La sentenza della Corte Suprema americana, che ha bocciato i dazi imposti dal presidente Donald Trump, riporta al centro del dibattito pubblico un tema-chiave per il mondo della finanza: il legame tra le dinamiche economico-politiche e gli investimenti e la capacità di distinguere tra rumore e segnali di fondo. In questo articolo, pubblicato nella nostra Asset Allocation Strategica 2026, esploriamo i recenti sviluppi del commercio globale e le lezioni che possiamo trarne per gli investimenti.
Negli anni Trenta, nel pieno della Grande Depressione, una spirale protezionistica senza precedenti devastò il commercio mondiale. Tutto ebbe inizio negli Stati Uniti, quando il Congresso decise di rispondere alla crisi economica con l’imposizione di dazi su centinaia di beni di consumo, nel tentativo di proteggere agricoltori e industria domestica. Quella che doveva essere una misura difensiva si trasformò rapidamente in un detonatore globale. L’aumento dei dazi innescò ritorsioni altrettanto rapide da parte di oltre venti Paesi. Nel giro di pochi anni, il sistema commerciale internazionale entrò in una vera e propria implosione: tra il 1929 e il 1934 il commercio mondiale crollò di circa il 65%, e l’interscambio tra Stati Uniti ed Europa si ridusse di quasi due terzi nel giro di soli tre anni.
Quella guerra commerciale non fu un fenomeno isolato, ma un potente amplificatore della crisi economica già in corso. Contribuì al fallimento di banche, alla chiusura di imprese e a un ulteriore deterioramento delle condizioni sociali. In molti Paesi, quel clima di impoverimento e disillusione favorì l’ascesa di regimi autoritari e totalitari, con conseguenze che segnarono l’intero corso del Novecento. Anche per questo, dopo quell’esperienza traumatica, per quasi un secolo non si sono più visti sconvolgimenti comparabili nel regime commerciale internazionale.
Nel mondo emerso dal secondo conflitto mondiale, la direzione delle politiche tariffarie è stata, nel complesso, chiara e coerente: meno barriere, più scambi. A guidarla non fu solo il ricordo degli errori degli anni Trenta, ma anche un’idea – profondamente radicata nel pensiero economico classico – secondo cui la specializzazione del lavoro e il libero commercio fossero motori essenziali della crescita. Il clima politico ed economico degli ultimi settant’anni ha così favorito, tra avanzamenti e battute d’arresto, una graduale riduzione delle barriere commerciali. Questa è stata una delle dinamiche più importanti che ha contribuito alla costruzione del mondo globalizzato.
Il 2025 doveva essere l’anno zero per il commercio globale
Tutto questo è rimasto valido fino ad oggi. Il 2025, almeno nelle attese, doveva rappresentare l’“anno zero” della politica commerciale globale – l’inizio di una svolta netta verso il protezionismo sotto la spinta di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca per un secondo mandato con la promessa di portare finalmente a compimento la sua visione di un’America più isolata sul piano commerciale e politico.
Va detto che la volontà di mettere in atto questo intento non è mancata. Ad aprile 2025, dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, Trump ha annunciato – cartello alla mano – una nuova ondata di dazi, basati su un criterio di reciprocità non del tutto lineare. Le misure hanno colpito un numero significativo di Paesi, inclusi i tre principali partner commerciali degli Stati Uniti (Canada, Cina e Messico) e l’Unione Europea. Sulla carta, l’approccio sembrava esattamente ciò che molti paventavano. Anche noi, scrivendo questo documento nel 2024, avevamo ipotizzato come scenario di maggiore rischio un’azione unilaterale potenzialmente destabilizzante e capace di innescare una spirale di incertezza e ritorsioni.
La realtà, tuttavia, si è rivelata molto meno catastrofica delle previsioni. La crisi globale del commercio tanto temuta non si è materializzata, anche prima della sentenza della Corte Suprema di febbraio 2026. Al contrario, gli scambi internazionali hanno continuato a crescere, raggiungendo nuovi massimi storici. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, nella prima metà del 2025 il valore complessivo del commercio mondiale è aumentato di circa 500 miliardi di dollari e, salvo sorprese nell’ultima parte dell’anno, il 2025 dovrebbe chiudersi sopra il record già raggiunto nel 2024. Anche in rapporto al prodotto interno lordo (PIL) mondiale, il commercio estero non ha mostrato segnali di rottura. La sua quota si è stabilizzata su livelli elevati, rimanendo sostanzialmente piatta negli ultimi anni, segno di equilibrio raggiunto, più che di un’inversione strutturale. In altre parole, non si è verificato alcun tracollo: il commercio globale ha continuato a espandersi nonostante dazi e tensioni politiche.
