Da Davos l’appello a un nuovo patto di fiducia

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“Uno spirito di dialogo”: questo il tema che, con una dichiarata nota di fiducia, gli organizzatori avevano scelto per l’edizione 2026 del World Economic Forum (WEF), conosciuto anche come Davos. Le élite globali si sono riunite questo gennaio in un contesto internazionale complesso, segnato da un aumento delle tensioni nelle settimane precedenti al meeting, anche alla luce dei diversi fronti di instabilità geopolitica, dal Venezuela alla guerra in Ucraina.

Sulle fredde montagne svizzere, a “sciogliere la neve” ci hanno pensato le fiammate di Donald Trump e del suo team. Il presidente degli Stati Uniti è tornato in Svizzera prendendosi la scena in un forum più che mai gremito di leader globali: da Emmanuel Macron (con gli occhiali da aviatore) a Friedrich Merz, passando per il vicepresidente cinese He Lifeng, il primo ministro canadese Mark Carney, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

Il proverbiale ottimismo di Davos ha lasciato spazio, in questa edizione, alla rappresentazione plastica della crescente competizione tra blocchi geopolitici.

Eppure, Davos resta un barometro del pensiero delle élite, e nel frastuono del disaccordo non sono mancati tentativi di tracciare una via da seguire. Nel corso di cinque giorni non sono mancati spunti e sono stati affrontati temi rilevanti, in quello che, nonostante molti lo definiscano un evento in declino, resta un punto di riferimento per comprendere il pensiero delle élite e degli attori economico-finanziari globali.

A mente fredda, proviamo dunque ad analizzare alcuni dei dibattiti emersi, per cercare di capire quale sia la visione del mondo che si intravede dalla cima della Montagna Magica.

La geopolitica delle potenze intermedie

La geopolitica ha dominato la narrativa e monopolizzato l’attenzione di partecipanti e media. Il Global Risks Report 2026 del WEF documenta il passaggio verso “un’era della competizione” negli affari globali, caratterizzata dal logoramento della cooperazione e dal crollo della fiducia. Nel linguaggio di Davos, il multilateralismo sta cedendo il passo alla rivalità multipolare.

In questo contesto, ha raccolto molto interesse il discorso del Primo Ministro canadese Mark Carney, che ha suggerito come le “potenze medie”, un gruppo geopolitico spesso eluso dalla narrazione (in cui potremmo inserire anche gli Stati europei e il Regno Unito) debbano lavorare a una nuova cooperazione per sopperire alla crisi del sistema garantito dalle grandi potenze. 

Il messaggio ha colpito nel segno. La relazione transatlantica, per 80 anni pilastro della stabilità del mondo occidentale, ha mostrato crepe evidenti a Davos. I leader europei hanno espresso privatamente irritazione per alcune mosse unilaterali di Washington. Quello che avrebbe dovuto essere un fronte occidentale compatto su temi come l’Ucraina, si è complicato a causa di nuove divisioni.

Nel frattempo, le voci provenienti da Asia, Africa e Medio Oriente ricoprono un ruolo sempre più importante, cercando legittimazione e protagonismo in congressi un tempo appannaggio dell’élite del vecchio mondo. 

Le potenze intermedie stanno trovando una nuova voce, perseguendo politiche di “autonomia strategica”. I leader hanno discusso il rafforzamento dei forum regionali e delle alleanze tematiche per colmare il vuoto lasciato da istituzioni globali paralizzate. 

L’India, ad esempio, ha promosso a Davos una rete di mini-alleanze flessibili per affrontare sicurezza energetica e catene del valore critiche, un’idea sostenuta anche da Indonesia e Brasile. 

Pochi giorni dopo il forum, Carney ha sorpreso molti sostenendo un “nuovo patto commerciale verde” tra potenze intermedie, arrivando a evocare un possibile accordo di libero scambio bilaterale con la Cina su tecnologie a basse emissioni.

Nei corridoi di Davos, si è dato per assodato che nessuna superpotenza, né un ristretto gruppo come il G7, possa orientare da sola l’agenda globale. Per quanto frammentato appaia il 2026, il consenso è che l’impegno multilaterale debba continuare sotto diverse forme, e questa è senza dubbio una buona notizia che controbilancia, almeno in parte, la narrativa della frammentazione globale.

