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Mercati emergenti tra ripresa e rischi finanziari: cosa dobbiamo aspettarci?

Il Covid 19 è stato un evento veramente globale. Quasi tutti i paesi della terra hanno dovuto introdurre misure restrittive per contrastare il virus, mettendo in stallo le proprie economie e dovendo ricorrere a politiche estreme per ravvivarle.

Quando si parla di Covid e pandemia si tende sempre a concentrarsi su quello che succede in Europa e negli Stati Uniti, che poi sono i Paesi nel quale siamo maggiormente esposti. In questo articolo proveremo a prendere una prospettiva diversa, esplorando gli effetti del Covid-19 nel resto del mondo. Cercando di capire quale sia la situazione nelle principali regioni che fanno parte della vasta e variegata famiglia dei Paesi emergenti.

Come stanno andando le economie chiave?

Ovviamente cercheremo di rivolgere la nostra attenzione ai Paesi nei quali siamo maggiormente investiti attraverso i nostri portafogli. La Cina, ad esempio, è riuscita ad essere “first in, first out” per quanto riguarda la pandemia – dopo una prima ondata (relativamente) piccola, è riuscita a evitarne una seconda attraverso test e tracciamenti realizzati con successo su larga scala.

Di conseguenza, la contrazione dell’economia cinese è stata di breve durata, con il Paese che ha registrato una crescita record nei trimestri successivi alla pandemia, anticipando in qualche modo la traiettoria che stiamo vedendo nei paesi occidentali. Certo anche il gigante asiatico non è immune alle varie problematiche che stanno caratterizzando l’economia globale – carenza di semiconduttori, carbone ed energia per citarne alcuni – ma, se analizziamo l’impatto duraturo di Covid-19 sull’economia cinese, sembra relativamente limitato.

In India, la storia è stata molto diversa. Il paese è stato colpito da una prima ondata tardiva, dopo la quale l’economia è riuscita a rimettersi in piedi e registrare un’espansione dell’1,6% su base annua tra gennaio e marzo 2021. Da maggio 2020 ad aprile 2021 l’economia indiana ha continuato a contrarsi a causa della pandemia, con un calo del 7,3%.

La vera crisi ha colpito l’India nell’aprile di quest’anno, quando un’enorme seconda ondata di infezioni da Covid-19 ha preso piede nel Paese, su una scala molto maggiore della diffusione iniziale e, in effetti, molto maggiore di qualsiasi altra nazione al mondo. I tassi di infezione sono diminuiti dopo il picco all’inizio di maggio, ma la ripresa economica che stava provvisoriamente prendendo forma è stata smorzata.

Una migliore pianificazione ha reso la seconda ondata meno impattante economicamente della prima. I blocchi localizzati sono stati meno intrusivi rispetto alle chiusura dell’intera economia con quattro ore di anticipo arrivata durante la prima ondata. Sembra anche che l’India abbia superato la parte più acuta della crisi. Gli analisti prevedono che la campagna vaccinale e l’aumento dell’attività economica a livello globale aiuterà l’economia indiana a riprendersi nella seconda metà del 2021.

Nell’economia brasiliana, la crescita è stata più forte di quanto previsto da molti analisti. Il primo trimestre del 2021 ha visto una crescita dell’1,2%, leggermente al di sopra delle previsioni mediane dello 0,7%, guidata principalmente da un aumento del 5,7% nel settore agricolo e un aumento del 4,6% negli investimenti. Questo risultato è arrivato nonostante la seconda ondata di contagi, con il Paese tra i pochi a non imporre il lockdown.

L’inflazione nei mercati emergenti preoccupa

Di tutti i passi compiuti dalle economie per combattere l’impatto del Covid-19, l’espansione monetaria che ha sostenuto quella fiscale è stata probabilmente la più incisiva. I governi dei Paesi sviluppati ed emergenti hanno pompato denaro nelle rispettive economie, tagliato i tassi di interesse nel tentativo di riportare il sistema in azione.

Ma cosa sta realmente causando l’insorgere dell’inflazione nei mercati emergenti? Possiamo considerare due componenti principale: beni altamente volatili come cibo ed energia, che tendono ad avere pesi relativamente elevati nei prezzi al consumo dei ME, e l’inflazione core, che tende a essere guidata maggiormente dalla dinamica della domanda e dell’offerta interna alle varie economie.

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La maggior parte della recente pressione inflazionistica è derivata da un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e, più recentemente, da un rimbalzo dei prezzi dell’energia dai minimi che abbiamo visto durante la pandemia. Sebbene questo effetto sia temporaneo, è probabile che i prezzi dell’energia continueranno a salire di pari passo con la domanda globale che continua a crescere. D’altro canto, l’inflazione alimentare sembra essersi spinta abbastanza lontano e potrebbe svolgere un ruolo chiave nel controbilanciare la pressione dei prezzi energetici.