Un sistema in grado di riorganizzarsi
Come si spiega questo divario apparentemente incredibile tra le previsioni e la realtà? Il rischio dei dazi è stato un’allucinazione collettiva, oppure gli effetti non si sono ancora pienamente manifestati?
La realtà è che l’economia globale è un sistema complesso: reagisce, evolve e sviluppa meccanismi di autodifesa. Riteniamo che i danni siano rimasti limitati e circoscritti in larga parte grazie alla capacità adattiva di imprese e governi, che hanno saputo reagire rapidamente al nuovo contesto. Piuttosto che interrompere gli scambi, le imprese hanno riorganizzato le rotte di approvvigionamento.
Negli ultimi anni – a partire dalla prima ondata di dazi di Trump e passando per la pandemia, che ha messo in luce i punti deboli del sistema – molte aziende hanno iniziato a riallineare le catene di fornitura e a rendere i loro sistemi piu resistenti agli shock. Anche per questo, le catene globali del valore si sono rivelate più flessibili e resilienti di quanto molti avessero previsto.
Un ruolo chiave lo ha giocato anche la risposta politica. Mentre Washington aumentava le tariffe, la maggior parte degli altri Paesi, che insieme rappresentano circa l’85% del commercio mondiale, ha continuato a rispettare le regole esistenti, evitando di adottare misure simmetriche. Fatta eccezione per la Cina, che ha risposto colpo su colpo ai dazi statunitensi, quasi nessuna grande economia ha seguito la linea dura americana. Invece di un “tutti contro tutti” protezionistico, gran parte del mondo ha cercato di mantenere aperti i canali commerciali e di restare al tavolo negoziale con gli Stati Uniti, alla ricerca di nuovi equilibri e opportunità.
Le principali economie emergenti, dalla Cina all’India, hanno retto l’urto meglio di quanto ci si aspettasse. Paesi come il Brasile o il Sudafrica hanno rafforzato attivamente i legami con altre economie per compensare eventuali perdite sul mercato americano. Allo stesso tempo, il commercio tra Paesi in via di sviluppo, ad esempio all’interno del blocco BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), è in crescita, creando canali alternativi che agiscono da vero e proprio “ammortizzatore” rispetto agli shock tariffari imposti dalle economie avanzate.
Più in generale, quasi tutti i Paesi, emergenti e sviluppati, hanno compreso la necessità di ridurre la dipendenza da un singolo partner, che si tratti degli Stati Uniti o della Cina, ed esplorano attivamente mercati “terzi”. L’export cinese verso gli Stati Uniti è effettivamente diminuito in alcuni comparti, ma Pechino ha compensato aumentando le esportazioni verso il Sud-Est asiatico, l’Africa e altri mercati emergenti. Altri Paesi come Vietnam e Messico, inizialmente più vulnerabili per l’elevata esposizione agli Usa, hanno reagito attraverso politiche economiche mirate e investimenti infrastrutturali, rafforzando la propria competitività e attirando produzioni riallocate.
Tutto questo non significa che le tensioni commerciali siano state prive di effetti negativi. Gli impatti ci sono stati, ma in forma prevalentemente localizzata e settoriale, più che sistemica. Alcune industrie hanno sopportato un peso maggiore: i comparti manifatturieri fortemente dipendenti da input importati colpiti dai dazi hanno registrato un aumento dei costi e una compressione dei margini. Settori come l’automotive o l’elettronica, penalizzati dai dazi su acciaio, alluminio o semiconduttori, hanno visto ridursi la competitività di alcuni stabilimenti nazionali.
Anche dal punto di vista geografico, l’impatto è stato disomogeneo. Alcune aree – come regioni agricole orientate all’export verso la Cina o distretti industriali profondamente integrati nelle catene del valore sino-americane hanno sofferto più di altre. Tuttavia, a livello macro globale, queste frizioni non hanno innescato una reazione a catena tale da far deragliare l’intero sistema commerciale. Il commercio tra molte altre coppie di Paesi è proseguito senza intoppi o addirittura in crescita, attenuando l’effetto dei cali bilaterali isolati.
Il colpo di coda del multilateralismo
Negli ultimi anni si è parlato molto di crisi della globalizzazione e di fine del multilateralismo. Se è vero che una visione naïf, lineare e totalmente positivista della globalizzazione è ormai tramontata, il sistema multilaterale, tenuto in vita da una pluralità di attori e non solo dai governi, ha dimostrato una capacità di resistenza superiore alle attese. Ed è una notizia positiva per gli investitori, in un contesto globale che appare sempre più conflittuale.
Siamo certamente in una fase di transizione. Le tensioni restano elevate e il rischio di frammentazione esiste, ma appare ragionevole ipotizzare che il modello multilaterale venga messo alla prova e trasformato, piuttosto che smontato rapidamente, come molti avevano previsto in modo forse troppo superficiale. In altre parole, la globalizzazione è ancora viva, anche se in evoluzione.
