La corsa all’IA e il prezzo del consenso

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È un risultato atteso, ma comunque clamoroso, che ha scosso i mercati. Alle elezioni di metà mandato, che rinnovano il Congresso americano, i Democratici hanno inflitto una netta sconfitta al Partito repubblicano, conquistando il controllo sia della Camera sia del Senato. 

La sconfitta del partito di Donald Trump è stata suggellata da alcuni risultati simbolici in Stati storicamente conservatori come il Kansas, dove i Democratici non vincevano un seggio al Senato dal 1932, e il Texas.

Che il partito del presidente perda consenso alle elezioni di medio termine non è affatto una novità e il risultato era ampiamente atteso. Perdere il controllo di entrambe le Camere è invece un evento ben più raro, accaduto solo 6 volte negli ultimi 150 anni. Tra i precedenti figurano le elezioni tenutesi negli ultimi giorni della Prima guerra mondiale, nel 1918, e quelle svoltesi poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1946. 

Se la portata della sconfitta ha pochi precedenti, anche la reazione dei mercati è stata degna di nota. Dopo un primo rialzo all’indomani del voto, nella seduta di giovedì il Nasdaq 100 ha perso il 5,1%, la seduta peggiore dall’aprile 2025. L’indice dei semiconduttori ha ceduto il 12%, il secondo calo più forte della sua storia, e le perdite sono proseguite durante la giornata di venerdì.

A trascinare al ribasso le valutazioni è stata la correzione dei titoli tecnologici legati all’Intelligenza Artificiale (IA), che negli ultimi anni ha sostenuto i margini aziendali e i mercati azionari. Le preoccupazioni degli investitori si sono concentrate sul rischio che i governatori appena eletti e le comunità locali potessero rallentare lo sviluppo delle infrastrutture per l’Intelligenza Artificiale. 

La rivolta contro i data center

Il voto ha aperto due fronti di rischio per la filiera dell’IA. Il primo è di livello politico. Una maggioranza democratica al Congresso significa, in teoria, la vittoria politica di una piattaforma che, in alcune sue parti, promette più controlli su Big Tech e sullo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Sotto questo aspetto, il cambiamento resta per ora potenziale e non crediamo che il nuovo Congresso possa adottare, nel breve termine, misure in grado di modificare il sostegno allo sviluppo di questa tecnologia. 

Il cambio di rotta politica esprime comunque un crescente sentimento contrario allo sviluppo incontrollato dell’Intelligenza Artificiale, un fattore di rischio che i mercati non potranno ignorare.

Il fronte più concreto, e il rischio più immediato, arriva però dai territori. Il 3 novembre si votava anche su 41 referendum locali in dieci Stati, dall’Ohio, che da solo ne contava 21, all’Illinois, al Maine e al Kansas. Al centro c’era la costruzione di data center, gli impianti necessari allo sviluppo dell’IA. In 40 casi su 41 gli elettori hanno scelto di porre dei limiti ai data center. L’unica eccezione è stata Harwood, in North Dakota, che ha respinto un controllo aggiuntivo sui nuovi impianti industriali.

Nella maggior parte dei casi, i “sì” ai divieti hanno superato il 60%, con punte oltre l’80%. I referendum riguardavano diverse tipologie di provvedimenti, dal divieto totale di costruzione, ai limiti posti oltre una certa soglia di potenza; passando per l’obbligo di un voto popolare per i progetti più grandi. In una località del Kansas, per esempio, uno dei referendum ha vietato per dieci anni gli impianti che consumano più di 100.000 galloni d’acqua al giorno, pari a circa 380.000 litri. 

Il risultato elettorale non è stato un fulmine a ciel sereno. Nel corso del 2026, altri sei referendum locali si sono conclusi nella stessa direzione, in alcuni casi con il 90% dei voti – a luglio, lo Stato di New York aveva varato la prima moratoria statale.

Cosa vuol dire in pratica

I referendum riguardano situazioni specifiche di singoli comuni o contee e, di per sé, rappresentano un fattore di rischio limitato. Il tema politico, però, è potenzialmente più rilevante. Il 3 novembre si sono rinnovati anche 36 governatori, e in stati chiave come il Texas e la Georgia hanno vinto candidati che hanno promesso pause o condizioni più severe. I governatori, con il supporto dei parlamenti statali, possono rallentare i permessi, cambiare le regole di allaccio alla rete elettrica e rivedere gli incentivi fiscali, che ad aprile erano previsti in 38 Stati. Dovranno decidere in che misura limitare le nuove installazioni.

