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Il motore ingolfato dell’industria italiana

LucaDixit_template

Per gli appassionati di motori, su entrambe le sponde dell’oceano, sarà un week end particolarmente interessante. Nel tempio della velocità Usa si terrà la settimana conclusiva delle 500 miglia di Indianapolis mentre gli europei potranno divertirsi con le curve di Montecarlo, la gara più rappresentativa del circus della Formula 1. I motori sono una delle passioni che accomuna il vecchio e il nuovo mondo. Questo si spiega probabilmente con il ruolo fondamentale che l’industria dell’automobile ha avuto nello sviluppo industriale del ‘900 su entrambe le sponde dell’oceano.

Segnali di vitalità

Di certo l’industria dell’auto non occupa più il peso relativo che occupava un tempo, ma ancora oggi il comparto automobilistico svolge un ruolo importante nel determinare i risultati industriali dei principali paesi occidentali industrializzati. Questa settimana dal mondo delle quattro ruote arrivano una serie di spunti interessanti per gli investitori.

Pochi giorni fa l’Istat ha pubblicato il dato sulla produzione industriale italiana per marzo, che è stato leggermente più positivo delle attese. La crescita del fabbricato si è attestata allo 0,4% rispetto al mese precedente e del 2,8% rispetto a marzo 2016. Entrambi i dati sono sopra le attese degli analisti che prevedevano un rialzo congiunturale dello 0,3% e tendenziale del 2,4%. Si tratta di un altro segnale positivo dopo la vampata di febbraio, ma in generale è ancora presto per lasciarsi andare all’ottimismo.

Se si considera il primo trimestre, l’output è leggermente in calo (-0,3%) per via del risultato negativo di gennaio (viziato da problemi legati alla distribuzione delle festività). In generale la macchina industriale italiana sembra ancora ingolfata, nonostante i segnali positivi degli ultimi mesi. Tra i comparti positivi troviamo proprio quello dell’auto, che ha fatto registrare un incremento del 9,5% anno su anno. Si tratta senza dubbio dubbio di una buona notizia, ma che potrebbe lasciare spazio a qualche considerazione amara se si pensa alla rilevanza che questa industria aveva in passato per il Paese.

In Italia, il cui settore industriale è secondo in Europa solo a quello tedesco, la produzione è una componente fondamentale per determinare il risultato finale del prodotto interno lordo. Se osserviamo l’andamento dell’indice negli ultimi 5 anni notiamo un trend leggermente positivo.

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In settimana l’Istat ha rivisto a rialzo le stime per l’anno in corso, portandole all’1%. A pesare maggiormente, secondo l’istituto di statistica, sarà l’aumento delle esportazioni, dovuto a un miglioramento delle prospettive per il commercio mondiale.

La politica industriale

In generale i dati degli ultimi mesi potrebbero aprire la strada a un cauto ottimismo anche se siamo lontani dalla svolta attesa. Moltissimi commentatori hanno puntato il dito contro la difficoltà nel pianificare politiche che possano sospingere questo moto positivo sia da un punto di vista fiscale, sia da un punto di vista della produttività. Per citarne uno tra tutti, il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta ha indicato quella che secondo lui, e secondo molti, sarebbe la via maestra: “Bisogna definire al meglio un coraggioso – ha dichiarato a Milano Finanza – disegno di politica industriale, facendo leva sulle competenze dell’Italia; aggredire i ritardi che rallentano la crescita e favorire la circolazione di moneta”.

In molti pensano che l’Italia non abbia fatto abbastanza per proteggere il suo patrimonio industriale negli anni della crisi. Tanto per dare un esempio, che chiama ancora in causa l’auto, il Governo tedesco ha rivelato questa settimana, non senza suscitare polemiche, di aver offerto un supporto all’industria dell’auto per 175 miliardi dal 2007 a oggi. Anche negli Stati Uniti questo settore, come altri, è stato letteralmente tenuto in piedi dallo stimolo di Obama. In Italia questo non è successo, probabilmente anche per la poca agibilità fiscale che il Paese ha potuto giocarsi.

Senza voler recriminare sul passato concentriamoci su questo incedere lento, sperando che non si tratti di una falsa partenza. I dati macro italiani, in un momento in cui i fondamentali dell’economia mondiale sembrano dare un segnale di buona salute, lasciano il campo a un moderato ottimismo che potrebbe riversarsi sui mercati azionari (ne abbiamo parlato la settimana scorsa). Nel frattempo, aspettando che la macchina si rimetta in moto e il motore cominci ad andare a pieni giri, l’approccio diversificato resta sempre la stella polare che dovrebbe guidare ogni investitore.

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