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L’anello mancante

LucaDixit_template

E alla fine se ne riparlerà in autunno. Le parole di Mario Draghi a Sintra sembravano presagire un’accelerata del processo di rientro dalle politiche di sostegno all’economia, ma alla fine l’attesissimo Consiglio Direttivo della Bce si è concluso senza sorprese.

Il Governatore, durante la conferenza stampa, ha provato in parte a smorzare la pressione sull’Eurotower, rendendo chiaro che  non ha ancora deciso le modalità tecniche e i tempi in cui comincerà a ritirare il proprio sostegno all’economia. Draghi non ha però neanche voluto ritrattare la visione positiva sulla dinamica dell’economia che aveva espresso a Sintra e non ha provato a deprezzare l’Euro promettendo nuove politiche espansive.

La posizione della Bce

In generale il discorso la posizione espressa è stata interpretata come cauta: non c’è stato l’annuncio della stretta monetaria che molti si aspettavano, ma neanche una macia indietro. Tutte le decisioni sono rimandate in autunno quando i dati forniranno basi più solide: nell’attesa, tra un colpo d’ala da falco e un da colomba, Maro Draghi ha inteso sovrastare il brusio che si era creato nell’ultimo mese, rimarcando i suoi messaggi chiave con esaustiva chiarezza.

Ecco qui sotto l’elenco delle posizioni politiche della Banca centrale:

  • I tassi principali della Bce rimarranno bassi a lungo, ben oltre la fine del programma di acquisto di asset.
  • Il programma di acquisto di asset (quantitative easing) continuerà al ritmo prestabilito (60 miliardi al mese) e durerà se necessario oltre la scadenza di dicembre 2017. Le modalità con cui il programma verrà esteso non sono ancora state definite.
  • Il Governatore non è particolarmente preoccupato dell’apprezzamento dell’Euro nei confronti del dollaro.
  • La Bce si intesta gran parte dei meriti per la ripresa economica che si può osservare nella zona Euro, che appare incoraggiante e diffusa.
  •  L’argomento principale su cui la Banca Centrale si interroga è la ricerca della ragione per cui i dati macroeconomici positivi (crescita, disoccupazione in calo) non si stiano traducendo in maggiore inflazione. La ripresa dei prezzi è più lenta della ripresa economica e sembra meno responsive di quanto lo fosse in passato.

Quest’ultimo punto è di grande interesse. In Europa, ma negli Stati Uniti avevamo assistito a una situazione simile, in molti si chiedono come mai sembra svanita la relazione tra crescita occupazionale e inflazione.

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Il fallimento della curva di Phillips: perché i salari non crescono?

A essere finito sotto accusa è uno dei modelli principali utilizzati dalla BCE: la curva di Phillips. Secondo questa influente teoria macroeconomica dovrebbe esistere una relazione inversa tra il numero di disoccupati e l’inflazione: meno sono le persone senza lavoro, più i prezzi salgono. L’anello di congiunzione tra questi due fattori sono i salari. Più la disoccupazione è bassa, più gli stipendi dovrebbero salire e di conseguenza i prezzi. Nello scenario post crisi, i salari sembrano però fare fatica a crescere, nonostante il recente calo della disoccupazione. Ciò ha fatto sì che la relazione tra mercato del lavoro e inflazione sia diventata più equivoca, limitando di conseguenza l’efficacia della politica monetaria.

Sul banco degli imputati per la ripresa dell’inflazione più lenta del previsto siede dunque la stagnazione dei salari, ma quali sono le ragioni di questo fenomeno?

Le ipotesi sono varie e hanno tutte più o meno a che fare con le cicatrici che la crisi economica senza precedenti che abbiamo vissuto ha lasciato sul tessuto economico. C’è la crescita del tasso di partecipazione alla forza lavoro (per via di pensionamenti più ritardati e, in misura minore, dell’immigrazione); c’è la pressione della globalizzazione che erode il potere contrattuale dei lavoratori; c’è lo sviluppo tecnologico, che aumenta la produttività ma diminuisce l’importanza relativa della componente umana nei processi di produzione; c’è l’effetto psicologico derivato dalla crisi che porta i datori di lavoro e i lavoratori a firmare contratti guardando indietro piuttosto che avanti. Ci sono poi le riforme del mercato del lavoro in occidente, che hanno ridotto il potere contrattuale dei lavoratori. Alcuni puntano il dito contro l’inadeguatezza degli  indici che misurano la disoccupazione, che includerebbero all’interno degli occupati persone che magari sono impiegate poche ore a settimana ma che lavorerebbero di più se potessero.

Ognuno si questi fattori, così interrelati tra loro, ha un proprio peso specifico e una propria influenza nel determinare la mancata crescita dei salari e dell’inflazione. Ognuno, prima o dopo, ha ricevuto l’attenzione dalla Bce. La domanda che tutti si pongono è se questi fenomeni siano solo un effetto temporaneo della crisi, oppure se siano delle tendenze di un cambiamento permanente che sta trasformando il sistema capitalistico, in altre parole degli indizi sulla struttura che l’economia di domani è destinata ad avere.

Secondo Draghi, il cui focus è nel breve-medio periodo, la risposta è che queste novità non sono permanenti e che torneremo presto alla situazione precedente. La meccanica dell’inflazione è stata – secondo il banchiere – solo rallentata dalla crisi, ma non è cambiata la sua struttura fondamentale. La curva di Phillips funzionerà di nuovo, i salari saliranno e l’inflazione con essi: è solo questione di tempo. Magari se ne riparlerà in autunno, quando cadranno le foglie.

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