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Russia e Ucraina una tensione di lunga data: le ripercussioni sul mercato

Russia e Ucraina una tensione di lunga data: le ripercussioni sul mercato

Continuano le tensioni tra Russia e Ucraina, così come proseguono gli incontri tra Putin e i vari leader europei ed americani per trovare una svolta pacifica. Le frizioni tra Russia e Ucraina hanno però radici profonde, che affondano in un passato comune. Nonostante con il crollo dell’URSS, nel 1991, la Russia abbia perso il controllo di 14 Repubbliche che, durante l’era sovietica, erano poste sotto il dominio della Federazione Russa, l’uscita dell’Ucraina dalla propria area di influenza (avvenuta in seguito alle rivolte del 2014) rimane la ferita più profonda. Come mai? I due paesi sono profondamente legati da un passato di unione che è iniziato nel IX secolo, quando Kiev divenne la capitale dell’antico Stato russo della Rus. E successivamente, con un trattato del 1654, Russia e Ucraina si unirono sotto il dominio dello zar russo. I due Paesi parlano lingue strettamente imparentate e, in seguito formarono insieme la Bielorussia, il nucleo slavo dell’Unione Sovietica.

Questo passato fa sì che molti russi sentano un legame molto forte con l’Ucraina, cosa che non hanno invece con gli altri ex stati sovietici del Baltico, del Caucaso e dell’Asia Centrale. Il loro passato ha anche portato Putin l’anno scorso (12 luglio) a scrivere un articolo dal titolo: “sull’unione storica dei russi e ucraini” dove sottolinea come i due popoli condividevano un unico spazio storico e spirituale e che l’emergere di questo “muro” tra di loro rappresenta una tragedia. Se a questo si aggiungono le motivazioni geopolitiche regionali, che hanno ad oggetto l’espansione ad est del Nato, si innesca una bomba pronta ad esplodere (da sottolineare come l’Ucraina non è un membro del Nato, ma non ha mai nascosto i suoi sentimenti euro-atlantici).

Il problema geopolitico tra Russia e Ucraina ha dunque radici profonde è destinato a restare sullo sfondo per lungo tempo, al di là che in questa particolare occasione si assista a un escalation o meno. In questo momento, il casus belli che rende la situazione instabile è il trattato di Minsk, un trattato che con la sua inadeguatezza non fa altro che certificare l’esistenza della crisi.

Il trattato di Minsk: un punto di incontro mai trovato

Il primo protocollo di Minsk (5 settembre 2014) è stato un accordo per porre fine alla guerra dell’Ucraina orientale raggiunto dal Gruppo di contatto trilaterale sull’Ucraina, composto da rappresentanti della Russia, dagli indipendentisti filo russi della Repubblica popolare di Doneck e di quella di Lugank e dall’Ucraina. Il tutto è stato firmato dopo diversi colloqui che sono stati fatti a Minsk (capitale Bielorussia) sotto l’egida dell’Osce. L’accordo prevedeva un cessate il fuoco immediato, lo scambio dei prigionieri e l’impegno da parte dell’Ucraina di garantire maggiori poteri alle regioni di Doneck e Lugansk. Nonostante abbia portato ad un’iniziale diminuzione delle ostilità, l’accordo non è stato rispettato. Di fatto dal 2015 ad oggi nel Donbas si è continuato a sparare. E la situazione sul campo non è affatto sotto controllo, come dimostrano i recenti accadimenti.
Ma non solo perché il 3 settembre 2021 l’Ucraina ha rivelato di essersi svincolata dagli accordi di Minsk, dato che Mosca aveva violato per prima il patto. E da allora è partita l’escalation che stiamo seguendo in questi ultimi mesi.

Come mai Putin si muove proprio ora

L’occidente si trova in un momento storico- economico particolarmente complesso. La crisi energetica e l’inflazione sono due fattori che stanno mettendo in difficoltà i diversi paesi occidentali che si trovano a dover affrontare queste sfide sfibrati dal Covid. La mossa di Putin non fa dunque che aumentare la tensione e le difficoltà all’interno dei vari stati. Ma andiamo con ordine.

