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La guerra della Cina alle sue big tech: il mercato del dragone è pronto a esplodere?

Negli ultimi mesi la nostra attenzione si è concentrata principalmente sulle vicende degli Stati Uniti e dell’Europa. Questi sono i mercati sui quali i nostri portafogli sono maggiormente investiti e sono anche le economie che hanno un maggior peso nell’influenzare l’andamento dei mercati finanziari globali. Oggi concentreremo la nostra attenzione sulla Cina. In questi mesi si stanno muovendo i pezzi di un puzzle, quello del mercato finanziario cinese, molto complesso. E negli ultimi giorni sono principalmente due le notizie che stanno attirando maggiormente l’attenzione di chi investe.

La prima riguarda Evergrande, una delle più grosse società di sviluppo immobiliari cinesi, ormai trasformatasi in un conglomerato finanziario che cura svariati interessi. Obbligazioni e azioni legate a questo emittente hanno fatto registrare cali significativi, in seguito a voci riguardo una situazione finanziaria complessa.

Le azioni della holding principale quotata a Hong Kong hanno perso il 64% solo nell’ultimo anno (tornando ai valori del 2017), mentre le obbligazioni scambiano a uno sconto che supera il 50% del valore nominale. Si tratta di uno sviluppo molto interessante sia per la dimensione considerevole del business, sia perché arriva in un momento di tensione per il mondo obbligazionario societario cinese, soprattutto quello onshore (quello relativo la mercato interno).

Non dimentichiamo il colossale fallimento di China Huarong Asset Management, uno dei campioni nazionali del debito societario, gestore da 300 miliardi di dollari che a inizio anno ha chiuso i battenti e il cui presidente è stato giustiziato in seguito alla sua gestione sconsiderata. Eventi come questi hanno senz’altro il merito di riportare al centro del dibattito un tema importante come la qualità del debito cinese.

Tuttavia la domanda che dobbiamo farci è se questi episodi siano sistemici, o quantomeno sintomatici di un problema più grande. Detto che questi episodi hanno avuto innegabilmente un impatto sulle performance: da inizio anno il comparto High Yield cinese ha performato negativamente, perdendo parecchio terreno rispetto a bond con merito creditizio comparabile denominati in Euro e in Dollari.

Per ora non possiamo dire che siamo all’inizio di un ciclo di default diffuso ma, tra rallentamento economico, recente taglio del tasso di rifinanziamento da parte della Banca Centrale Cinese e nuove strette regolamentari, di sicuro qualcosa si sta muovendo nel mercato finanziario cinese e per questo continuiamo a essere cauti nell’affrontare un asset class difficile come il debito societario onshore.

Le strette regolamentari si sono sentite con forza anche sull’azionario. Anche qui, è notizia molto recente che le autorità cinesi stiano valutando azioni esemplari contro Didi, la “Uber” cinese, che si era quotata a fine giugno ed è finita subito al centro di indagini per una politica di utilizzo dei dati non apprezzato dal governo di Pechino.

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Per questi motivi abbiamo assistito a performance molto deludenti da parte di Tencent, Alibaba, Baidu negli ultimi mesi. Tutti i campioni del Made in China 2.0 e della rivoluzione cinese dei consumi, che viaggiano senza destinazione da ormai parecchi mesi in attesa che diventi chiara la strada impostata dal regolatore.

Anche dal punto di vista dei fondamentali, abbiamo visto recentemente come il progresso tecnologico cinese sia tutt’altro che lineare. I guai di Tsinghua Unigroup sono esemplari: solo pochi anni fa questa società si era permessa di fare un’offerta pubblica di acquisto per Micron Technology, una delle società americane campione nel design di semiconduttori, e oggi si trova quasi in stato di fallimento. Tutti colossi appesi al filo del supporto statale. Nel complesso tutto questo deve far riflettere sulla corsa alla Cina degli investitori. Le valutazioni rimangono convenienti per i giganti cinesi del tech se paragonati ai rispettivi titoli americani, ma il macigno del rischio regolamentare e politico rende difficile esporsi in maniera netta.

Ci sembra evidente che la recente spinta del governo centrale rientra nell’obiettivo di rafforzare il potere politico nei confronti dei grandi conglomerati azionari, una logica completamene diversa dall’approccio del governo americano verso le big tech. Prima con l’alt all’IPO di Ant Group, poi con l’intervento su Didi, poi il tentennamento sul too big to fail di alcune realtà del mondo del debito, sembrano rappresentare le varie frasi di un messaggio agli amministratori delegati: a guidare il paese è il partito comunista, e il capitalismo è un mezzo per raggiungere gli obiettivi della nazione. Questo rafforzamento dell’autorità centrale arriva, non casualmente, quando ci sono svolte le celebrazioni per il centenario del partito comunista e alla vigilia del 2022, quando per la prima volta dagli anni 90, un leader del partito comunista otterrà con ogni probabilità un terzo mandato come presidente della nazione.

Da quest’anno le obbligazioni cinesi fanno parte delle asset class che consideriamo all’interno delle nostre allocazioni strategiche. Le obbligazioni cinesi, in particolare i titoli di stato e le obbligazioni bancarie pubbliche, ricoprono un ruolo sempre più importante i in molti benchmark obbligazionari. Tuttavia, come dimostrano le notizie delle ultime settimane, ci sono chiare ragioni per essere cauti riguardo a questo investimento: controlli sui capitali ancora molto stringenti, un ambiente finanziario fortemente legato alla politica, la mancanza di un’infrastruttura finanziaria completamente sviluppata per supportare la negoziazione di obbligazioni, per citarne solo alcuni. 

Per lo stesso motivo un aumento del peso dell’azionario cinese non è del tutto convincente. La performance della Cina è uno dei fattori che ha determinato la sottoperformance dei mercati emergenti (2,35%) e asiatici (1,90%) da inizio anno rispetto a Europa (19,83%) e Usa (18,18%=. Queste aree geografiche pagano anche un uscita più lenta dall’emergenza Covid in molti dei paesi che compongono l’indice. Guardando al medio termine continuiamo a pensare che i fattori per una buona performance di questo segmento azionario continuino a perdurare e riteniamo che, al netto delle varie situazioni specifiche che ancora la penalizzano, ci sarà spazio per una ripresa di questa asset class.

 

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