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Italia: fondi comuni ancora tra i più cari d’Europa

L’Italia si conferma essere il Paese più caro in Europa per la gestione dei fondi comuni. E all’interno dell’Ue continua ad esserci una forte eterogeneità di mercato tra gli stati membri. Questi alcuni dei risultati che emergono dall’ultima ricerca pubblicata dal regolatore europeo (ESMA).

Permangono differenze di costi e performance

A livello paese per paese continua ad esserci un significativo grado di eterogeneità, sia in termini di costi che di performance. La comparabilità tra i vari stati membri è molto limitata, mentre le differenze sono strutturali e significative (mercati di dimensioni diverse, nella loro natura nazionale o transfrontaliera, così come le preferenze degli investitori). Un ruolo fondamentale è svolto dai canali di marketing e dal relativo trattamento normativo dei costi.

E dunque, stando alla ricerca, ci sono paesi in cui la commissione pagata al distributore deriva dalle commissioni di sottoscrizione, rimborso o trasferimento (es. Portogallo). In altri casi (Malta), la commissione di distribuzione è invece una vera e propria commissione ed è inclusa nell’elenco delle “altre commissioni” che potrebbero essere pagate dal fondo. Ci sono poi paesi, come la Francia, dove i costi di distribuzione sono generalmente incorporati nelle commissioni di gestione e retroceduti ai distributori. In Italia, invece, la distribuzione è spesso remunerata tramite commissioni di sottoscrizione o rimborso (non entrambe).

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Piattaforme: sempre più usate come canale di distribuzione

L’utilizzo delle piattaforme da parte degli investitori retail è notevolmente aumentato. Ciò è particolarmente rilevante per gli investimenti diretti e il trading, dato che queste offrono un accesso facile e conveniente ai mercati finanziari.

Il patrimonio amministrato dalle piattaforme di distribuzione di fondi dell’Ue ammontavano a quasi 3 trilioni di euro, con un aumento di quasi il 40% dal 2018 con un tasso di crescita delle piattaforme business-to-business (B2B) del 14,9% nel 2020. Nell’Ue il mercato sembra abbastanza concentrato su quattro principali piattaforme B2B che rappresentano il 75% della quota di mercato. In particolare, alcune piattaforme hanno iniziato ad adottare un modello business-to-client. Piattaforme che sono già molto diffuse negli Stati Uniti e nel Regno Unito.

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Attenzione però perché se è vero che le piattaforme di distribuzione di fondi hanno dei benefici (ad esempio, una maggiore comodità e un accesso più facile a una gamma di fondi, insieme a un aumento dei livelli di concorrenza, che potenzialmente porta a costi più bassi), esse hanno anche diversi rischi. Tra questi ci sono il potenziale di cyber-attacchi e relativi effetti sistemici a causa dell’alto livello di concentrazione del mercato.

Chi è il più costoso? Italia, nei primissimi posti

Concentrandosi sui costi, la persistente mancanza di armonizzazione tra gli Stati membri è rimasta la stessa degli anni precedenti. Tra gli orizzonti, come osservato anche in passato, i livelli di costo più bassi sono stati registrati in Danimarca, Paesi Bassi e Svezia, mentre i più alti sono stati osservati in Austria, Belgio, Irlanda, Italia e Lussemburgo. Diversi fattori sono però alla base di queste differenze, compresa la scelta dei canali di distribuzione, i loro costi e trattamento normativo. Partiamo dal fatto che, il tipo di commercializzazione può cambiare da stato a stato (per esempio, banche, fornitori di servizi fornitori di servizi assicurativi, società di brokeraggio, consulenti finanziari indipendenti, ecc.) Questo, di per sé, può implicare diverse variazioni nel livello dei costi. Per esempio, in alcune giurisdizioni (Finlandia, Ungheria, Italia, Portogallo, Spagna), quando il distributore è un istituto di credito, i costi di distribuzione possono rappresentare più del 50% dei costi totali. Inoltre, questi possono essere trattati anche in modo diverso nei vari mercati. Per esempio, ci sono paesi in cui i costi di distribuzione sono incorporati nelle commissioni gestione (Francia, Spagna) e altri in cui possono essere prelevati attraverso delle commissioni di entrata, di uscita oltre o di gestione (Italia, Ungheria, Slovacchia). Anche l’Austria segue questa pratica, con ulteriori requisiti nel caso in cui le commissioni superino una certa soglia. In Lussemburgo, la commissione da pagare al distributore è invece considerata a priori una commissione di ingresso riprodotta nel KIID.

Azioni, obbligazioni e fondi misti hanno, secondo i risultati della ricerca, costi di transazione inferiori allo 0,25% (media Ue, ma con un ampio grado di eterogeneità fra tutti gli stati Ue. Entrando nel merito si sono come per i fondi azionari, i costi variano dal 0,09% al 0,25%, per fondi obbligazionari tra 0,03% e 0,2% e per fondi misti tra 0,08% e 0,2%.

Esg: continua la crescita

La domanda di prodotti sostenibili da parte degli investitori europei, compresi i fondi di investimento che seguono strategie ambientali, sociali e di governance responsabili (ESG), ha continuato a crescere in modo sostenuto. I flussi netti verso i fondi azionari, obbligazionari e misti ESG hanno ulteriormente accelerato nel corso del 2020, raggiungendo il valore di 67 miliardi di euro. L’AuM dei fondi ESG è aumentato a 690 miliardi nel 4Q20. I fondi azionari ESG rimangono dominanti, con 383 miliardi di euro di AuM. In risposta a questa tendenza, i gestori di fondi hanno aumentato la loro offerta di prodotti d’investimento ESG in due modi:

  1. lanciando nuovi fondi ESG fondi;
  2. introducendo elementi ESG una strategia dei fondi esistenti.

Il numero di nuovi ETF ESG lanciati, secondo il report, ha superato per la prima volta il numero di quelli non ESG. In soli due anni, l’AuM degli ETF azionari ETF UE UCITS è quadruplicato, attestandosi a 34 miliardi di EUR (9% dell’UE asset dei fondi azionari ESG) alla fine del 2020. Ciò evidenzia l’appetito degli investitori al dettaglio, in particolare per gli investimenti sostenibili.

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