Chiunque si approcci al mondo degli investimenti dovrebbe conoscere alcuni termini, tra cui il significato di capital gain. Si tratta, in particolare, del guadagno derivato dalla compravendita di un asset finanziario. In pratica, è la differenza, se positiva, tra il prezzo di vendita di un asset finanziario e il suo prezzo di acquisto (come può essere un’azione o un’obbligazione).
Anche conosciuto come plusvalenza o guadagno in conto capitale, il capital gain costituisce la base imponibile per la tassazione sulle rendite finanziarie. In questo articolo cercheremo di spiegare cos’è il capital gain, approfondendo inoltre alcune tematiche chiave legate al calcolo e alla tassazione del capital gain.
| Cosa vuol dire capital gain? | Capital gain è la traduzione in inglese del termine “plusvalenza” o “guadagno in conto capitale” |
| Quindi? | È la differenza sempre positiva tra quanto si è ottenuto dalle vendite e quanto si è pagato per comprare uno strumento finanziario |
| E se la differenza non è positiva? | Allora si parla di perdita in conto capitale, una minusvalenza che può essere conteggiata nel calcolo delle imposte, facendo abbassare le stesse |
| Quanto si paga di tasse sul capital gain? | In Italia l’aliquota per il capital gain è generalmente del 26%, ma può essere al 12,5% o al 33% in base agli asset specifici |
Come si calcola il capital gain per la vendita di azioni o altri investimenti?
Vediamo innanzitutto come calcolare il capital gain, un’operazione piuttosto semplice che non presenta particolari complessità. Il capital gain, infatti, si ottiene calcolando la differenza tra il prezzo di vendita o corrente e il prezzo di acquisto (definito base) di un asset. Se questa differenza è positiva si ha un guadagno in conto capitale, mentre se questa differenza è negativa si ha invece una perdita in conto capitale.
Per il calcolo del capital gain bisogna effettuare i seguenti passaggi:
- Determinare la base: corrisponde generalmente al prezzo di acquisto. La base aumenta per effetto del reinvestimento di eventuali dividendi, oppure per investimenti aggiuntivi nel caso si contribuisca attraverso un piano di accumulo. Quando un asset viene acquistato in diverse fasi, invece, si considera un prezzo medio, ponderato per la quantità, per ogni tranche di acquisto.
- Quando all’interno della medesima giornata di contrattazioni vengono effettuate molte operazioni di compravendita si considera la media, ponderata per la quantità, dei prezzi di ogni operazione. In questo caso vi è capital gain se la media dei valori finali di vendita è superiore alla media dei valori finali d’acquisto.
- L’importo realizzato è il guadagno netto, ovvero il prezzo di vendita al netto di eventuali commissioni pagate e costi.
- Per calcolare il capital gain bisogna sottrarre la base (ciò che si è pagato) dall’importo realizzato (il guadagno netto ottenuto dalla vendita).
Attraverso la semplice sottrazione si ottiene il capital gain assoluto, ma esso viene più spesso espresso in percentuale. Per calcolare il capital gain in percentuale il procedimento è abbastanza semplice, basta mettere in relazione il guadagno con la base. Matematicamente, bisogna soltanto dividere il guadagno per la base e moltiplicare per 100.
Esempi di calcolo del capital gain
Vediamo qui di seguito una serie di esempi di come si calcola il capital gain in diversi casi, ovvero quando si decide di investire in asset differenti e con strategie diverse.
1. Calcolo del capital gain su azioni
Prendiamo in considerazione un investitore che acquista 100 azioni di una società al prezzo di 50 euro ciascuna, sostenendo un investimento complessivo di 5.000 euro. Dopo alcuni anni decide di vendere tutte le azioni a 70 euro l’una, incassando 7.000 euro.
In questo caso il capital gain è pari a 2.000 euro, ovvero la differenza tra il prezzo di vendita e il prezzo di acquisto. Poiché si tratta di una plusvalenza realizzata, sarà necessario versare le tasse su questa somma, al 26%, dato che si tratta di azioni.
2. Calcolo del capital gain su obbligazioni
Vediamo ora un esempio su obbligazioni, come sui Titoli di Stato. Un investitore acquista un BTP italiano per un valore nominale di 10.000 euro al prezzo di 95, sostenendo quindi un investimento complessivo di 9.500 euro.
Dopo alcuni anni, decide di vendere il titolo quando il prezzo è salito a 105, incassando 10.500 euro. In questo caso il capital gain è pari a 1.000 euro, ovvero la differenza tra il prezzo di vendita e il prezzo di acquisto. Poiché si tratta di una plusvalenza realizzata su un titolo di Stato italiano, questa sarà soggetta a una tassazione agevolata del 12,5%.
