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La funzione creditizia nell’economia

Il mercato del credito

Partiamo da una breve nota sul sistema finanziario al quale compete la creazione e trasmissione dei mezzi di pagamento e degli strumenti finanziari. Il suo aspetto funzionale consta, quindi, delle tre funzioni di politica monetaria, politica economica e creditizia.

Al suo interno assumono un ruolo di primo piano gli intermediari bancari, ai quali si deve la “trasmissione” della moneta (funzione monetaria) e la concessione del credito (funzione allocativa). Quest’ultima in particolare, può essere ritenuta, in estrema semplificazione, come il trasferimento di fondi da operatori economici (imprese, persone, organizzazioni, paesi) in posizione di surplus finanziario ad operatori economici in posizione di deficit finanziario.

Tra i diversi segmenti di mercato all’interno del sistema finanziario, quello creditizio dovrebbe rendere possibile, come in un processo osmotico, il realizzarsi di una certa “situazione di equilibrio” tra risparmio (surplus) ed investimento (deficit) grazie all’esercizio della funzione allocativa bancaria. Le banche, nella propria qualità di operatori economici professionali e specializzati, possono e devono espletare detta funzione presidiando correttamente i rischi che dalla stessa ne derivano, quali per esempio il rischio di controparte.

Contestualizzando quanto sopra rispetto al fenomeno del credit crunch (che ha caratterizzato in realtà solo gli ultimi anni della crisi), proviamo ad evidenziare come la funzione creditizia e l’economia hanno interagito tra loro.

I dati relativi allo stock di crediti deteriorati esprimono un valore atteso (a fine 2014) di circa 350 miliardi in Italia ed un trend crescente, circostanze queste che oltre a denotare poca attenzione alla valutazione e gestione del rischio di controparte (o di credito), mostrano come gli intermediari bancari non siano riusciti ad arginare il fenomeno del deterioramento del credito attraverso una gestione maggiormente efficiente delle fasi di erogazione e di rinegoziazione degli scaduti, contravvenendo nella realtà dei fatti al principio del corretto presidio dei rischi (di cui sopra) e di conseguenza al regolare e corretto svolgimento della propria funzione allocativa.
Il tutto anche a dispetto del fatto che gli istituti nostrani hanno erogato, in termini di volumi, meno credito rispetto ad altri paesi europei, accumulando di contro, un maggiore stock di crediti deteriorati.
La poco attenta attività degli intermediari bancari si sposa con una situazione che vede attualmente 15 banche sotto “la custodia delle autorità” di vigilanza a causa di diversi problemi, alle volte legati anche a crediti erogati senza prestare la dovuta attenzione.

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Doveroso, però, rilevare anche come le imprese italiane abbiano nel tempo dimostrato una scarsa capacità di prevenire ed affrontare la crisi, complice una struttura finanziaria eccessivamente squilibrata nel rapporto debt/equity. Il ridursi della produttività e della capacità di generare cash-flow, anche in virtù di un atteggiamento poco propenso all’investimento (ed all’innovazione che ne può discendere) ed eccessivamente dedito al ricorso al debito, completano uno scenario che ha visto invilupparsi il rapporto banca-impresa.

È importante, dunque, procedere a rilevare come qualcosa nel mercato creditizio non abbia funzionato a dovere per poter intervenire in maniera rapida con i tempestivi e giusti correttivi, in maniera da evitare che anche la misura del Quantitative Easing possa produrre effetti non in linea con quelli attesi.

La manovra della Banca Centrale Europea, infatti, determinando una ulteriore contrazione dei rendimenti, fino a renderli prossimi allo zero e negativi, persegue l’obiettivo di spostare gli investimenti verso l’economia reale, disincentivando gli intermediari bancari dall’acquisire attività diverse da quelle rappresentate dai finanziamenti alla stessa. Ovviamente i bassi rendimenti obbligazionari dovrebbero avere l’effetto di convogliare anche gli investimenti degli altri operatori economici (diversi da quelli bancari) verso l’economia reale. Ci troviamo di fronte al cosiddetto meccanismo della financial repression.

Se il QE non dovesse al più presto trasformarsi in credito alle imprese, nessun beneficio sarà apportato all’economia reale. Il rischio concreto, in questo caso, sarebbe quello di generare una bolla sul mercato finanziario, con riferimento al segmento dei valori mobiliari.

In conclusione, è necessario che questa nuova ed ingente immissione di liquidità nel sistema finanziario sia correttamente veicolata all’economia reale e perché ciò accada bisogna agire affinché la circolazione avvenga attraverso processi creditizi maggiormente efficienti rispetto al passato e perché no attraverso un nuovo modello di banca commerciale.

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