzione e scoraggiare ulteriori azioni da parte dei propri avversari. Questa strategia è molto rischiosa (e crea una buona dose di incertezza) ma ha funzionato, anche con una certa efficacia, contro la Corea del Nord e contro Assad in Siria.

Al momento l’amministrazione Usa continua a ritenere che non sia nell’interesse di Teheran scatenare un conflitto armato su larga scala. Prevedibilmente l’Iran coglierà l’occasione per accrescere la propria influenza in Paesi confinanti. In generale quanto avvenuto mostra ancora una volta quale sia l’atteggiamento dei mercati rispetto alle crisi geopolitiche. Qunado i rischi di escalation sono poco probabili, essi vengono generalemnte completamente ignorati dai mercati anche se i rischi potenziali sono molto elevati.

Pace commerciale?

La crisi in Medio Oriente non è l’unica notizia ad aver condizionato l’andamento dei mercati negli ultimi giorni. Poco prima della fine dell’anno Usa e Cina hanno firmato di un nuovo accordo commerciale il 15 gennaio. L’accordo pone un freno all’escalation della guerra dei dazi, almeno nel breve termine. Come abbiamo avuto modo di sottolineare anche di recente, una soluzione di questo tipo, per quanto temporanea, era il naturale approdo della dialettica degli ultimi mesi, almeno fino alla data delle prossime elezioni che forniscono un incentivo per Trump a spingere ulteriormente la situazione.

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L’accordo prevede che la Cina acquisti alcune derrate alimentari dagli Stati Uniti, mentre gli Usa si impegnano a non firmare nuove tariffe. Si tratta sicuramente di una vittoria interna per Trump, che può far valere il risultato con l’America rurale che lo ha sostenuto alle elezioni.

Notevole il fatto che l’accordo non prevede uno smantellamento delle tariffe impostate nell’ultimo anno, a segno che il tema del commercio è destinato a restare di attualità nei prossimi anni. I mercati si aspettavano ampiamente quest’esito, l’accordo potrebbe tuttavia segnare la fine della fase uno delle tensioni commerciali, offrendo una tregua destianta a durare almeno fino le prossime elezioni americane.

Politica espansiva in Cina?

Proprio dalla Cina è arrivata un’altra notizia che ha rasserenato i mercati. Il governo di Pechino, attraverso la Banca Centrale, ha operato una forte ricapitalizzazione del sistema bancario, per sostenere l’economia che sta crescendo ai tassi di crescita più bassi degli ultimi 30 anni. La mossa è arrivata inaspettata e potrebbe preludere a un’ulteriore diminuzione dei tassi di riferimento da qui a fine anno. La notizia – insieme alla schiarita sulle tensioni commerciali – aveva dato un’altra spinta ai mercati azionari che il 2 gennaio avevano raggiunto i massimi storici.

Economia europea in ripresa?

Intanto, dalle economie più avanzate d’Europa, arrivano notizie di ripresa. Il mercato del lavoro tedesco, nel 2019, ha fatto registrare un anno da record, nonostante la crescita economica sottotono: la locomotiva d’Europa ha creato quasi 500.000 posti di lavoro, con salari reali in crescita. Degno di nota è il fatto che solo il 15% di questi posti di lavoro è arrivato dal comparto industriale, sintomo di un’economia molto dinamica capace di creare posti di lavoro di qualità anche nel settore dei servizi. Questi dati sono un segnale della maturità del ciclo economico in Germania e ciò potrebbe avere una ripercussione sul livello dei prezzi per l’anno nuovo.

A dicembre, infatti, l’inflazione ha sorpreso in positivo sia in Francia che in Germania. Questa potrebbe non essere una buona notizia per i mercati a causa degli effetti avversi che un’inflazione sopra le aspettative potrebbe avere sulla direzione della politica monetaria, che per adesso rimane un fattore decisivo e positivo per l’andamento dei mercati.

In generale, se l’equilibrio si mantenesse, le asset class europee potrebbero avere quest’anno la possibilità di recuperare parte di quanto hanno pagato negli ultimi anni rispetto all’Americana. Non bisogna però sottovalutare i molti elementi di incertezza: il quadro politico rimane instabile, gli ultimi dati dell’Eurobarometro mostrano come la fiducia dei cittadini europei verso l’Ue sia ai minimi storici, anche in Paesi fondatori come la Francia (interessata da diffuse proteste contro la riforma delle pensioni) e l’Italia. La debolezza dell’Ue, di certo, non è un presupposto positivo alla vigilia del divorzio del Regno Unito e di un lungo negoziato che sarà guardato con attenzione da tutti gli euroscettici che continuano a crescere in ogni parte del continente.

Insomma, dopo un anno (e un decennio) da record per i mercati finanziari il 2020 si è aperto all’insegna della preoccupazione per questioni vecchie e nuove: in un contesto economico che comunque sembra in miglioramento. Tutti questi temi saranno tenuti in considerazione nel corso delle nostre valutazioni strategiche che presenteremo a febbraio.

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