Per quanto riguarda l’inflazione core, nonostante i colli di bottiglia nella catena del valore che possono far aumentare il prezzo di alcuni beni o settori nel breve termine, non vediamo probabile una situazione in cui i prezzi vadano fuori controllo nel prossimo anni, considerata anche la flessibilità delle economie emergenti ad adattarsi ad alti livelli di crescita aggiustando la propria capacità produttiva.

Insomma, l’inflazione è un dato di fatto e in qualche modo era attesa. Il vero problema potrebbe essere l’entità della rincorsa dei prezzi. L’indice di sorpresa per l’inflazione dei mercati emergenti di Citigroup è balzato al livello più alto dal 2008, facendo aumentare i costi di finanziamento di paesi come Russia e Brasile. Ci sono voci che altri paesi potrebbero seguire l’esempio, con particolare occhio sulla Turchia e la Repubblica Ceca.

In paesi come l’India e il Messico, i livelli di inflazione sono al di sopra degli obiettivi delle banche centrali. Questo effetto, se non bilanciato da un aumento dei tassi potenzialmente dannoso per la ripresa, potrebbe portare un calo degli afflussi di capitali verso i mercati emergenti e, anzi, i segnali di tale tendenza iniziano già a manifestarsi. Un’altra potenziale fonte di squilibri economici in futuro sarebbe la politica monetaria negli Stati Uniti. Si teme che potremmo assistere a una situazione simile a quella del 2013, quando la possibilità di una chiusura anticipata dei programmi di acquisto di obbligazioni statunitensi avevano causato deflussi di capitali dai mercati emergenti che hanno raggiunto livelli insostenibili.

Molti governi emergenti stanno ovviamente seguendo le notizie che arrivano dagli Stati Uniti con una certa preoccupazione. La questione chiave qui è la disparità nella velocità della ripresa economica. Il rallentamento del lancio dei vaccini e la mancanza di potenza di fuoco nei propri pacchetti di stimolo fiscale hanno fatto sì che i mercati emergenti stiano affrontando un ritorno più lento alla normalità finanziaria. Ma, per ora, il consenso da parte delle banche centrali sembra che l’inflazione sia principalmente legata a tendenze di breve termine e che le banche centrali emergenti eviteranno di finire sotto un’eccessiva pressione.

Cosa significa per gli investitori?

Nonostante le azioni dei mercati emergenti abbiano sottoperformato le azioni dei mercati sviluppati dall’inizio dell’anno, la nostra analisi a lungo termine suggerisce che, nei prossimi anni, le azioni dei mercati emergenti supereranno la performance di quelle emergenti. Naturalmente, i recenti squilibri nell’economia globale ci hanno costretto a mettere in discussione le nostre ipotesi per essere sicuri che siano ancora valide.

Molto dipenderà da come i paesi gestiranno la normalizzazione della loro politica monetaria nei prossimi mesi. Alcuni paesi potrebbero scegliere di attuare una politica monetaria più aggressiva, in particolare se l’inflazione si rivela un problema strutturale fondamentale. In tal caso, i titoli di Stato in valuta locale potrebbero subire una perdita in conto capitale, anche se in alcuni casi la perdita potrebbe essere compensata da un apprezzamento della valuta. I paesi che non scelgono il tapering potrebbero essere penalizzati da un dollaro più forte, il che sarebbe problematico sia per la gestione del proprio debito sia per l’inflazione con conseguenze potenzialmente negative per l’economia.

Per i titoli di stato ancorati al dollaro, abbiamo uno scenario diverso. Sono esposti al rialzo del Tesoro USA, che dovrebbe raggiungere il 2% entro giugno 2022 ma non beneficerebbero di un apprezzamento della valuta emergente. In tal senso, pensiamo che quei paesi saranno più direttamente interessati dalle decisioni della Fed nei prossimi mesi.

Durante la pandemia, abbiamo visto il potente effetto che uno shock sul rapporto tra domanda e offerta di Dollari può avere sull’andamento dei mercati emergenti, quindi è importante che qualsiasi eventuale apprezzamento della valuta sia graduale. Attualmente, l’opinione della Fed è che sia il tapering che l’innalzamento dei tassi saranno graduali.

In questo contesto, il debito dei mercati emergenti rimane una buona classe di attività rispetto al resto dell’universo obbligazionario, poiché la perdita di capitale sarà parzialmente compensata dai carry generosi (~4,5% per le obbligazioni in valuta locale e ~3,8% per le obbligazioni in dollaro USA).

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