Il nuovo equilibrio dell’inflazione

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Questa settimana mettiamo temporaneamente da parte il tema dell’Intelligenza Artificiale per tornare a concentrarci su una variabile macroeconomica che, pur non avendo la stessa centralità nei titoli dei giornali, resta cruciale per mercati e investitori: l’inflazione.

Negli ultimi anni, la dinamica inflazionistica nei principali Paesi sviluppati (Stati Uniti, Regno Unito ed Eurozona) ha seguito un percorso in tre fasi ben distinte, come mostra il grafico.

La prima fase è stata il forte shock del 2022, quando l’inflazione ha raggiunto i livelli più elevati degli ultimi decenni, spingendo le banche centrali ad aumentare i tassi di interesse in modo rapido e aggressivo.

La seconda fase, nel 2023 e nel 2024, ha visto una graduale normalizzazione dei prezzi: l’inasprimento monetario ha contribuito a riportare l’inflazione verso l’area del 2%, che rappresenta l’obiettivo di riferimento per la maggior parte delle autorità monetarie.

La terza fase, nel 2025, è stata caratterizzata dall’introduzione di nuovi dazi commerciali, che avevano alimentato il timore di una nuova accelerazione dei prezzi in alcuni mercati1.

Un nuovo regime inflazionistico?

All’interno del team di Asset Allocation, negli ultimi due anni abbiamo discusso se ci stessimo muovendo verso un nuovo regime inflazionistico, in cui l’inflazione sarebbe stata più persistente e volatile rispetto al periodo successivo alla crisi finanziaria globale, dal 2009 al 2021.

Uno scenario di inflazione strutturalmente più elevata implicherebbe rendimenti obbligazionari a lunga scadenza più alti e un costo del credito superiore per famiglie e imprese, con implicazioni rilevanti anche per la redditività aziendale.

Nel complesso, riteniamo che un’inflazione moderatamente superiore al target (ad esempio tra il 2% e il 3%) possa essere compatibile con margini societari solidi. Un nuovo picco inflazionistico, invece, rappresenterebbe una sfida ben più complessa. La nostra ipotesi è che le banche centrali dei Paesi sviluppati, in particolare negli Stati Uniti e nel Regno Unito, possano tollerare un’inflazione leggermente superiore al 2%, pur mantenendo formalmente quell’obiettivo come riferimento.

Il 2025: l’impatto dei dazi è rimasto sotto le attese

Guardando al 2025, si potrebbe dire che i dazi non hanno prodotto gli effetti temuti. Variabili macroeconomiche come l’inflazione e la crescita non hanno risentito dell’impatto dell’aumento delle tariffe che molti si aspettavano.

Alcuni osservatori hanno attribuito questa tenuta alla creazione preventiva di scorte prima dell’entrata in vigore dei dazi, che avrebbe consentito alle imprese di evitare immediati aumenti di prezzo. Altri hanno sottolineato come le misure finali siano state meno severe del previsto e abbiano potuto essere assorbite lungo la catena di fornitura.

Le prospettive per il 2026

All’inizio del 2026, i dati preliminari suggeriscono un quadro relativamente incoraggiante. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti l’inflazione resta sopra il target del 2%, ma le rilevazioni di gennaio sono risultate leggermente migliori delle attese. Nell’Unione Europea, invece, l’inflazione è scesa sotto il 2%.

Se queste tendenze dovessero proseguire, le banche centrali potrebbero trovare spazio per ulteriori, seppur limitate, riduzioni dei tassi di interesse. Una combinazione di inflazione sotto controllo e crescita economica solida costituirebbe uno scenario macro favorevole per gli asset finanziari.

I fattori di rischio da monitorare

Naturalmente, questo quadro positivo non è privo di rischi. I dati mensili sull’inflazione possono essere volatili e talvolta contraddittori. Negli Stati Uniti, per esempio, l’indice PCE di dicembre (un altro indicatore dell’inflazione su cui si concentra la Federal Reserve statunitense) ha registrato valori leggermente superiori rispetto all’indice dei prezzi al consumo. 

Anche le materie prime e la geopolitica restano variabili chiave, soprattutto in caso di tensioni sull’offerta di petrolio. Un allentamento delle tensioni internazionali potrebbe contribuire a stabilizzare ulteriormente il quadro, ma l’incertezza non è del tutto superata.

Il mercato del lavoro rappresenta un ulteriore elemento di attenzione. Nel Regno Unito, ad esempio, la crescita salariale è rimasta sostenuta nonostante un lieve aumento del tasso di disoccupazione. Dinamiche retributive ancora robuste potrebbero complicare il lavoro delle banche centrali.

Infine, è importante ricordare che un rallentamento dell’inflazione non elimina automaticamente le difficoltà legate al costo della vita. Anche con un tasso di crescita dei prezzi al 2%, le famiglie continuano a percepire un aumento del livello generale dei prezzi. Questo può contribuire a spiegare perché dati macroeconomici complessivamente positivi (soprattutto negli Stati Uniti) non si siano tradotti in un maggiore senso di soddisfazione tra molti cittadini.

Una base macro più solida

Mettendo da parte queste preoccupazioni, il quadro inflazionistico nel Regno Unito, negli Stati Uniti e nell’Unione Europea appare oggi complessivamente più equilibrato rispetto agli anni precedenti.

Se la traiettoria attuale dovesse confermarsi, potremmo trovarci di fronte a un contesto macroeconomico più stabile, caratterizzato da inflazione moderata e crescita resiliente: una combinazione che riteniamo possa offrire un sostegno importante ai mercati finanziari.

  1. Ci sono varie complessità dietro i titoli dei giornali, ma per ora le tralasceremo: l’inflazione è diminuita a causa dell’aumento dei tassi di interesse o è stato solo il risultato di uno shock dell’offerta che non ha richiesto un aumento dei tassi? I dazi doganali porteranno a un aumento sostenibile dell’inflazione o si tratterà solo di un aumento una tantum? ↩︎

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