L’imposta dovuta sarà quindi di 125 euro, mentre il guadagno netto dell’investitore di 875 euro. Tieni conto che le cedole eventualmente ricevute durante il periodo di possesso del titolo non rientrano nel calcolo del capital gain e sono tassate separatamente.
3. Calcolo del capital gain su ETFs
Prendiamo in considerazione un investitore che acquista 100 quote di un ETF azionario al prezzo di 50 euro ciascuna, sostenendo un investimento complessivo di 5.000 euro. Dopo alcuni anni decide di vendere tutte le quote quando il prezzo è salito a 75 euro, incassando 7.500 euro.
In questo caso il capital gain è pari a 2.500 euro, ovvero la differenza tra il prezzo di vendita e il prezzo di acquisto. Poiché si tratta di una plusvalenza realizzata su un ETF, il guadagno sarà soggetto a una tassazione del 26%. L’imposta dovuta sarà quindi pari a 650 euro, mentre il guadagno netto dell’investitore ammonterà a 1.850 euro.
Se vuoi saperne di più su quali ETF investire oggi, scopri la nostra sezione dedicata alle quotazioni.
4. Calcolo del capital gain sulle Criptovalute
Prendiamo ora in considerazione un trader che acquista Bitcoin per un valore complessivo di 5.000 euro. Dopo alcuni anni, grazie all’aumento del prezzo della criptovaluta, decide di vendere la propria posizione incassando 12.000 euro.
In questo caso il capital gain è pari a 7.000 euro, ovvero la differenza tra il valore di vendita e il costo sostenuto per l’acquisto. Secondo la Legge di Bilancio 2026, da quest’anno le plusvalenze sulle criptovalute sono tassate al 33%, con l’unica eccezione delle plusvalenze realizzate tramite cessione di ETP su criptovalute, che rimangono soggette ad aliquota al 26%.
Capital gain: redditi da capitale e redditi diversi
Ai fini del calcolo dell’imposta sul capital gain è importante avere ben chiara la distinzione dei rendimenti ai fini di legge. Da un punto di vista fiscale, i rendimenti si dividono in due categorie: i rendimenti da capitale e i rendimenti diversi.
I redditi di capitale sono tutti quei redditi che sono caratterizzati dalla certezza e dalla prevedibilità (come per esempio gli interessi pagati dalle obbligazioni), o comunque sono legati alla gestione diretta del capitale. Questo tipo di rendimenti, a differenza degli “altri rendimenti” sono per propria natura positivi. Alcuni esempi di questi rendimenti sono per esempio gli interessi sul conto corrente e i dividendi pagati dalle azioni. Ma anche i proventi distribuiti e plusvalenze derivate dalla vendita di fondi comuni e Sicav, oppure i proventi di polizze assicurative.
Ai fini dei calcoli della base imponibile per l’imposta sul capital gain, questi rendimenti, essendo per propria natura positivi, non possono essere compensati da minusvalenze di simile natura. La tassazione di questi rendimenti segue il principio di cassa, ovvero vengono tassati al momento del realizzo e del pagamento si occupa il sostituto d’imposta.
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Redditi di capitale |
Redditi diversi |
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Interessi su Conti correnti e depositi bancari |
Capital gain da vendita di obbligazioni |
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Cedole sulle obbligazioni |
Plusvalenze e minusvalenze su Titoli di Stato |
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Dividendi da azioni |
Capital gain da azioni |
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Proventi distribuiti da ETF |
Plusvalenze da fondi comuni |
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Proventi SICAV |
Certificati e derivati |
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Proventi da polizze assicurative |
Plusvalenze da criptovalute |
La tassazione del capital gain in Italia
Da un punto di vista fiscale, il guadagno in conto capitale, o capital gain, viene invece categorizzato tra redditi diversi, quando si parla di persone fisiche o investitori. In particolare, in Italia l’aliquota per il capital gain è del 26%. La stessa tassazione del capital gain viene applicata anche ai dividendi che vengono staccati da azioni, così come alle plusvalenze generate dalla vendita di quote in Fondi Comuni d’investimento o ETF.
Un’eccezione si applica alla tassazione dei titoli di Stato, dei BOT, dei BTP, dei CCT e dei CTZ. A questi strumenti d’investimento, infatti, viene riconosciuta un’aliquota agevolata rispetto ad altri prodotti finanziari pari al 12,5%, simile a quella che si applica ai titoli emessi da enti locali o da istituzioni internazionali come la World Bank e la BEI. La tassazione agevolata si applica anche ai titoli di Stato emessi da governi esteri dei paesi che fanno parte della “white list”.
