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Polvere di stelle: dove va l’Europa?

Lo scorso mese si sono svolte le elezioni europee. I risultati hanno grossomodo rispettato le aspettative e, come previsto, un po’ tutti hanno avuto modo di reclamare la propria porzione di vittoria.

  • I sovranisti e gli euroscettici hanno ottenuto un ottimo risultato, ma non hanno sfondato.
  • I popolari e i socialdemocratici hanno perso voti, ma nel complesso non sono affondati.
  • I due gruppi di cui sopra saranno in grado di partecipare ancora alla maggioranza nel Parlamento, ma i loro voti non saranno sufficienti. Nella maggioranza dovranno essere inclusi alcuni dei gruppi protagonisti dell’ultima tornata elettorale come i verdi e i liberali.
  • I partiti euroscettici hanno comunque trionfato in molte nazioni chiave da un punto di vista economico, politico e demografico (incluse l’Italia, la Francia, il Regno Unito e la Polonia)

Il risultato elettorale, in realtà, è meno netto di quanto la conformazione del Parlamento lasci presagire. La geografia politica del continente sembra cambiata rispetto a cinque anni fa. Il partito popolare (la formazione di centro-destra a cui fanno riferimento i partiti cristiano sociali, il centrodestra francese e Forza Italia) sembra ormai sparito dall’Europa Occidentale (fatta eccezione per la Germania). Resta il partito di maggioranza relativa, ma costruisce il suo consenso nell’Europa dell’Est e del Nord e non nei Paesi dove storicamente ha trovato il suoi bacino d’utenza. All’interno del suo gruppo sono incluse forze politiche, come il partito dell’ungherese Orban, la cui prospettiva europeista non sembra essere esattamente in linea con la tradizione della famiglia politica popolare. Anche i socialdemocratici hanno perso moltissimi voti ed evitato il collasso completo solo grazie agli ottimi risultati in Spagna e in Portogallo.

Cosa dobbiamo aspettarci?

In generale sembra che per la prima volta nella storia potrebbe rompersi l’unità politica che da sempre ha legato la maggioranza del Parlamento Europeo, la Commissione e il Governo degli stati membri con maggior potere decisionale. Questa divisione si farà sentire nei prossimi anni, quando l’Unione si trovera a prendere importanti scelte strategiche e già si riflette nella partite delle nomine per la formazione della nuova Commissione.

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Chi crede ancora nell’integrazione? Le forze europeiste sono meno europeiste di come lo erano dieci anni fa. Ovviamente a parole quasi tutti riconoscono i meriti di una riforma progressiva dell’Unione, ma l’idea che il processo di integrazione – su aspetti importanti come l’economia, la sicurezza, la politica estera – debba proseguire senza ripensamenti è sicuramente sempre meno condivisa (dagli elettori e dalle classi dirigenti stesse). L’interesse economico nazionale viene sempre messo al centro (non solo dai cosiddetti sovranisti, come insegna il recente caso Fca-Renault).

Insomma se la transizione che stiamo vivendo a livello globale ha creato problemi di governabilità un po’ ovunque, mettendo in crisi anche sistemi istituzionali (come quello britannico) che sono sopravvissuti a secoli di stravolgimenti politici, è ragionevole prevedere che essa renderà almeno più complesso il procedimento legislativo in un’istituzione che ha già dimostrato limiti di governance.

Tutti questi fattori sollevano più di qualche dubbio sulla capacità dell’Ue di far fronte alle sfide economiche e internazionali. In passato, l’Unione Europea ha saputo trovare degli spunti per far progredire il processo d’integrazione proprio quando è stata messa alle strette da cambiamenti repentini del contesto globale: lasciamo aperta dunque la possibilità di essere stupiti, pur notando che il contesto politico e la volontà popolare siano forse in questo momento meno favorevoli di quanto lo siano mai stati.

Crediamo quindi che la politica europea continuerà probabilmente a rimanere un fattore di instabilità  sia per i limiti della sua architettura sia per la sua vulnerabilità alle crisi politiche locali.

I dati economici e di mercato

In questo contesto i dati economici non sembrano rasserenare gli animi (anche dalla Germania arrivano segnali di rallentamento su Pil e produzione industriale). L’inflazione continua a essere bassa ed è stata ultoriormente rivista al ribasso. Draghi, il cui mandato volge ormai al termine, ha annunciato che non muoverà i tassi di interesse né al rialzo né al ribasso il prossimo anno, allontanando le aspettative di un taglio dei tassi che in molti si aspettavano. La reazione dei mercati è stata mista, con borse spiazzate soprattutTo in Italia e in Germania e un rafforzamento deciso dell’Euro rispetto al Dollaro.

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