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La mancata svolta di Jackson Hole infonde fiducia nei mercati

Se mai avessimo bisogno di ricordarci che l’economia statunitense stia ancora facendo i conti con gli effetti della pandemia, il fatto che il simposio di Jackson Hole si sia tenuto per il secondo anno in collegamento virtualmente sicuramente suona un campanello. Il meeting di punta dell’agenda economica, che ogni anno cattura l’attenzione dei mercati, era originariamente previsto come un incontro in presenza nella località del Wyoming che solitamente lo ospita, ma la situazione sanitaria ha suggerito prudenza e l’incontro si è tenuto online anche quest’anno.

Nonostante ciò il contenuto dell’evento stesso ha assunto un colore del tutto diverso, in realtà è stato praticamente un non-evento per quanto riguarda il rischio finanziario. La tanto temuta svolta verso una politica monetaria meno accomodante non si è concretizzata, la narrativa è stata in linea con quanto sostenuto dalla Fed nel corso degli ultimi mesi e questa è di per sé una notizia, viste le pressioni inflazionistiche che hanno fatto sorgere dubbi riguardo la capacità della banca centrale di mantenere un sostegno incondizionato all’economia per tutto il 2022.

Aumento dei tassi di interesse ancora lontano

Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell si è dimostrato ancora una volta un comunicatore efficace, riuscendo a distinguere con successo la graduale riduzione del programma di acquisto di obbligazioni dall’aumento dei tassi di interesse. Il messaggio del presidente della Fed è chiaro: mentre è probabile che si assisterà a una riduzione degli acquisti di obbligazioni già alla fine dell’anno, ciò non significa che i tassi di interesse verranno alzati a breve.

Powell ha anche fatto di tutto per respingere le preoccupazioni inflazionistiche. Risolvere le interruzioni della catena di approvvigionamento va ben oltre il mandato della Fed, e i colli di bottiglia che sono alla base dell’aumento dei prezzi di molti beni hanno poco a che fare con la politica monetaria. Aumentare i tassi di interesse non aiuterebbe a risolvere queste situazioni e pertanto non sarebbe in questo momento una scelta politica efficace

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Un atteggiamento ti politica monetaria meno accomodante, ad esempio, aiuterebbe ad aprire i porti in Cina che sono stati colpiti dai focolai di Covid-19? Risolverebbe la crisi dei chip semiconduttori che ha frenato la produzione di automobili e fatto impennare i prezzi delle auto usate? Invertirebbe l’aumento di cinque volte dei costi dei container di spedizione? Ridurrebbe i prezzi del cibo che sono aumentati a causa della siccità e della carenza di lavoratori? Risolverebbe la carenza di camionisti che ha portato a costi di trasporto più elevati? La risposta a tutte queste domande, purtroppo, è no.

Cosa dobbiamo aspettarci?

Il discorso di Powell è stato ampiamente percepito come accomodante, con la Fed chiaramente ancora interessata a promuovere la crescita. Ciò ha colto di sorpresa alcuni osservatori, che si aspettavano una svolta da falco. Anche le aspettative sono cambiate di conseguenza: all’inizio di agosto, un rialzo dei tassi prima della fine del 2022 sembrava una certezza assoluta. Ora, la probabilità si aggira intorno al 60/70%. La volatilità di mercato è rimasta bassa, con azioni e obbligazioni che non hanno fatto registrare cambiamenti drammatici.

Sebbene l’evento in sé non sia stato particolarmente significativo, la settimana successiva al simposio è stata molto interessante. I giorni successivi hanno gettato ulteriore luce sulla particolare situazione economica, facendo sorgere nel contempo qualche dubbio sullo stato attuale della ripresa. È chiaro da tempo che ci troviamo di fronte a un picco di attività. Il calendario economico è stato intenso dopo Jackson Hole e la pubblicazione dei dati ha continuato a segnalare una ripresa forte, come testimoniato dall’indice ISM.

Il mercato del lavoro continua a inviare segnali contrastanti, confuso dalla combinazione dell’impatto della variante Delta, dalla crescita dei salari e della creazione di nuovi posti di lavoro in rallentamento. C’è il timore che l’aumento delle retribuzioni orarie possa contribuire a un’inflazione più alta del previsto, anche se la dinamica di trasmissione che lega mercato del lavoro e prezzi richiede del tempo.

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