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Chi è Jerome Powell, il nuovo governatore della Fed

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Jerome Powell è il candidato della Casa Bianca per diventare la personalità con responsabilità di politica economica più potente al mondo: il Governatore della Federal Reserve, la banca centrale americana. Sessantaquattro anni, avvocato, con un passato nel mondo del private equity, per pedigree è un outsider ma siede nel board dei governatori – la parte della FOMC nominata direttamente dalla Casa Bianca – da ormai cinque anni. Durante questo periodo si è distinto per le ottime capacità comunicative guadagnandone in autorevolezza. Powell è apparso recentemente in audizione di fronte al Senato, la camera che secondo la Costituzione statunitense ha il compito di confermare la sua nomina. L’occasione ci ha offerto qualche spunto per inquadrare il personaggio e avere qualche indizio in più per capire come interpreterà il suo mandato.

L’elezione dà un segnale di forte continuitá con il mandato della Yellen, alla quale Powell sembra allineato sia sulla politica monetaria che sul porre l’accento sull’indipendenza della banca centrale rispetto al potere politico (aspetto, questo, che ha voluto sottolineare con forza). Dopo la fase Bernanke-Obama, coppia costretta a lavorare insieme per far fronte alla crisi, la Fed deve recuperare un po’ di capitale politico e l’elezione di un’altra figura che ha la fama di essere equilibrata e super partes sicuramente va in questa direzione. Bisogna ricordare che, seppur formalmente indipendente, la banca centrale americana non è di fatto un modello di autonomia o almeno non lo è stata in tutte le fasi della sua storia istituzionale e politica, nella quale si ricordano momenti di concentrazione con il Tesoro e un certo grado di coordinazione con il Governo.

L’autonomia della banca, in questo senso, è garantita dalla composizione variegata del massimo organo decisionale, nel quale il ruolo dei governatori di nomina presidenziali è mitigato da quello dei presidenti delle banche locali, che hanno un ruolo più autonomo delle figure di elezione strettamente governativa. La questione dell’indipendenza della Banca Centrale non è da poco, con Trump che si prepara alla battaglia al Congresso per una riforma fiscale che, secondo le stime della Joint Committee of Taxation, peserà nel bilancio per 1.000 miliardi di deficit cumulativo.

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Ciò che invece distingue il neogovernatore dalla Yellen è la sua visione sulla regolamentazione del settore bancario e questo è un aspetto che piacerà a molti Repubblicani. Qui il neo-governatore ha mostrato piú segnali di apertura rispetto alla sua predecessora. La tanto discussa Volcker Rule, una delle eredità della regolamentazione di Obama per migliorare la solidità del sistema bancario, potrebbe essere ammorbidita. Se così fosse, il beneficio per il settore bancario, che già può vantare un momento positivo, potrebbe tradursi anche in un miglioramento delle valutazioni. La visione del presidente e piuttosto chiara e market oriented: non è compito dello Stato regolare le banche così come non è compito dello Stato salvarle (un’impostazione non dissimile da quella adottata in Ue con il bail in). In questo senso si può leggere la dichiarazione di Powell durante la sua audizione, quando ha dichiarato che il too big to fail appartiene ormai al passato.

Intanto nel programma di Powell è previsto un aumento ormai certo già nel mese di dicembre. Il 2018 sarà invece l’anno in cui i tassi di interesse continueranno ad alzarsi. I dot plots della banca – le stime che sondano la posizione dei membri del board – prevedono tra i due/tre rialzi per il 2018. Gli operatori di mercato sono invece più cauti e la maggior parte di loro prevede che nel corso del prossimo anno avremo tra l’uno e i due rialzi. Nel frattempo i dati sull’inflazione – che dopo molti mesi mostrano finalmente vitalità – aiuteranno sicuramente Powell a dormire sonni più tranquilli.

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