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Fuoco e fiamme tra la neve di Davos

Alla fine l’unica sorpresa è stata la banda. Tutti si aspettavano fuoco e fiamme da Donald Trump per sciogliere la tempesta di neve, dopo una settimana in cui la tensione era montata in modo quasi teatrale, sulla stampa e sui mercati finanziari.

Che l’occasione era di quelle speciali lo si è capito subito dal cerimoniale. ll Presidente Usa, viene accolto sul palco da una banda in divisa. Mentre nella sala risuona l’inno svizzero, tra i risolini dei presenti, colpiti dall’eccessiva pompa e forse gravati da qualche bicchiere di troppo, Trump si alza in piedi e ascolta, con lo sguardo rivolto verso l’alto in segno di rispetto. Si trova al centro del palco, tutti gli occhi sono per lui.

Ad introdurlo è Klaus Schwab, secondo molti l’uomo che vanta il maggior numero di connessioni al mondo. L’accademico tedesco 46 anni fa decise di fondare il World Economic Forum e di porre la sua sede a Davos, gioiosa località sciistica adagiata sulle Alpi svizzere. Da allora la conferenza annuale dell’associazione è diventata l’appuntamento da non mancare per i leader di tutto il mondo, i grandi industriali, i finanzieri o per chiunque volesse aggiungere nuovi numeri alla propria agenda in quella che è stata definito “il pranzo di lavoro più grande del mondo”. Nei panel e nelle sale del centro congressi si discutono le sorti, il futuro e le nuove tendenze, si fa networking, si stringono contatti: in pratica si “migliora la condizione del mondo” come recita il motto del Wfo che giganteggia alle spalle di Trump.

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Senza colpi di teatro

In realtà il contenuto del discorso del Presidente non è stato affatto memorabile. “America first non vuol dire America alone” è lo slogan per il multilateralismo sfoderato per l’occasione, già spoilerato nei giorni passati da altri membri del governo. Trump ha snocciolato con orgoglio i suoi risultati economici. Ha parlato della riforma fiscale che ha portato moltissime aziende a distribuire parte di quanto risparmiato tra i dipendenti (per la riforma ha ricevuto i complimenti di Schwab e dei Ceo di alcune tra le maggiori aziende europee, con cui ha cenato giovedì). Ha ricordato come Wall Street stia macinando record su record. In definitiva ha continuato a sfruttato l’occasione per presentare davanti a una platea di assoluto spessore la sua dottrina. L’America non è più il luogo da cui si diramano gli investimenti verso il resto del mondo ma è soprattutto un ottimo luogo in cui fare business: “mai come oggi”. Gli investimenti devono tornare in America, sostiene Trump ricordando che Apple investirà “350 miliardi negli Stati Uniti nei prossimi anni”.

L’argomento che invece non è stato toccato sono quelli del commercio, il vero motivo che ha fatto ballare i mercati valutari nell’ultima settimana. La casa Bianca ha annunciato in settimana nuovi dazi sui pannelli solari e altri manufatti cinesi. In contemporanea Steven Mnuchin, mandato in avanscoperta sulle Alpi svizzere, aveva annunciato che era intenzione della casa Bianca mettere in atto una politica attiva di svalutazione del Dollaro per favorire l’industria a stelle e strisce. Il tempismo dei queste dichiarazioni, proprio nella settimana in cui l’establishment mondiale si riunisce in Svizzera, non sembrava affatto casuale. L’amministrazione Trump si è attirata in questo modo le critiche, velate o meno, un po’ di tutti inclusi Draghi, Angela Merkel, vari mandarini Ue, il presidente indiano Modi, Soros e altri (guarda caso erano tutti a Davos): proteggere il multilateralismo e il commercio era diventato un po’ il leit motiv di tutti gli interventi pubblici.

La parabola del dollaro

Il dollaro nel frattempo è sprofondato, perdendo l’1,20% per cento sull’Euro in una settimana, continuando la tendenza che ha visto la divisa statunitense perdere più del 3,5% del valore da inizio anno (per l’Euro-Dollaro si tratta di un movimento significativo). Alla fine ci ha pensato Trump, con un tweet a calmare le acque, cercando di allontanare il sospetto che il suo governo stia mettendo in atto una svalutazione competitiva. “Il dollaro forte vuol dire un’America forte’ ha tuonato The Donald su Twitter. E così di fronte all’odiato establishment Trump si è presentato con un ramoscello d’ulivo. Ha sostenuto di amare il free trade ma soprattutto il fair trade, ovvero quello in cui tutti gli Stati rispettano le stesse regole in termini di aiuti pubblici o rissetto dei lavoratori. La teoria non fa una piega, il vero problema, come di solito accade in politica è la pratica:non si capisce chi alla fine debba stabilire cosa e fair e cosa no. E così, mentre gli operatori di mercato di tutto il mondo comprano e vendono valute, mentre i biglietti da visita passano di mano nei capannelli, si chiude un’altra edizione del World Economic Forum nel modo più politico possibile. Tanto, come è noto, a Davos le cose davvero importanti non succedono nelle conferenze e nei panel: ma nelle caffetterie, nelle stanze d’albergo e nel vociare chiassoso delle feste.

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