I fondamentali economici restano solidi

Nonostante le fratture geopolitiche, l’economia globale ha riservato alcune piacevoli sorprese che hanno attenuato il clima glaciale di Davos. Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, ha osservato che la crescita globale si è dimostrata forte, con stime intorno al 3,3% per il 2026, sfidando i timori di recessione che dominavano lo scenario solo un anno fa. 

I consumi hanno tenuto nei principali mercati. Georgieva ha definito questa resilienza “la sorpresa più grande” degli ultimi dodici mesi. Ma ha subito messo in guardia contro ogni compiacenza: “L’incertezza è la nuova normalità”, ha detto, esortando i leader a costruire riserve, diversificare le catene del valore, rafforzare i margini di sicurezza finanziaria.

Questa prudenza è sembrata ben giustificata, viste le linee di faglia economiche messe in luce anche dal forum. La frammentazione geoeconomica è balzata in cima alla lista dei rischi a breve termine secondo l’indagine del WEF, superando persino inflazione e conflitti. 

Lo spettro di un grande decouplingla separazione progressiva tra economie interdipendenti, con blocchi commerciali rivali, biforcazione tecnologica e disaccoppiamento finanziario – ha aleggiato su molte discussioni. 

Eppure, è emersa anche un’evidenza incoraggiante: finora si è evitata una vera e propria “guerra economica”. Le tensioni commerciali non si sono concretizzate nella misura temuta. Accordi, eccezioni e correzioni hanno evitato la logica della ritorsione, scegliendo di mantenere il flusso commerciale nonostante le frizioni politiche. Questo ha contribuito a evitare una spirale protezionista come accaduto negli Anni ’30. Al contrario, il commercio globale si è silenziosamente ristrutturato: sono aumentati gli scambi tra regioni e alcune aree del mondo, in particolare il Sud-Est asiatico e l’India, stanno diventando nuovi motori di crescita.

Tuttavia, non sono mancati i segnali di rischio da un punto di vista macro. I governatori delle banche centrali riuniti a Davos hanno espresso preoccupazione per gli effetti ritardati delle politiche monetarie restrittive e per l’elevato livello di indebitamento. I leader aziendali hanno parlato di “localizzazione” e di “friend-shoring” per ridurre l’esposizione agli shock geopolitici. Un rapporto del Forum ha addirittura suggerito alle aziende di rafforzare le proprie “capacità previsionali geopolitiche” nei modelli operativi, in modo che navigare un mondo frammentato diventi parte integrante della strategia aziendale. Nonostante la forza dell’economia, il quadro macro per il 2026 resta dunque in chiaroscuro.

Intelligenza Artificiale e tecnologia: dall’entusiasmo alla realtà concreta

Pochi temi hanno animato Davos 2026 quanto l’avanzamento dell’Intelligenza Artificiale (IA). A differenza degli anni passati, tuttavia, il tono è stato decisamente più pragmatico. Dopo una fase di entusiasmo quasi febbrile, l’IA sta entrando in una fase più esigente, centrata sull’attuazione concreta.

I principali CEO del settore tech hanno offerto valutazioni sobrie delle sfide in gioco. Satya Nadella, CEO di Microsoft, ha discusso il tema “bolla economica” in relazione all’Intelligenza Artificiale, sottolineando che una crescita sostenibile dell’IA dovrà passare per la trasformazione dei processi e della produttività anche nei settori non tecnologici.

Jensen Huang, CEO di Nvidia, ha insistito invece sugli aspetti strutturali. “L’IA è infrastruttura”, ha ribadito: il successo dipenderà dagli investimenti nei sistemi fisici che la rendono possibile, dall’energia alla potenza di calcolo, dalla manodopera qualificata agli impianti produttivi. Le prossime vere limitazioni dell’IA, ha aggiunto, non saranno algoritmiche, ma legate alla capacità di implementare le tecnologie su scala reale.

Questa visione più ancorata alla realtà non significa che l’ottimismo sia svanito. Secondo le indagini del Forum, l’IA potrebbe aumentare la crescita globale di quasi lo 0,8% se implementata in modo efficace e con regole adeguate. 

Ma i leader sono pienamente consapevoli dei rischi. Gli esperti del WEF hanno rilevato che gli “effetti avversi dell’IA”, dalla distorsione del mercato del lavoro alle minacce alla sicurezza, sono saliti rapidamente tra i rischi globali a lungo termine, entrando nella top 5.

