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Venezuela e Grecia, le mille facce del default

LucaDixit_template

Qualcuno diceva che quando hai un piccolo debito sono problemi tuoi, quando hai un grande debito sono problemi dei tuoi creditori. Il Venezuela, paese sudamericano stremato da anni di politiche economiche miopi e affossato dalle dinamiche del mercato del petrolio, è a un passo dal default, dopo che alcune compagnie pubbliche hanno cominciato a non restituire gli interessi sui propri bond. Per evitare di dichiare il fallimento sul proprio debito estero ha intavolato, come è normale che sia, una trattativa con i suoi principali creditori: per inciso la Russia e la Cina.

Con Mosca il governo di Maduro ha raggiunto un accordo per ristrutturare parte del suo debito, una cifra che si aggira intorno ai tre miliardi di dollari. L’accordo, che era nell’aria, prevede che il Venezuela effettui pagamenti ridotti sui bondi acquistati dalla Russia nel corso dei prossimi sei anni. Si tratta semplicemente di un piccolo passo simbolico rispetto all’indebitamento del Venezuela che ammonta oggi a 150 miliardi di dollari. Segnali positivi sono arrivati anche dalla Cina, suo principale creditore per una cifra che si aggira intorno ai 23 miliardi di dollari. Il governo di Pechino, attraverso il linguaggio al solito sibillino della propria diplomazia, ha lasciato trapelare segnali di distensione. La situazione di certo non può dirsi del tutto risolta, con 60 miliardi di scadenze previsti nei prossimi mesi, una situazione economica che resta precaria e un’inflazione a livelli record.

Il default di uno stato sovrano è un’evenienza più comune di ciò che si possa immaginare, dato che la maggior parte delle nazioni con una storia sufficientemente lunga in termini di indipendenza economica hanno dichiarato il default almeno una volta nella loro storia. Ovviamente ci sono default e default e l’impatto dell’impossibilità di un Paese sovrano di ripagare il proprio debito varia a seconda del contesto e soprattutto a seconda dei creditori.

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Difficilmente, in caso di default, un Paese si ritrova da un giorno all’altro impossibilitato a ripagare i propri debiti. Di solito il default è un processo più graduale, un processo selettivo nel quale è normale che intervenga una sorta di accordo con i creditori.

Il caso più eclatante è quello della Grecia, il cui default avrebbe potuto deflagrare come una bomba a orologeria all’interno dell’architettura dell’Euro. Quando la crisi scoppiò, la maggior parte del debito del Paese ellenico era in mano alle banche principalmente tedesche, francesi ma anche italiane. L’operazione che è stata effettuata è quella di aver “sostituito” la titolarità del debito, risarcendo i creditori privati e facendo sì che le casse pubbliche se ne facesse carico. Non si è mai voluto mettere nero su bianco che la Grecia non era in grado di far fronte ai suoi oneri, ma si sono messi in campo una serie di rifinanziamenti eccezionali (da elargire in seguito all’adozione di politiche molto stringenti per quanto riguarda le casse pubbliche) che hanno permesso, in una sorta di partita di giro, alle scadenze del debito greco di essere rifinanziate. Il governo di Atene ha annunciato proprio la scorsa settimana un piano per poter tornare a raccogliere sul mercato almeno quanto necessario per far fronte alle scadenze del prossimo anno, con l’obiettivo di evitare un nuovo piano di salvataggio.

Il dubbio se optare per un default pilotato avrebbe evitato all’Eurozona tanta instabilità e alla popolazione greca molte sofferenze, resta. Tornando al Venezuela gli investitori che non avessero investimenti diretti sul debito del Paese (presumibilmente pochissimi), possono stare tranquilli. La situazione critica era stata segnalata da tempo e per questo non si prevedono ricadute sulla valutazione dei bond governativi dei paesi emergenti.

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