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Osservatorio sui mercati globali – giugno

Qui di seguito la trascirzione del contenuto video di Roberto Rossignoli integrato con alcuni approfondimenti grafici.

Usa vs Cina: lotta per la supremazia e problemi interni.

La tensione evidentemente non si era mai sopita, ma Il mese di maggio ha fortemente riportato al centro dell’attenzione dei mercati il conflitto tra Usa e Cina. Quello che si preannuncia il tema geopolitico del secolo.

Per tutto il 2019 lo sfregare tettonico delle sfere di influenza delle due superpotenze, manifestato attraverso tensioni commerciali, occupava stabilmente il primo posto delle preoccupazioni degli investitori.

Il timore era che lo scontro sui dazi potesse precipitare il mondo in recessione. Ora che guardiamo tutto dall’altro lato ciclo economico, quello che preoccupa è se le relazioni tra i due blocchi, raffreddate dalla gestione dell’emergenza COVID-19, possano pesare come una zavorra sulla ripresa dell’economia e sulle prospettive di lungo termine di intere aree geografiche e settori economici.

Abbiamo sempre detto che la questione della gestione della transizione globale tra Cina e Usa si sarebbe composta solo nel lungo termine, ma le crisi hanno l’effetto di velocizzare la storia e ora tutti si chiedono se un deterioramento più rapido dei rapporti non diventi un’opzione probabile.

La Casa Bianca, negli scorsi mesi, ha aspramente criticato l’iniziale poca trasparenza cinese riguardo l’andamento dei contagi e la natura della nuova forma virale (gestione su cui resta effettivamente più di qualche dubbio senza entrare nel tema).

Poi il confronto si è ampliato con la decisione da parte del Governo di Pechino, di implementare una serie di norme sulla sicurezza nazionale bypassando il governo locale nella provincia autonoma di Hong Kong. Gli Stati Uniti hanno immediatamente cercato di dissuadere la Cina dal procedere: uno dei principali obiettivi del Partito Comunista Cinese è l’unificazione del territorio cinese, e queste decisioni vengono viste in maniera molto diversa dalle due sponde del Pacifico. Quello che gli americani – e gli Stati occidentali più in generale – percepiscono come politica estera aggressiva, per i cinesi è semplicemente una questione di politica interna.

Il confronto si è esteso quindi sul piano culturale, con i media cinesi che hanno fatto leva sulle proteste negli Stati Uniti – in seguito al comportamento aggressivo delle forze di polizia verso le persone di colore – per tracciare parallelismi con le proteste di Hong Kong.

La fase 1 dell’accordo tra le due superpotenze, che aveva sancito una tregua “elettorale” sulle questioni commerciali, siglata nel gennaio del 2020 è ormai stata superata dagli eventi.

All’epoca dicemmo chiaramente che la tregua sarebbe stata solo momentanea, ma nessuno si aspettava che la situazione si sarebbe risolta così velocemente. Ricordando brevemente quell’accordo: la cina si impegnava ad acquistare più prodotti e a offrire una concorrenza più leale sul piano tecnologico, in cambio di una riduzione delle tariffe americane sulle importazioni cinesi. Se guardiamo agli ultimi dati, non si sembra che l’accordo sia mai entrato in pratica, anzi. Abbiamo visto la ripresa delle schermaglie con nuove tariffe imposte e misure sui rapporti economici.

A soffrire in questo contesto non è però il solo commercio Cina-Stati Uniti, ma tutti gli scambi globali. La recessione in corso ha accelerato ulteriormente la dinamica della “localizzazione”, della riconsiderazione delle catene di approvvigionamento a livello mondiale.

La globalizzazione ha sicuramente contribuito a creare quel contesto di crescita stabile e inflazione bassa tipico degli ultimi 30 anni, ma ha portato con sé – Il processo di localizzazione ne porterà con sé altre. La prima regola dei fenomeni economici e politici è che esistono vinti e vincitori. Il prossimo futuro, potrebbe portare quindi nuove sfide: prima fra tutte una volatilità macroeconomica più alta. Per adesso l’attenzione dei mercati è stata minima ma siamo sicuri che il tema guadagnerà trazione nei prossimi mesi.

Una svolta per l’Europa

Seguire queste notizie dal vecchio Continente l’impressione di essere spettatori della politica mondiale. Mentre il virus recede nella gran parte del continente e si riaprono le frontiere. i governi stanno intavolando un dibattito sulle misure da prendere.

