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Dramma Venezuela, inflazione al 60% e beni alimentari a rischio

Crisi Venezuela

Cambio nero alle stelle, il governo prova a frenare il contrabbando.

Febbre a novanta per l’economia venezuelana. Acquistare un dollaro per le strade di Caracas richiede 89 bolivar rispetto al mercato ufficiale fermo a 6,3. Il dato disastroso sull’inflazione segna uno dei massimi storici per il Paese che assiste impotente alla crescita esponenziale dei prezzi e alla crisi produttiva, con il contrabbando dei beni di prima necessità in prima linea.

Sono diverse le politiche, a tratti controverse, approntate dal presidente Nicolas Maduro, al fine di contenere la crisi che pare fuori controllo: in primis, la chiusura notturna delle frontiere con la Colombia per evitare l’export illegale di beni di prima necessità e di petrolio, tagliando così il 20% di commercio nel mercato nero di riso, uova, latte e specialmente di carburante – rivenduto successivamente a peso d’oro dai contrabbandieri.

La seconda importante applicazione prevede il “censimento” della popolazione ai supermercati, con l’obbligo di lasciare l’impronta digitale all’uscita dai negozi.

Crisi alimentare VenezuelaL’obiettivo dichiarato del governo è quello di monitorare l’effettiva domanda di beni alimentari e contrastare così il contrabbando, dopo aver implementato senza successo la “Ley de precios justos” che obbligava di fatto a commerciare il petrolio a soli 1,60 centesimi al litro generando una ulteriore spinta inflazionistica. Andrés Eloy Méndez, a capo della discutibile manovra dei prezzi giusti, ha pubblicamente rassicurato i cittadini affermando che le impronte digitali non serviranno per razionare i beni di prima necessità, ma solo per verificare i consumi medi per famiglia.

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Alla situazione economica precaria si aggiunge l’erosione delle riserve internazionali di oro della Banca Centrale del Venezuela (BCV), principalmente causata dal quantitative easing della Federal Reserve che ha determinato un decremento di investimenti nelle materie prime come l’oro; in concreto, la contrazione delle riserve venezuelane, ferme a 20 miliardi di dollari, mina la capacità del governo di pagare i debiti contratti in valuta straniera.

Tirando le somme, qualsiasi azione messa in campo dal governo principalmente focalizzata nel contenimento del cambio bolivar-dollaro ufficiale, ha di fatto scatenato focolai inflazionistici interni facendo salire il tasso di cambio parallelo, tant’è che Nicolas Maduro starebbe pensando di avvicinare i due cambi, generando così una contrazione delle importazioni e nell’economia del Paese, già gravemente compromessa.

Ad oggi il Venezuela, sorella minore dell’Argentina per la medesima problematica di inflazione strutturale nonché triste detentrice di uno dei tassi di inflazione più alti al mondo, sembra essersi giocata tutte le mosse a disposizione per evitare lo scacco della crisi valutaria. Tuttavia lo scenario, per quanto dalle conseguenze disastrose per la popolazione locale, sembra regalare ben poche alternative.

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