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Dieci anni da Lehman Brothers – L’analisi di Michael Spence

Tratto dall’intervista di Michael Spence, Premio Nobel per l’Economia e Advisor Moneyfarm

“Il panico cominciò a propagarsi prima del fine settimana. Stavo partecipando a un consiglio di amministrazione, era giovedì, tre giorni prima che Lehman Brothers fallisse. I mercati finanziari e il sistema dei pagamenti si stavano bloccando e allora cominciammo a capire quanto serio fosse il problema.

Alcuni sostengono che se Lehman fosse stata salvata, avremmo potuto evitare le crisi finanziaria e la grande recessione che seguì o almeno limitare i danni. Ma in tutta franchezza credo sia un equivoco; le radici della crisi affondavano nella complessità del sistema finanziario, e non sarebbe bastato il salvataggio di Lehman a evitare l’esplosione.

In America, nel Regno Unito e in Spagna le famiglie avevano danneggiato il proprio bilancio, indebitandosi. Quando le famiglie vanno in bancarotta smettono di spendere, cosa che spinse l’economia in una recessione, le aziende smettono di investire nella crescita e la disoccupazione cresce. Si tratta di un meccanismo di causa ed effetto molto rapido, tutti questi eventi accaddero in successione.

Le Banche Centrali furono le più veloci a reagire e oggi viene dato loro giustamente credito per aver evitato il completo collasso del sistema. La convinzione di tutti sin dall’inizio è che si trattasse di un evento ciclico. Per quasi sei anni abbiamo visto susseguirsi una previsione ottimistica dopo l’altra da parte delle istituzioni di politica economica. Alla fine tutti abbiamo capito che c’era qualcosa di diverso in questa crisi.

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La maggior parte di noi non riuscì a prevederlo e negli ultimi anni abbiamo assistito a un’analisi di coscienza collettiva da parte di economisti e politici. Io credo che la ragione principale, tra le molte che sono stata individuate, è che abbiamo architettato un sistema troppo complesso, all’interno del quale è impossibile tracciare le interconnessioni e prevedere come uno shock esterno deflagrerà in esso.

Il problema di fondo è che non sappiamo come accorgerci di quando il rischio sistemico cresce nel sistema. Forse siamo migliorati un po’ sotto questo aspetto, ma quando un sistema diventa fragile, non abbiamo delle misure e degli indici condivisi per ci dicono che stia accadendo e questo era sicuramente vero dieci anni fa, sicuramente è ancora vero adesso.

Un investitore è più sicuro oggi?

Ovviamente, per un investitore lo scenario è cambiato molto dai tempi della crisi finanziaria. Da una parete essi hanno accesso a molte più informazione a basso costo di quanto avevano dieci anni fa. Questo trend positivo non è stato trainato solo dalla politica, ma dagli innovatori, dagli imprenditori e internet. L’altra faccia della medaglia è che non tutti hanno la possibilità di accedere a queste informazioni. Il mondo è terribilmente complicato e ciò è sempre più evidente. Certo la globalizzazione sta perdendo trazione, ma il sistema finanziario è ancora tremendamente interconnesso e complesso. Fino a venti anni fa non era necessario per un investitore essere informato sugli avvenimenti in Cina, oggi non si può più dire lo stesso.

Le opzioni per un investitore si sono oggi moltiplicate: il numero di asset class è cresciuto a dismisura così come la complessità delle interconnessioni tra le varie asset class. La possibilità di avere una  scelta è positiva per i consumatori, ma troppa scelta può avere l’effetto di condurre gli investitori a prendere decisioni sbagliate o addirittura portarli a non prendere nessuna decisione.

Quindi da una parte c’è l’accesso alle informazioni, dall’altra la complessità. Credo che i servizi finanziari abbiano il compito, in questo contesto, di offrire un servizio di consulenza completo. Credo che questo sia l’unica possibilità per approcciarsi ai mercati finanziari per la maggior parte delle persone.”

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