Nel nostro consueto appuntamento video mensile, il nostro Quantitative Analyst Giorgio Broggi commenta i principali movimenti dei mercati a marzo.
Marzo è stato un mese difficile per i mercati, con l’azionario globale in calo di circa l’8% in euro. La politica commerciale statunitense è rimasta il focus principale, con un flusso costante di notizie su tariffe introdotte, ritardate, ritirate e nuovamente introdotte.
L’esito finale rimane poco chiaro e, nel frattempo, i mercati soffrono – per prima cosa, proprio perchè l’incertezza rimane elevatissima e questo non piace a nessuno degli attori economici: ai consumatori, che non sanno se risparmiare o spendere, alle aziende, che non sanno se investire e come, e agli investitori, che non sanno se prendere rischi o meno.
Inoltre, al di là dell’incertezza, i mercati vedono le tariffe come una tassa – e quindi si aspettano un impatto negativo sulla crescita.
Speriamo che quantomeno, ad aprile, il tono politico si normalizzi e che ci sia chiarezza sulle politiche tariffarie statunitensi e sulle potenziali ritorsioni dai paesi colpiti, ma manteniamo i portafogli sottopesati rischio rispetto al 2024. Se vuoi approfondire gli ultimi sviluppi in tema di dazi Usa, dopo quella che molti definiscono la “Giornata della Liberazione” di Trump, puoi leggere la nostra analisi nell’ultima edizione dell’Osservatorio Asset Allocation.
Nel frattempo a marzo, nel Vecchio Continente, l’altra grande protagonista del mese è stata la Germania. Il paese ha detto addio all’austerity e sembra pronto a espandere significativamente la spesa per infrastrutture e difesa. In parte questa è una reazione necessaria al nuovo governo Trump, che ha promesso meno aiuti e supporto agli alleati. Ma riflette anche la nuova consapevolezza politica che solo un aumento della spesa pubblica potrà far riprendere il Paese da anni di stagnazione.
Ci vorrà del tempo per vedere esattamente quanto il governo spenderà e l’impatto che avrà, ma questo rappresenta un forte cambiamento nelle prospettive di crescita tedesca e apre nuovi orizzonti per l’intera Europa, come catturato dal nuovo slogan dei mercati: MEGA – Make Europe great again – piuttosto che il trumpiano MAGA, che riflette anche la chiara sovraperformance dei mercati Europei che il governo Trump ha portato per ora.
Il dato più impressionante di marzo, invece, è quello sulle attese di inflazione dei consumatori americani a 12 mesi. A novembre, secondo un famoso sondaggio dell’Università del Michigan, questi si aspettavano un’inflazione nel prossimo anno intorno al 2,6% – avvicinandosi all’obiettivo della Banca Centrale. A marzo, questa cifra è balzata al 5%.
Un dato interessante, non solo perché cattura quanto i consumatori siano preoccupati dal flusso costante di notizie sulle tariffe, ma anche perché il 10 anni americano rimane invece a livelli più bassi rispetto a inizio anno. Questo è però spiegabile sia dal fatto che i mercati si aspettano che le tariffe abbiano breve durata, sia dal fatto che prezzino anche un rallentamento dell’economia, compensato le attese maggiori di inflazione.
Una domanda che ci viene posta spesso riguarda le prospettive dell’economia statunitense, il motore della crescita globale negli ultimi due anni. Ovviamente al momento c’è molta incertezza – non solo sul fronte delle tariffe, ma anche in termini di spesa fiscale. Il governo statunitense ha gestito deficit fiscali piuttosto ampi negli ultimi anni, e questo ha contribuito a sostenere la crescita. L’amministrazione Trump è desiderosa di ridurre questi deficit. Una buona notizia per il debito pubblico statunitense, in costante aumento, ma che potrebbe rallentare la crescita.
Finora, l’economia statunitense sembra ancora in buone condizioni. I più recenti rilasci di dati sono arrivati più o meno dove gli analisti si aspettavano. Detto questo, ci aspettiamo di vedere un rallentamento nei prossimi trimestri e crediamo che questo sarà maggiore delle attese correnti di mercato.
Parliamo di rallentamento, però, non di recessione. Di conseguenza, sebbene abbiamo ridotto la nostra esposizione agli asset rischiosi – e tagliato la scommessa sull’azionario americano – riteniamo che, come sempre, restare investiti e non farsi spaventare da un po’ di volatilità rimanga l’approccio migliore.
*Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.