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Dimissioni May, elezioni europee e guerra commerciale – Rai3 intervista Rocchetti

L’intervista di Piazza Affari ad Andrea Rocchetti, Responsabile Area Consulenza Moneyfarm, è disponibile qui, a partire dal minuto 01:40 (intervista andata in onda venerdì 24 maggio 2019).

Il valore dello spread è sempre al centro delle attenzioni degli investitori, che manifestano una particolare sensibilità a questo termometro. È esagerata o realistica questa sensibilità? 

In questo periodo la volatilità è cresciuta (soprattutto nel mese di maggio) e il generalizzato umore di avversione al rischio si è tradotto anche nel rendimento dei nostri titoli di stato a dieci anni, a maggior ragione se comparati con i bund tedeschi: lo spread è salito di 40 punti base, 20 prima delle elezioni e 20 dopo [dato aggiornato al 28 maggio 2019]. Non un rialzo elevatissimo ma che mantiene i rendimenti dei nostri titoli di stato su livelli particolarmente elevati, in special modo rispetto a quelli offerti da altri paesi periferici dell’Eurozona come Spagna e Portogallo che pagano meno della metà per finanziarsi.

C’è il clima pre elettorale e c’è anche questa complicazione della Brexit con l’annuncio delle dimissioni di Theresa May. I mercati cosa si aspettano e come potrebbero reagire?

Noi di Moneyfarm siamo convinti che il clima di incertezza sia già stato in parte scontato sui mercati. Il momento di volatilità attuale, secondo noi, va ricondotto alla guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti piuttosto che alle questioni politiche. Tuttavia non escludiamo che i mercati risentano anche dell’esito delle elezioni europee e della Brexit.

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Resta sempre sullo sfondo il tema della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Si è parlato di guerra commerciale, poi di sfida tecnologica, qualche giorno fa una testata l’ha intitolata “la guerra digitale”, la lotta per la conquista del dominio digitale del mondo. Voi cosa ne pensate?

Oggi il principale fattore di rischio sui mercati è la guerra commerciale e l’incertezza sull’escalation di questa battaglia tra Cina e Stati Uniti. Il motivo sta nel peso specifico che questi due paesi hanno nell’economia globale e il predominio che vogliono avere nel settore tecnologico. C’è appena stato un segnale di riavvicinamento tra Trump e Pechino che auspichiamo possa concretizzarsi il prima possibile, per esempio nel G20 di Osaka a fine giugno. Tutto ciò ha un impatto importantissimo sui mercati: da inizio maggio i listini azionari statunitensi hanno perso il 4%, quelli dei paesi emergenti, Cina inclusa, hanno perso quasi il doppio. Il conflitto ha un impatto diretto sulle aspettative sugli utili aziendali e quindi sulla crescita globale.

Come si potrebbero atteggiare le banche centrali di fronte a questo quadro mutato?

Le banche centrali giocano un ruolo importante quasi quanto i governi. È fondamentale che siano flessibili nel sostenere l’attuale quadro macroeconomico, come sta facendo la Fed negli ultimi sei mesi cambiando completamente approccio e adottando una politica economica espansiva e non più restrittiva.

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