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Pure in finanza la confezione vince sul prodotto: il caso Pir

LucaDixit_template

In principio c’era il mercato. Non il mercato digitalizzato dei grandi distributori di internet e nemmeno il mercato che teorizzavano gli “austriaci”, quel grande strumento di inclusione che alloca risorse e talenti con entropica precisione.

Prima che sembrasse normale spendere centinaia di euro per acquistare un oggetto basandosi solo su una fotografia c’era appunto il mercato, il luogo dove le massaie (e mi si perdoni lo stereotipo di genere che non posso fare a meno di includere in questo caso) andavano a tastare le merci, cercando di scorgerne pregi e difetti: il loro unico metro di valutazione per scegliere un prodotto piuttosto che un altro era la qualità dello stesso, che sapevano valutare con estrema abilità.

Come è possibile che questa saggezza sia scomparsa, evaporata nell’iperuranio digitale dove soldi che non si vedono vengono trasferiti tra persone che non si incontrano per acquistare prodotti che si  possono solo immaginare?

Quando la confezione è più importante della sostanza

Gran parte di questo cambiamento è avvenuto dietro l’impulso di alcune grandi multinazionali americane, che ancora oggi sono dei leader nei propri settori come Unilever e Procter & Gamble, che negli anni ’60, viste le sfide crescenti sul piano della qualità del prodotto di una concorrenza sempre più agguerrita, inventarono un nuovo metodo per proteggere e rafforzare la loro leadership.

È proprio in quegli anni che nasce il concetto di brand, il marchio che evoca un immaginario celebrato dagli artisti della pop art. Da allora la confezione, la presentazione, il messaggio pubblicitario diventa via via più rilevante nell’orientare le decisioni di consumo, finché l’importanza di questi elementi rispetto al prodotto stesso diventa preponderante.

L’abitudine di confezionare prodotti in modo accattivante per aumentare il loro potenziale di vendita si è purtroppo diffusa anche all’interno dell’industria finanziaria, specialmente quella italiana. Un esempio è il successo dei fondi data target a finestra, strumenti inefficienti che sembrano pensati più per essere collocati facilmente, scimmiottando i Btp, che per offrire vantaggi concreti all’investitore.

I  Pir pregi e difetti di uno strumento fuorviante

I Piani individuali di risparmio (Pir) introdotti dall’ultima finanziaria sembrano essere un altro di questi casi in cui la confezione inganna. Con lo scopo di favorire le Pmi italiane la norma prevede che concentrino delle quote prestabilite in asset italiani. In cambio i Pir offrono importanti vantaggi fiscali a chi decidesse di scommettere sullo strumento per 5 anni o più.

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Sin dal nome i “Piani individuali di risparmio” ricordano uno strumento previdenziale. Anche il limite temporale di 5 anni e l’incentivo, insito nella loro struttura, a contribuire all’investimento gradualmente sembrano suggerire che i Pir possano essere la soluzione, appunto il piano, ideale per chi intendesse investire una quota considerevole dei propri risparmi con obiettivi di medio-lungo termine. Proprio in questo modo sono pubblicizzati da molti dei gestori che hanno deciso di includerli nella loro offerta.

A ben guardare, i Pir sono uno strumento molto sbilanciato sul rischio-Italia. Offrono inoltre poca flessibilità, in quanto vincolano l’investimento a una durata di 5 anni per godere del vantaggio fiscale. Sono inoltre concentrarti (con una quota del 21%) sulle PMI italiane a bassa capitalizzazione, notoriamente molto volatili e poco liquide. In definitiva sono uno strumento molto complesso e con profili di rischio relativamente elevati, che non dovrebbe entrare in percentuali rilevaniti in un portafoglio che si possa considerare ben diversificato.

L’importanza di guardare all’essenziale

I Pir sono inoltre uno “scatolotto” giuridico che può assumere varie forme. Ciò non solo apre la strada a pratiche di costo opache, ma rischia di creare ulteriore confusione nel risparmiatore.

E di oggi la notizia che sarà quotato il primo ETF in Pir. Il fondo replicherà gli indici small cap di Piazza Affari. L’Etf in Pir rischia, a fronte di costi magari contenuti, di offrire ancora meno opportunità di diversificazioni di altri strumenti che possono sfruttare meglio la flessibilità concessa dalla legge.

Niente di sbagliato a proporlo e ad acquistarlo, ma si tratta di un ulteriore esempio di come il legislatore, permettendo l’applicazione di un’etichetta su un prodotto che già esisteva in forme simili sul mercato, stia offrendo ai gestori gli strumenti per orientare il risparmio verso prodotti più rischiosi, senza garanzia che dal lato del consumatore ci sia piena consapevolezza.

Anche nel mondo degli strumenti finanziari, la forma rischia di contare come la sostanza. Quando si introduce un’innovazione sarebbe bene essere almeno precisi sulle sue caratteristiche di tipo giuridico, specialmente nel panorama italiano dove l’educazione finanziaria è piuttosto bassa.

I Pir sembrano fare il contrario: sono molto stringenti per quanto riguarda le caratteristiche di investimento, che impediscono una distribuzione equilibrata tra gli asset, mentre permettono molta creatività per quanto riguarda la confezione.

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