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L’UE chiede 2,1 miliardi a Londra, il premier Cameron si oppone

Cameron

La Commissione minaccia pesanti sanzioni in caso di mancato pagamento.

A Bruxelles è tempo di bilanci e dalla Commissione UE scatta l’ammonimento verso il quartier generale di Londra, imponendo il versamento di 2,1 miliardi di euro entro il primo dicembre. La richiesta pare non essere stata ben accolta dal premier Cameron in un clima diplomatico e politico molto difficile per l’Unione Europea a causa di un movimento antieuropeista in rapida crescita.

Secondo le nuove metodologie di calcolo del prodotto interno lordo aggiornate dall’Eurostat che prevedono l’inserimento dell’economia sommersa, quindi dei redditi derivanti da prostituzione e commercio di sostanze stupefacenti, la Gran Bretagna avrebbe beneficiato di un surplus di crescita ben oltre le aspettative previste dall’EuroTower. Per questo è ora necessario un adattamento del contributo annuale proporzionale alla crescita del paese. Le stime infatti evidenziano come l’economia di Londra sia una delle più flessibili e in crescita dell’Unione Europea.

Il leader politico britannico non si è lasciato intimorire dalle intimidazioni dell’istituzione europea dichiarando pubblicamente che il governo non verserà nessuna somma extra all’Unione Europea e convocando i ministri delle Finanze per discutere sul bilancio UE.

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Dello stesso parere il premier italiano Matteo Renzi, poiché anche l’Italia sarebbe soggetta ad un conguaglio di 340 milioni di euro in virtù delle nuove stime sul PIL, definite “un’arma letale” dal leader italiano.

Le ragioni del braccio di ferro da parte dei quartieri di Londra risiedono nella presunta inaffidabilità delle previsioni di crescita del PIL generate dall’istituzione statistica a capo dell’Unione Europea.

Bruxelles tuona, in un clima tutt’altro che sereno, se si considera il diffuso sentimento antieuropeista di alcuni Paesi membri e i rapporti sempre più tesi tra Londra e l’Unione Europea, quest’ultima in un cono d’ombra dal quale pare difficile uscire a causa del rischio deflazione e della terza recessione in appena sei anni.

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