Clima ed energia: una transizione tra tensioni

Sul cambiamento climatico, Davos 2026 ha restituito uno scenario fatto di contraddizioni, con alcune luci e molte ombre. L’ultima indagine del WEF ha nuovamente indicato il “fallimento dell’azione climatica” e gli eventi meteorologici estremi come i principali rischi a lungo termine per il pianeta. Il costo dell’inazione aumenta di anno in anno. Eppure, come hanno ammesso apertamente diversi leader, le turbolenze geopolitiche ed economiche hanno spesso fatto deragliare l’agenda climatica.

L’ex vicepresidente americano Al Gore ha riassunto bene questo dilemma durante una sessione, osservando che in molti Paesi le politiche climatiche stanno attraversando “una recessione”, proprio mentre la rivoluzione delle tecnologie pulite avanza. La politica, ha sostenuto, è in ritardo rispetto alla realtà: troppi governi sono ostaggio degli interessi legati ai combustibili fossili, generando oscillazioni “schizofreniche”,  con promesse di neutralità climatica seguite da nuove trivellazioni petrolifere.

Eppure, la transizione energetica prosegue. Secondo Gore, sono le forze di mercato e l’innovazione a guidare un boom senza precedenti delle energie pulite. Nel 2025, il 93% della nuova capacità elettrica installata a livello globale proveniva da fonti rinnovabili.

La vera tensione, quindi, si gioca tra questo slancio “verde” e la geopolitica disordinata dell’energia. La guerra in Ucraina e la conseguente crisi del gas hanno spinto molti governi a riconsiderare le proprie priorità energetiche, spesso a scapito degli obiettivi climatici. Negli Stati Uniti, l’alternanza politica ha avuto un impatto profondo: le politiche ambientali, cavallo di battaglia della precedente amministrazione, stanno ora affrontando una netta inversione di rotta.

Nel frattempo, i Paesi in via di sviluppo sono arrivati a Davos con richieste chiare: più finanziamenti per il clima e la garanzia di non dover scegliere tra accesso all’energia e sviluppo a basse emissioni.

La crisi della democrazia

Uno dei fili rossi più inquietanti del forum è stato il dibattito sulla crisi di fiducia nelle istituzioni e nella democrazia. Se Davos è tradizionalmente il ‘conclave’ dell’establishment globale, l’edizione del 2026 ha restituito l’immagine di un sistema sotto pressione, non tanto per contestazioni esterne, quanto per la crescente sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e delle élite.

Una serie di sondaggi e interventi pubblici durante il forum ha dato corpo a questa percezione. Il Trust Barometer 2026 di Edelman, presentato proprio a Davos, ha rivelato che quasi il 70% delle persone nei principali Paesi “è riluttante a fidarsi di qualcuno con valori o opinioni diverse”. Una cifra impressionante, che quantifica in termini precisi la polarizzazione crescente che sta lacerando le società.

Ma il calo di fiducia non è solo un dato sociologico: ha impatti concreti. Sotto la pressione dell’erosione della fiducia, diminuisce la capacità collettiva di rispondere alle sfide in agenda: dalle disuguaglianze economiche ai conflitti, fino alla crisi climatica. I banchieri centrali hanno espresso preoccupazione per un “deficit di fiducia” che indebolisce l’efficacia della loro comunicazione su inflazione e stabilità finanziaria; numerosi CEO hanno discusso della necessità di riconquistare la fiducia dei clienti in un’epoca di abusi legati alla gestione dei dati e all’uso dell’intelligenza artificiale.

Tra gli esempi più emblematici, Larry Fink, CEO di BlackRock, ha ammonito che “l’erosione della fiducia è accelerata dalla percezione, spesso giustificata, che i benefici della crescita vadano a una minoranza sempre più ristretta”. Ha sottolineato che, senza un serio impegno per ridurre le disuguaglianze, “il contratto sociale rischia di rompersi definitivamente”. Anche i delegati provenienti da democrazie emergenti hanno condiviso timori simili, citando colpi di stato, corruzione diffusa e derive populiste che stanno indebolendo le strutture democratiche in diverse regioni del mondo.

In definitiva, Davos 2026 ha reso evidente che, senza un rinnovamento del patto di fiducia, affrontare le altre priorità dell’agenda globale diventerà enormemente più difficile. E, si potrebbe dire con una punta di amarezza, che lo spettacolo offerto da alcuni leader nei resort di lusso delle Alpi svizzere non contribuisce certo a colmare questo divario.

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