Per quanto riguarda i problemi in campo energetico ricordiamo che l’Ue produce il 39% del proprio fabbisogno energetico, importando il restante 61%. Il mix energetico è così composto: 36% petrolio, 22% gas naturale, 15% energie rinnovabili e il 13% da nucleare. Importante sottolineare, soprattutto per capire la posizione scomoda in cui si trova il vecchio continente nella questione Russia-Ucraina, che l’Ue importa l’83,5% della domanda di gas naturale e ne produce solo il 16,5%. Dalla Russia arrivano ben il 50% delle importazioni di gas. Questa forte dipendenza da Putin ha reso l’Unione europea vulnerabile alle forti oscillazioni di prezzo (a rialzo) che si sono susseguite nell’ultimo anno. Basti infatti pensare che il prezzo del gas naturale ha raggiunto, a dicembre, il valore record di 180 euro per Mwh. Cifra che fa strabuzzare gli occhi se si pensa che a giugno si era a 20 euro per Mwh (prezzo già aumentato se paragonato ai mesi precedenti). Questi continui rincari hanno dunque reso le bollette degli europei più pesanti e i vari governi hanno agito in modo disordinato per cercare di calmierare i prezzi. Per il momento le varie azioni non sono state di tipo strutturale (se si esclude l’ultima decisione della Francia di bloccare i prezzi per determinati soggetti), né corali a livello europeo. A

l problema dell’energia si è poi aggiunta anche la questione dell’inflazione. All’inizio sottovalutata dalle varie banche centrali dato che pensavano fosse “passeggera”. Quando poi il 2020 è finito sotto il segno di un’inflazione in crescita e il 2021 ha visto nuovi picchi, si è iniziato a muovere qualcosa. Come non ricordare che a gennaio gli Usa hanno registrato un nuovo picco facendo arrivare il tasso al 7,5%. Il dato più alto, su base annuale, dal 1982 ad oggi. Su base mensile i prezzi sono aumentati dello 0,6% rispetto al mese precedente, dopo che a dicembre si era già registrato un +0,5%. Stessa sorte per tutti gli altri paesi. Anche il Regno Unito a gennaio ha raggiunto il suo livello massimo da 30 anni. Il tasso annuale dei prezzi al consumo è salito al 5,5%, il più alto dal 1992 (dato contro le attese degli analisti che si aspettavano un 5,4% come a dicembre). Ma il peggio non è ancora passato, perché a inizio mese la Banca d’Inghilterra ha rivisto le sue previsioni di inflazione sostenendo che si raggiungerà il picco del 7,25% ad aprile.

Da sottolineare come la Boe, per cercare di contrastare questa tendenza, ha già aumentato i tassi di interesse 2 volte da dicembre, portando i tassi dallo 0,5 allo 0,1%. Ci si aspetta però un altro suo intervento a marzo, durante la prossima riunione, per aumentare ulteriormente i tassi dallo 0,75 all’1%. E se si pensa che si potrà uscire facilmente dal tunnel dell’inflazione la Banca centrale inglese non aiuta; secondo le sue aspettative si potrà tornare all’obiettivo di un’inflazione al 2% ad inizio 2024. Più positivo invece il presidente della Bce, Christine Lagarde ha spiegato come “nella nostra valutazione delle prospettive inflazionistiche, dobbiamo tenere presente che le condizioni della domanda nell’area euro non mostrano gli stessi segnali di surriscaldamento che si possono osservare in altre grandi economie. Ciò aumenta la probabilità che le attuali pressioni sui prezzi si calmino prima di radicarsi, consentendoci di raggiungere il nostro obbiettivo del 2% nel medio termine”. Le misure basate su sondaggi indicano che l’inflazione tornerà al 2% entro il 2023 e resterà prossima a questo livello in seguito.

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Russia e Ucraina: scenari di mercato

La guerra delle parole sull’Ucraina si è intensificata. Potrebbe trasformarsi in un vero e proprio scontro così come trasformarsi in altro. I mercati finanziari hanno reagito con volatilità.

Cosa ne pensiamo? Ci sono diversi punti qui. Vorremmo però soprattutto sottolineare un messaggio che vi è già familiare: bisogna rimanere concentrati sul lungo termine e ricordare che la diversificazione (per regione e per classe di attività) può aiutare.

1. Come tutti gli altri, non sappiamo come andrà a finire a breve termine. Non stiamo riducendo gli asset rischiosi, dato che non pensiamo che la situazione avrà un impatto significativo nel lungo termine sui prezzi delle attività finanziarie globali, ma continueremo a monitorare la situazione.

2. Potrebbe essere sempre una tentazione provare a speculare sulla volatilità generata da questo tipo di eventi a breve termine. Non pensiamo che sia particolarmente facile da fare con successo (con il colore delle notizie cha cambia di ora in ora) e non fa parte della nostra strategia di investimento.

3. Di conseguenza, c’è stata, e probabilmente ci sarà, ancora volatilità di mercato (nei prossimi giorni e in certi momenti anche nei prossimi anni forse), ma stiamo notando che ci sono alcuni vantaggi derivanti dalla diversificazione dei nostri portafogli multi-asset, che sono coinvolti direttamente da questa particolare crisi in modo limitato.

4. Rimaniamo con la nostra strategia di investimento principale e concentrati sul lungo termine. C’è sempre il potenziale per una drammatica escalation della situazione, ma questo per noi non è il nostro caso.

5. Continueremo a monitorare rischi ed eventuali opportunità di questa crisi.

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