Se il blocco totale delle costruzioni sembrava, almeno prima del voto, una soluzione meno probabile e prevedibile, l’aspettativa è che si adottino almeno misure per rallentare la crescita dei data center. Si va dal far pagare ai data center i costi della rete, per non scaricarli sulle bollette delle famiglie, all’eliminazione degli incentivi fiscali. Altre opzioni sono i limiti ai consumi d’acqua, la generazione di riserva in loco, i vincoli sul lavoro e il divieto di accordi di riservatezza durante le autorizzazioni. 

Sono misure in buona parte ragionevoli, che rispondono a preoccupazioni reali relative alle bollette e alle risorse idriche. Ma allungano i tempi, aumentano i costi e, in alcuni casi, potrebbero bloccare lo sviluppo di nuovi data center.

Il tema riguarderà soprattutto i progetti che dovrebbero entrare in funzione nel 2028, anno in cui sono attesi 96 gigawatt di nuova capacità. In base alle posizioni dei nuovi governatori, secondo le stime di J.P. Morgan, 37,5 gigawatt rischiano una “pausa” e altri 15 potrebbero essere vincolati a “condizioni”: insieme, più della metà del totale. 

La banca svizzera UBS ha una visione meno negativa e stima a rischio circa il 30% delle nuove installazioni previste per il 2028.

Nella seduta del 5 novembre, i più colpiti sono stati i produttori di chip e i cosiddetti neocloud, i nuovi operatori specializzati che affittano capacità di calcolo e si sono indebitati molto per costruirla.

La volatilità potrebbe persistere, ma crediamo che il crollo di per sé non implichi un’inversione drammatica del sostegno degli Stati Uniti all’investimento in AI. I gestori dei data center potranno adottare misure di compensazione oppure trasferire i progetti in altri Stati. Questo potrebbe aumentare i costi e comprimere i margini, ma senza fermare la tendenza di investimento a lungo termine. Oggi sembra lo scenario più probabile, anche se il tema sociale resta aperto. 

Il voto sembra riflettere qualcosa di più della semplice opposizione locale a nuovi progetti, spesso definita con l’acronimo NIMBY (Not In My Back Yard, letteralmente “non nel mio cortile”). Accanto a preoccupazioni concrete legate alle bollette energetiche e alle risorse idriche, potrebbe infatti essere il segnale di un disagio più ampio rispetto alla velocità con cui si sta sviluppando l’intelligenza artificiale e al suo impatto. 

Un’anatra zoppa: quali sono gli effetti su inflazione e politica fiscale?

Guardando oltre, un altro effetto potenziale a medio termine riguarda l’impatto del nuovo assetto politico sulle decisioni del governo americano nei prossimi due anni. Senza il controllo delle Camere, Trump non potrà ottenere il finanziamento di nuovi provvedimenti, introdurre nuovi tagli fiscali o varare riforme di peso. Nemmeno i Democratici potranno legiferare da soli, perché il presidente conserva il potere di veto. Questa situazione potrebbe tradursi in due anni di braccio di ferro, oppure in un percorso più concertato, come si è augurato lo stesso Trump. 

Per i mercati lo stallo non è per forza una cattiva notizia. Lo è ancora meno se porterà a un equilibrio capace di limitare gli eccessi legislativi da una parte e dall’altra. 

Per quanto riguarda l’inflazione, un Congresso democratico renderà più difficile prorogare i dazi esistenti o introdurne di nuovi, anche se il presidente conserva alcuni strumenti propri.

Il prezzo del petrolio dipenderà soprattutto dalla postura internazionale degli Stati Uniti. Dopo la sconfitta, Trump potrebbe decidere di sbloccare la situazione in Iran per assecondare l’elettorato, ed è su questa ipotesi che il greggio si è mosso subito dopo il voto. Ma la crisi mediorientale resta complessa e una soluzione rapida appare difficile.

Business as usual

Tradizionalmente, le elezioni di metà mandato sono un evento poco seguito dai mercati e, nonostante la volatilità di questi giorni, crediamo che nel medio termine lo siano anche questa volta. 

Questo non significa che le valutazioni azionarie legate agli investimenti in Intelligenza Artificiale non siano a rischio. Gli eventi politici possono provocare forti oscillazioni dei mercati nel breve periodo, come dimostrato dagli ultimi giorni. Nel lungo periodo, tuttavia, la storia suggerisce che i mercati tendono a essere influenzati più dai cicli economici, dalle tendenze macroeconomiche e dagli utili aziendali che dalla politica. 

Crediamo che nel medio-lungo termine le prospettive siano positive, sostenute anche dalla rivoluzione dell’IA che dovrebbe assestarsi su livelli più sostenibili. 

Gli Stati Uniti non rinunceranno alla corsa allo sviluppo di una tecnologia percepita come cruciale per il proprio peso economico e politico, ma il percorso subirà necessariamente battute d’arresto. Per questo, un approccio diversificato agli investimenti resta la soluzione più indicata per la maggior parte degli investitori.

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