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Cosa succede nelle banche dell’Eurozona?

Il settore bancario europeo sta vivendo un momento difficile per via di temi noti agli investitori ormai da tempo, ma che sembrano cristallizzarsi ancora di più alla luce del voto del popolo inglese di voler preferire l’uscita dall’Europa.

I temi che hanno caratterizzato le banche europee sono principalmente 3. Il primo tema è la compressione delle curve dei tassi che porta di conseguenza le banche a prestare a tassi più bassi impattando così la profittabilità, soprattutto nell’area euro dove questo aspetto è particolarmente marcato e la concentrazione del business bancario principalmente nell’Unione Europea amplifica il fenomeno. La politica monetaria ultra espansiva in Europa può giovare a diversi settori, ma il settore bancario non potrà riprendersi con tassi negativi.

Il secondo tema è la presenza di prestiti deteriorati che gravano sui bilanci delle banche. Il problema non è la presenza di questi prestiti nei bilanci, in un normale attività bancaria avremo sempre una parte di prestiti incagliati, ma è la dimensione che stupisce e la presenza del problema in maniera endemica nei paesi del sud Europa. Sulla base dei dati di fine 2015 forniti dalle Autorità Bancaria Europea in Italia, questi crediti incagliati si attestano al 16.9% dei prestiti, in Portogallo al 18.5%, in Spagna al 6.8%, in Irlanda al 20.6%. Il trend crescente di prestiti incagliati sembra non rallentare in Europa, con valori di fine 2015 fornite dal Peterson Institue of Personal Economics che si attestano in Europa a circa 7.5% contro il 2% circa negli Stati Uniti. Una soluzione a livello nazionale pare essere un palliativo, come il fondo Atlante in Italia che cerca di favorire le banche italiane nelle loro operazioni di ricapitalizzazione e a favorire la gestione dei crediti in sofferenza del settore.

 Il terzo tema è legato alla profittabilità delle banche. Il ritorno sull’equity, una tipica misura per misurare la profittabilità delle banche, è lontano più del 50% dai valori pre crisi e, sulla base dei dati forniti da FactSet, sono oramai davvero lontani i ritorni sull’equity a doppia cifra in Europa.

Le ultime stagioni degli utili dimostrano che le banche europee possono/devono aumentare il taglio dei costi viste le enormi difficoltà nell’aumentare i ricavi. La crescita anemica nell’Eurozona non favorisce un aumento dei ricavi e la struttura dei costi in termini di numero di sportelli sul territorio portano a pensare che il modello di business di molte banche europee vada digitalizzato per rispondere al ciclo economico difficile. Inoltre non va dimenticato come la regolamentazione ha portato elevati costi di compliance che vanno ad impattare gli utili.

I 3 temi erano ben chiari prima del risultato del referendum in Inghilterra sulla Brexit ma l’esito a sorpresa ha aumentato la sfiducia verso il settore bancario europeo, con un calo dell’indice bancario europeo che ha toccato quasi il 23% nelle prime settimane post-Brexit.

Tra le banche sotto i riflettori, Monte Paschi di Siena è arrivata a perdere più del 51% e Deutsche Bank, la più grande banca europea per asset, ha raggiunto il 28% di perdite.

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Il crollo delle banche europee da inizio d’anno ha raggiunto a livello aggregato quasi il 36%.

Si potrebbe pensare che siamo di fronte ad un’opportunità di acquisto ma attenzione.

Un utile indicatore per valutare se una società è a buon mercato è il rapporto prezzo su valore di contabile, che rappresenta il prezzo di mercato (quotazione) di un’azione e il valore del capitale proprio della società, risultante dal bilancio (valore di libro) per azione.

Un valore al di sotto di 1 indica tipicamente un’azione a buon mercato. Le banche europee si aggirano intorno a un prezzo su valore di contabile dello 0.6 e quelle statunitensi dello 0.9.

Ma in questo caso il “buon mercato” ha il sapore amaro dei crediti incagliati e di una crisi che difficilmente avrà fine senza l’intervento delle istituzioni europee.

Sul tavolo ci sono diverse proposte, ma gli investitori che stanno pensando di optare per obbligazioni/azioni bancarie sono pronti a pagare un conto salato nel caso la soluzione dovesse comportare perdite solo per gli investitori?

La volontà del governo italiano di fornire una forma di aiuto pubblico (contrariamente alle regole Europee) fa pensare che, anche questa volta, sarà il contribuente a pagare il conto, ma vista l’incertezza riteniamo che ào e la scelta di prodotti efficienti saranno in grado di riservare agli investitori condizioni favorevoli nel medio-lungo termine.

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