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Il beffardo destino dello stato-nazione e il futuro dell’integrazione europea

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Questo fine settimana gli abitanti della Catalogna si recheranno alle urne per esprimere la loro opinione sull’indipendenza dalla Spagna. Il referendum, convocato dal governo locale catalano, non è stato riconosciuto da Madrid ed è considerato un atto di sovversione. La Procura Generale ha ordinato alla polizia di impedire le consultazioni, recarsi ai seggi e sequestrare i materiali elettorali.

La storia dell’indipendentismo catalano è una vicenda squisitamente europea, col sapore del dramma novecentesco. Parla del sangue degli sconfitti di una guerra civile, di dittatura, resistenza e collaborazionismo. Smuove identità culturali radicate nel passato, ma anche nuovissime, prosperate come reazione al fenomeno della globalizzazione (Barcellona è la città dove quest’estate è nato un movimento di opposizione al turismo). Sullo sfondo c’è la crisi dello Stato-nazione, il regionalismo europeo (che è un successo a metà), ma anche un territorio ricco e poco propenso alla solidarietà fiscale verso un Paese che resta in crisi profonda. Insomma, tutto il mondo è Paese in questo scontro di civiltà che parla allo stesso tempo la lingua occitana, il dialetto scozzese, ma anche quello bavarese e il linguaggio ruvido del Bossi della prima ora.

Referendum catalano e disintegrazione dello Stato

Lasciando da parte gli aspetti culturali, l’indipendentismo Catalano rappresenta un’ulteriore tappa della crisi storica dell’istituzione dello Stato-nazione nel contesto europeo. L’Europa è infatti per antonomasia terra di torri, città, campanili e regioni. L’idea che tutte queste realtà locali dovessero federarsi al livello continentale come una lega di unità territoriali autonome ha radici antichissime e precede “l’invenzione” dello stato stesso. Già Dante immaginava un impero sul quale splendessero due soli che fossero in grado di pacificare le litigiose realtà civiche locali, permettendogli così di prosperare in pace. Il pensiero federalista europeo passa poi per Proudhon, che immaginava una federazione di “autogestioni” e si cristallizza nel sogno di Ventotene, di Spinelli e Rossi.

Quando la Comunità Europea fu progettata, all’indomani della tragedia della Seconda Guerra Mondiale, il pretesto politico che la rese possibile fu proprio l’idea di dover limitare l’influenza degli stati: sì costruendo un’autorità centrale a cui questi avrebbero dovuto cedere sovranità ma soprattutto favorendo la devoluzione di potere alle autonomie regionali e ai territori. Questa concezione si è cristallizzata nella legislazione comunitaria che ha incoraggiato e promosso i governi locali attraverso le sue istituzioni. Basti pensare che il fondo europeo per lo sviluppo territoriale (così come molte altre politiche Ue) è destinato alle regioni e non agli stati.

L’impulso dell’Unione Europea, inoltre, ha ricalcato storicamente l’impulso centrifugo della globalizzazione che ha portato gli stati a perdere parzialmente la propria autorità attraverso due direttrici opposte, una locale e una globale. Da un lato il loro potere è stato eroso dall’internazionalizzazione dei processi produttivi e delle culture. Dall’altro, proprio la globalizzazione ha trovato nell’identitarismo culturale, nel localismo e nelle dinamiche “nimbi” (non nel mio giardino) – tutti fenomeni piuttosto comuni in tempi recenti – una forma di resistenza. Si aggiunga a questo che la dottrina di politica economica maggioritaria tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, lo stesso periodo in cui è stato concepito e firmato il trattato di Maastricht, vedeva nella devoluzione di potere alle regioni la panacea di tutti i mali. Poco importa che l’efficacia del localismo politico, che è stata inserita nel trattato di Maastricht tramite il concetto di sussidiarietà verticale (lasciare il potere decisionale al livello più vicino possibile al cittadino), abbia poi rivelato i suoi limiti, come quella di molte altre politiche in voga in quel periodo storico.

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L’idea di regionalismo e l’idea di Stati-nazione depotenziati fa dunque parte delle fondamenta stesse del concetto d’Europa. Questa è anche una delle ragioni per cui il referendum catalano non è vissuto con grande timore dai mercati internazionali o comunque è visto come una vicenda puramente locale. Da una parte esiste la convinzione, che sembra piuttosto fondata, che il governo di Madrid e il Re non lasceranno dichiarare l’indipendenza alla porzione più benestante e ricca del territorio nazionale. Dall’altra esiste una chiara volontà della popolazione di conseguire l’autonomia. Se la crisi dovesse essere portata alle estreme conseguenze, alla fine prevarrà la volontà della parte tra le due che sarà in grado di mobilitare, esercitare o almeno dispiegare maggiormente la forza. Questa parte dovrebbe essere lo Stato centrale, che anche nell’epoca della globalizzazione della forza dovrebbe aver mantenuto il monopolio. Ma ancora per quanto?

Le prospettive dell’integrazione europea

Proprio in settimana Emmanuel Macron, dalla cattedra della Sorbona, ha pronunciato il suo discorso programmatico per rilanciare il progetto europeo. La tempistica certamente non è casuale, con le urne tedesche appena chiuse, Macron ha presentato i suoi ambiziosi programmi per rilanciare l’integrazione. Nel suo discorso, sicuramente il più esplicitamente europeista che si ricordi negli ultimi anni da un capo di governo europeo, Macron ha parlato di difesa comune, di una tassazione (sulle aziende) e di una politica economica comune, ma anche di università e di diritto di asilo.

La storia dell’Unione Europea ci mostra molto chiaramente come periodi di crescita economica siano stati di solito favorevoli al progresso di integrazione. La logica suggerirebbe che, con tutti gli indicatori economici in netto miglioramento e lo scoglio elettorale in Francia e in Germania alle spalle, si apra una finestra per porre rimedio a tutte le fragilità che l’Ue ha dimostrato di avere in questi lunghi anni di crisi. Il risultato delle elezioni tedesche, però, ha ricordato ancora una volta che esiste una larga parte della popolazione che non si trova sulla stessa rotta dei governi e che oppone la sfida identitaria all’integrazione sovranazionale.

Tutti questi eventi servono a ricordare agli investitori e a chi elabora strategie di investimento a lungo termine, che ci troviamo in un periodo complesso, in cui il rischio politico nel contesto europeo non si limita al momento elettorale e può assumere molte forme, spesso controverse. In questo senso il processo di integrazione è intrinsecamente viziato da alcuni problemi strutturali, destinati a ripresentarsi ciclicamente nei prossimi anni (sarà da vedere con che intensità). L’ottimista, però, potrebbe argomentare che il fatto che l’Unione stessa sia ancora in piedi dopo la crisi economica più grande del Dopoguerra rappresenti una prova di resilienza non indifferente, che permette di guardare con fiducia all’orizzonte, mentre i ghiacci si sciolgono e il sole ricaccia le ombre sotto le chiome degli alberi.

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