Per quanto riguarda invece la tassazione del capital gain sulle criptovalute, ossia i guadagni ottenuti da qualsiasi investimento sulle criptovalute, la Legge di Bilancio 2026 ha aggiornato recentemente le norme, stabilendo una tassazione al 33% sulle plusvalenze generate dalle crypto, con l’eccezione delle plusvalenze da cessione di ETP sulle criptovalute, che rimangono soggette ad aliquota al 26%. Bisogna tenere conto che gli ETF sulle criptovalute non sono soggetti alla nuova aliquota, per cui rimane la percentuale al 26%.
Nel resto d’Europa la situazione non è omogenea, infatti mentre in alcuni paesi le aliquote sulle plusvalenze delle cripto attività sono più alte (ad esempio il 30% in Francia e il 36% in Olanda), in altri la tassazione è più favorevole (in Spagna va dal 19% al 26%, in Ungheria è al 15%). Esiste poi l’esenzione totale delle imposte sul capital gain realizzato negli investimenti di lungo termine con le criptovalute, un’agevolazione vigente in paesi come la Germania, la Svizzera e il Portogallo.
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Strumento finanziario |
Tassazione capital gain Italia |
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Azioni |
26% |
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ETF |
26% |
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Fondi comuni di investimento |
26% |
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Obbligazioni corporate |
26% |
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Certificati e Futures |
26% |
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Titoli di Stato italiani |
12,5% |
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Titoli di Stato esteri paesi white list |
12,5% |
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Criptovalute |
33% |
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ETF su criptovalute |
26% |
La gestione delle minusvalenze nel capital gain
Quando si registra una perdita in conto capitale o una minusvalenza, a livello fiscale esiste un beneficio di imposta per abbattere la tassazione di future plusvalenze. In questo caso, infatti, il credito d’imposta può essere utilizzato durante lo stesso anno nel quale si è verificato e nei quattro anni successivi.
Come abbiamo già specificato, non tutti gli strumenti finanziari permettono di recuperare la perdita attraverso uno sconto finale. La possibilità di compensare le minusvalenze si applica solamente agli strumenti che generano redditi diversi e non si applica ai redditi da capitale.
Non è possibile, dunque, compensare le minusvalenze ottenute dalla compravendita di quote in ETF o in fondi comuni con le plusvalenze derivate dalla vendita di quote di altri ETF o fondi comuni. Le minusvalenze generate dalla compravendita dei fondi, invece, sono compensabili con plusvalenze derivate da azioni, obbligazioni, certificati e futures. Queste eccezioni non si applicano al regime amministrato, come spiegheremo nel paragrafo successivo.
Regimi fiscali: quando si pagano le tasse sul capital gain?
Secondo legislazione sulla tassazione del capital gain in Italia, esistono tre tipi di regimi fiscali. Questi si differenziano tra loro principalmente su chi ha l’onere di pagare le imposte, sulla gestione delle minusvalenze e delle plusvalenze e su quando si paga l’imposta sul capital gain.
- Il regime amministrato: nel regime amministrato l’onere di pagare le tasse ricade sull’intermediario che agisce da sostituto d’imposta. Questo vuol dire che l’intermediario deve calcolare e pagare l’imposta e all’investitore viene accreditato al momento della vendita solo il risultato netto della gestione. Il pagamento dell’imposta segue il cosiddetto principio di cassa, dunque viene applicata al momento del realizzo, ovvero quando viene venduto il singolo asset o strumento finanziario. Per quanto riguarda la gestione delle minusvalenze, invece, valgono le regole spiegate nel precedente paragrafo. Esse si applicano solamente ai redditi “diversi” e appena nei casi in cui la plusvalenza si realizza in un momento successivo alla minusvalenza. Se il rapporto con l’intermediario cessa, esso rilascia una certificazione delle minusvalenze residue che potranno valere come credito d’imposta per conti e rapporti aperti con altri intermediari.
- Il regime gestito è un regime, come nel caso di quello amministrato, nel quale l’intermediario agisce da sostituto d’imposta. La principale differenza tra i due regimi sta nel fatto che il regime gestito si applica alla totalità della gestione, ovvero alla totalità dei titoli gestiti per proprio conto dall’intermediario (e non rispetto al singolo titolo). All’imposta si applica il regime di competenza, ovvero l’eventuale imposta sul capital gain viene applicata ad eventuali plusvalenze maturate durante il periodo fiscale (ovvero alla differenza fra il valore della gestione all’inizio e alla fine dell’anno solare), al netto di commissioni e altre spese legate alla gestione. Se il risultato della gestione è negativo, la minusvalenza vale come credito d’imposta per i quattro anni successivi. Un vantaggio del regime gestito è quello che al computo del risultato della gestione non contribuiscono solo i “redditi diversi” ma anche i “redditi di capitale”. Questo vuol dire che anche eventuali dividendi o plusvalenze e minusvalenze derivate dal valore di fondi e comuni ed ETF possono essere compensati con il risultato della gestione, mentre eventuali minusvalenze possono essere riportate all’anno successivo come credito di imposta.