La novità del mese è sicuramente il Recovery Fund, la proposta di fondo per gli investimenti finanziati in debito. L’accordo Franco-tedesco ha propiziato la svolta e ha fatto rompere almeno sulla carta, diversi tabù. Specialmente quelli che riguardano la creazione di una capacità fiscale da parte dell’Unione Europea, con la possibilità, almeno nelle intenzioni, di reperire fondi sia sui mercati sia tramite debito – che di fatto sará garantito dal bilancio europeo – sia tramite nuove imposte.

Questo fondo – che potrebbe avere una capacità di 500 miliardi (più 250 miliardi di prestiti) – dovrebbe essere trasferito agli stati per finanziare progetti specifici in settori strategici. Insomma si tratterebbe di una svolta della politica fiscale Vecchie Continente da lungo invocata.

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Il condizionale resta d’obbligo, in attesa di vedere quella che sarà la proposta definitiva della Commissione. Le trattative si preannunciano complesse e le divergenze di interessi tra gli Stati restano nette.

Ancora da chiarire inoltre quale sarà l’inquadramento di questo di nuovo fondo, se esso sarà uno strumento legato alla gestione dell’emergenza o se aprirà la strada a una maggiore integrazione fiscale. Il fatto che il fondo riguardi l’intera Unione Europea e non solo l’Eurozona fa propendere per la prima ipotesi.

Anche i tempi di implementazione restano da chiarire, oltre al fatto che non è ancora chiaro come questo fondo si legherà al prossimo bilancio pluriennale.

Insomma l’impiego e la provenienza delle risorse restano dettagli da chiarire e da negoziare in quello che si preannuncia come un negoziato molto complicato.

Per fortuna, nel frattempo la Bce continua il suo programma di QE e i Governi e stanno mettendo in campo risorse proprie. La Bce ha incrementato di 600 miliardi di euro i programmi di acquisto dei titoli di debito dell’Eurozona e il suo programma di allentamento quantitativo è stato esteso di ulteriori sei mesi. Notizia recente anche che la Germania ha messo in campo un piano di stimoli da 140 miliardi. Va sottolineato che in entrambi i casi i numeri hanno battuto le aspettative di mercato 500 miliardi della Bce e 100 miliardi per il governo tedesco.

V/Shape recovery?

Nonostante un inizio incerto, a maggio uno dei rally azionario più veloci degli ultimi 60 anni ha continuato imperterrito il suo corso.

Il continuo crescere dei mercati azionari sta facendo alzare il sopracciglio a molti osservatori perché stride con la percezione della realtà che vediamo intorno a noi: disoccupazione, tensioni commerciali, crisi politiche, rivolte.

Abbiamo visto il PIL contrarsi nel primo trimestre in tutte le principali economie in maniera decisamente rilevante, e per il secondo trimestre ci attendono numeri ancora peggiori. I profitti industriali, la produzione manifatturiera e export e import sono crollati, e con essi l’economia globale.

Indicatori più ad altra frequenza – traffico, post online di offerte di lavoro, prenotazioni al ristoranti, indici di mobilità utilizzando google o apple maps – ci segnalano invece che con maggio l’attivitá globale sembra essersi lentamente risvegliata, in alcuni paesi più che in altri – ma una ripartenza è indubbia. E questo senza, nella maggior parte dei paesi, un’accelerazione nell’andamento dei contagi – anzi.

Anche i dati più core ci confermano che probabilmente non ci troviamo nello scenario peggiore. La disoccupazione negli Usa sta recuperando più velocemente del previsto, con l’economia che ha aggiunto 2,5 milioni di posti di lavoro a maggio.

La chiave per capire l’andamento scoppiettante del mercato in virtù di questi dati economici sono le aspettative sulla crescita dell’utile nel 2021. Nello scenario attuale il livello dei prezzi che troviamo sui mercati azionari non è da considerarsi ai massimi storici solo nello scenario di una sostanziali ripresa per l’inizio del prossimo anno, la famosa ripresa economica a V – con una caduta e una ripresa altrettanto repentina, che resta oggi l’ipotesi di base della maggior parte degli operatori.

Se guardiamo al future P/E – un indicatore che compra il prezzo attuale delle azione con le aspettative degli utili dei prossimi 12 mesi – il valore che troviamo oggi ci suggerisce che i mercati azionari sono di gran lunga i più cari degli ultimi 15 anni.

Se guardiamo lo stesso indicatore con una prospettiva di 18 mesi l’indicatore -seppur alto – rientra su livelli più normali, rappresentando l’aspettativa dei mercati per un ritorno delle aziende a buoni livelli di profittabilità – prospettiva che anche noi condividiamo ma che non è affatto scontata.

In una situazione del genere, dunque, restiamo fedeli al nostro approccio conservativo, ritenendo che sia ancora presto per tornare ad aumentare l’esposizione verso l’asset class.

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