Un elemento spesso sottovalutato è che le tensioni geopolitiche recenti hanno innescato anche reazioni costruttive sul fronte della cooperazione, contribuendo a ridisegnare la mappa delle relazioni commerciali. Negli ultimi anni si è assistito a un fiorire di nuovi accordi bilaterali e regionali: negoziati rimasti bloccati per decenni si sono sbloccati nel timore di perdere opportunità in un mondo più frammentato.
Alla fine del 2024, ad esempio, l’Unione Europea e il blocco Mercosur (Brasile, Argentina e altri Paesi) hanno annunciato di aver raggiunto un accordo di libero scambio dopo oltre vent’anni di trattative. Anche negoziati a lungo stagnanti, come quelli tra Regno Unito e India o tra Brasile e Cina, hanno registrato progressi proprio mentre gli Stati Uniti irrigidivano la loro politica tariffaria. Dopo anni di stanchezza, il numero di accordi siglati di recente è aumentato in modo sorprendente.
Parallelamente, nel 2025 le grandi potenze hanno mostrato un pragmatismo maggiore del previsto nel tentativo di evitare un’escalation incontrollata. Stati Uniti e Cina, pur mantenendo una retorica dura e misure selettive, hanno nei fatti evitato una nuova guerra tariffaria su larga scala, limitandosi a interventi mirati e a negoziati tattici. La logica non è stata quella di una de-escalation formale, bensì del contenimento: gestire il conflitto senza interrompere i flussi commerciali critici né destabilizzare l’economia globale. L’Unione Europea, dal canto suo, ha mantenuto aperto il dialogo con Washington per comporre dispute su singole industrie. In sintesi, è emersa una chiara volontà di non oltrepassare determinate linee rosse e di ricorrere a compromessi temporanei, segnale che nessun grande attore aveva un reale interesse in un collasso degli scambi.
Infine, la globalizzazione continua sotto nuove forme. Se il commercio di beni fisici cresce oggi a un ritmo più contenuto, gli scambi di servizi e i flussi digitali stanno accelerando. Nel 2024, ad esempio, il commercio globale di servizi, molti dei quali forniti digitalmente, è aumentato di circa il 7%, contro una crescita di poco superiore al 2% per le merci. Allo stesso tempo, i flussi di dati transfrontalieri (dalle transazioni e-commerce ai trasferimenti via cloud) continuano a crescere anno dopo anno. Questo indica che l’interdipendenza economica si sta spostando anche su nuovi fronti, come la digitalizzazione, e che la cosiddetta “deglobalizzazione politica” non ha impedito alle imprese di restare profondamente connesse a livello globale grazie alla tecnologia.
Narrazione economica contro realtà
Il 2025 ci ha consegnato quindi un quadro complessivamente meno cupo di quanto molti avevano previsto: la grande crisi del commercio globale è, nei fatti, quella che non si è mai verificata. Questo non significa che le tensioni siano scomparse. Al contrario, il contesto resta fluido, attraversato da frizioni strutturali, da vulnerabilità ancora latenti e da numerose questioni irrisolte sul piano geopolitico e commerciale. Ciò potrebbe comunque determinare un rallentamento del commercio globale nei prossimi anni.
Allo stesso tempo, però, la globalizzazione e il multilateralismo continuano a dimostrarsi vitali. Le reti produttive, i flussi commerciali e i legami finanziari non si sono dissolti, ma si stanno trasformando, adattandosi a un mondo più frammentato, ma non per questo disconnesso. Più che una fine della globalizzazione, stiamo osservando una sua riconfigurazione, fatta di nuovi equilibri e relazioni tra gli stati.
Più di tutto, questa fase storica ci ricorda quanto sia fondamentale applicare misura e buon senso nei giudizi. In un contesto dominato da dati, previsioni e analisi, e spesso da una naturale tendenza a immaginare lo scenario peggiore, il rischio di sopravvalutare gli shock e sottovalutare la capacità di adattamento dell’economia è sempre presente. Questo non significa ignorare i rischi o abbassare la guardia, ma riconoscere che i sistemi economici e finanziari possono anche mostrare una capacità di adattamento superiore alle attese e che le cose possono anche andare molto meglio di come tutti si aspettassero. È un messaggio particolarmente rilevante per gli investitori: distinguere tra rumore e segnali di fondo, tra retorica politica e dinamiche economiche reali, può fare la differenza tra decisioni emotive e scelte di lungo periodo più consapevoli.
Questo articolo fa parte della nostra nuova Asset Allocation Strategica, il documento che racchiude la nostra visione di lungo periodo sui mercati e guida il posizionamento strategico dei portafogli che il nostro team gestisce per te.
*Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.