- Insieme a questi due regimi esiste il regime dichiarativo, nel quale l’investitore si occupa di dichiarare eventuali plusvalenze e minusvalenze in sede di dichiarazione dei redditi. Da notare che il pagamento dell’imposta anno su anno vale per la gestione patrimoniale, mentre nel caso di fondi (al di fuori della gestione patrimoniale) – nonostante si tratti sempre di regime gestito – non si applica annualmente la fiscalità.
Esenzione tassazione capital gain per azioni di startup innovative
Anche nel 2026 viene confermata la misura di agevolazione, già presente lo scorso anno, sul capital gain derivato dalla cessione di partecipazioni ad imprese startup innovative. Queste devono essere detenute per almeno tre anni, e beneficiano di un’esenzione dalle imposte sui redditi. L’esenzione vale quindi per le persone fisiche, che realizzano capital gain dalla vendita di partecipazioni in startup innovative.
Qual è il regime di tassazione sul capital gain migliore per i propri investimenti?
Evidentemente, non è semplice dare una risposta univoca a questa domanda. Se sei alla ricerca di investimenti fiscalmente efficienti nella gestione della tassazione sul capital gain, in Moneyfarm offriamo ai nostri clienti la gestione patrimoniale, un servizio che rientra nel regime fiscale gestito. Questo tipo di regime ha il vantaggio che l’intermediario svolge il ruolo di sostituto d’imposta, liberando l’investitore dall’obbligo di compilare la dichiarazione dei redditi.
Inoltre, è anche l’unico regime che permette di compensare le plusvalenze e le minusvalenze per quanto riguarda la compravendita di quote di fondi o ETF. Questo ci permette di ottenere questo beneficio sui nostri portafogli d’investimento costruiti in ETF, strumenti che offrono ampie garanzie di diversificazione ed efficienza. Secondo le nostre simulazioni, il regime gestito sembra essere il più vantaggioso per gli investitori su orizzonti temporali medio-lunghi.
Domande frequenti
Il capital gain detto anche plusvalenza indica la differenza tra il prezzo di vendita o corrente di un qualunque strumento finanziario e il suo prezzo di acquisto. La plusvalenza per essere definita tale deve sempre avere un valore positivo.
Dipende dal regime. Per semplificare, alla fine di ogni anno fiscale con regime gestito e al momento della vendita nel regime amministrato.
Il capital gain si calcola semplicemente attraverso la differenza tra il prezzo di vendita o corrente e il prezzo di acquisto di un qualunque bene finanziario.
Le plusvalenze sugli investimenti in titoli di Stato prevedono una tassazione agevolata del 12,50%, invece di quella ordinaria pari al 26%.
Per evitare di pagare il capital gain è necessario non ottenere una plusvalenza, avere delle minusvalenze in grado di compensare il capital gain, oppure trasferire la residenza all’estero in paesi con una tassazione bassa o nulla sul capital gain, come Ungheria, Bulgaria, Malta, Nuova Zelanda o Singapore.
L’imposta del 26% sui dividendi deve essere versata entro il 16 del mese successivo al trimestre in cui è stato pagato l’utile.
L’investitore che non dichiara le plusvalenze soggette a tassazione rischia di incorrere in sanzioni amministrative, che possono arrivare fino al 240% dell’imposta non pagata e, oltre certe soglie, portare anche a procedure penali. I controlli possono essere effettuati fino a 14 anni dopo in caso di operazioni effettuate in paesi considerati sospetti.
In Svizzera, per le persone fisiche che investono, le plusvalenze derivanti dalla vendita di azioni, obbligazioni o altri strumenti finanziari sono generalmente esenti da imposta sul reddito. Ma questo non si applica agli investitori professionali, per i quali i guadagni possono essere tassati come reddito.
Il capital gain deve essere dichiarato nel modello 730 se l’investitore opera in regime dichiarativo, cioè senza un intermediario con il ruolo di sostituto d’imposta. Il capital gain va indicato nelle sezioni del modello dedicate alle plusvalenze finanziarie e agli altri redditi diversi di natura finanziaria.
L’imposta sul capital gain viene addebitata nel momento in cui la plusvalenza viene realizzata, ovvero quando l’investimento viene venduto generando un guadagno. Nel regime amministrato, l’intermediario applica direttamente l’imposta al momento della vendita e versa all’investitore il ricavato netto. Nel regime gestito, invece, la tassazione segue le dichiarazioni fiscali.
*Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.





